A proposito di agromafie e non solo

Quando agli inizi degli anni ’70 il nipote di Carlo Gambino, (capo dei capi di Cosa Nostra), viene spedito a Vittoria per un periodo di soggiorno obbligato, inizia una nuova fase nelle strategie della mafia. La famiglia Gambino, a prescindere dal soggiorno obbligato, decide di consolidare la propria presenza in un territorio che fino a quel momento era caratterizzato dalla presenza di piccola malavita dedita per lo più al contrabbando di sigarette.

La strategia dei Gambino tende all’integrazione in quel nuovo contesto: acquistano i terreni di un’intera vallata e impiantano uno dei più grandi e moderni vigneti del Paese. Insomma accanto al volto truce, di una mafia delle estorsioni e della droga, si fa strada il modello di un’impresa, di origine mafiosa ma formalmente legale, che compie grandi investimenti e crea nuova occupazione e ricchezza.

Ovviamente il fenomeno si è esteso a macchia d’olio ed oggi costituisce il volto evoluto e insospettabile dell’economia mafiosa.  

Le mafie sono quelle che tolgono (rapinano le ricchezze dell’economia e dell’ambiente, organizzano il traffico di esseri umani e la collocazione di lavoratori irregolari, gestiscono la diffusione degli stupefacenti ) , ma sono anche quelle che offrono : garantiscono un salario agli affiliati e alle loro famiglie, assicurano protezione dai loro stessi attentati, amministrano giustizia risolvendo molte controversie nei territori controllati, gestiscono rapporti commerciali apparentemente legali  o vantaggiosi con i soggetti economici che operano nel sistema legale.

Nella filiera agricola gestiscono pezzi rilevanti del mercato del lavoro , nei trasporti e nella logistica, condizionano le transazioni negli ortomercati.

Negli ultimi anni si sono infiltrate nelle pieghe della globalizzazione, hanno sfruttato prima di altri le opportunità offerte dalla libera circolazione dei capitali. Hanno beneficiato delle deregolamentazioni, delle depenalizzazioni e dei condoni  dei reati finanziari e della riduzione dei controlli di legalità.

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Uno degli aspetti più rilevanti è rappresentato dalla  asfissiante concentrazione di attenzioni sul comparto ortofrutticolo che rappresenta un quarto della ricchezza totale prodotta dall’agricoltura.

Il settore ortofrutticolo rappresenta un segmento fondamentale non solo dal punto di vista della diffusione territoriale ( 1/3 del totale delle imprese agricole con una prevalenza nel Mezzogiorno) ma anche per i valori produttivi ed economici che caratterizzano il comparto. Ben 12 miliardi di euro che pongono il nostro paese al secondo posto in Europa ( dopo la Spagna) per ciò che riguarda il valore della produzione ortofrutticola.

L’analisi dei dati strutturali evidenzia come in Italia le aziende agricole che coltivano ortofrutta rappresentano un quarto del valore delle esportazioni agroalimentari . Inoltre il 60% delle merci transita dai mercati ortofrutticoli all’ingrosso.

In sostanza  i   142 mercati diffusi in tutto il territorio nazionale ( con 11 milioni di tonnellate di merce trattata e 42.000 lavoratori addetti) costituiscono uno snodo decisivo nei rapporti fra produttori agricoli, commercianti all’ingrosso, dettaglianti e consumatori finali.

I principali mercati all’ingrosso che movimentano prodotti ortofrutticoli sono il M.O.F. di Fondi, il mercato ortofrutticolo di Vittoria in provincia di Ragusa, il C.A.A.N. di Napoli, il C.A.A.T di Torino, il So.ge.mi di Milano, il Veronamercato spa, il CAAB di Bologna, il Mercafir di Firenze, il C.A.R. di Roma.

In questo contesto trova terreno fertilissimo l’azione della criminalità organizzata che sfrutta le arretratezze e le disfunzioni di un sistema che rappresenta un segmento essenziale nel sistema della logistica.   La filiera dei trasporti, tuttora incentrata pressoché esclusivamente sul trasporto su gomma, l’intreccio, che spesso travalica i limiti della legalità, fra commissionari e commercianti, l’utilizzo sistematico di manodopera illegale, le difficoltà di rapporto con i buyer della grande distribuzione, i limiti qualitativi e quantitativi dell’azione di controllo sulle derrate, questi ed altri sono i fattori critici che alimentano le attività criminali.

Dalle inchieste sulle infiltrazioni criminali emerge un dato comune a tutte le realtà mercatali vale a dire  le interconnessioni e le collaborazioni strategiche  tra le diverse mafie che operano nel Paese.

In tal senso sono certamente indicative le risultanze di alcune indagini :

  • L’inchiesta condotta qualche anno fa dalle Procure di Palermo e Trapani che ha rivelato l’attività del clan dei Casalesi che, in cambio del monopolio dei trasporti ( in favore di una ditta affiliata alla camorra) garantiva a commercianti all’ingrosso organici alla mafia, la possibilità di vendere in esclusiva i prodotti ortofrutticoli siciliani sui mercati campani e del basso Lazio.
  • Un’altra indagine che ha messo in luce, con maggiore rilevanza, la ramificazione dei rapporti criminali è quella concernente il M.O.F. di Fondi, con 68 arresti e beni sequestrati per 90 milioni di euro.  Le indagini hanno ricostruito la rete di società e aziende contigue al cartello mafioso che operava, a partire da Fondi, nei maggiori mercati ortofrutticoli della Campania, del Lazio e della Sicilia.
  • Parenti e stretti congiunti di affiliati alle principali famiglie mafiose sarebbero entrati nel M.A.A.S. di Catania dalla porta principale, grazie a un bando predisposto dalla Regione e continuavano ad operare nel settore ittico e ortofrutticolo alla luce del sole. I vertici dei Ros nel corso del 2015, hanno ricostruito la mappa delle concessioni in odore di mafia, tutte effettuate dalla Regione, nella qualità di  proprietaria della struttura mercatale.
  • Nel luglio del 2015 la DIA ha eseguito 20 ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesto sull’accordo intervenuto fra il clan dei Casalesi e Cosa Nostra di Catania sull’autotrasporto di prodotti ortofrutticoli verso i principali mercati all’ingrosso della Campania, della Sicilia e del Lazio. L’inchiesta si configura come prosecuzione delle precedenti sull’area del sud pontino ed evidenzia una forte pressione delle cosche finalizzate ad imporre ai grossisti le aziende di trasporto da utilizzare.
  • Nel gennaio del 2016 i NAS hanno effettuato numerosi arresti e perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta che ha svelato l’esistenza di un traffico di almeno 13 mila tonnellate di prodotti ortofrutticoli acquistati con i contribuiti della comunità europea (per  essere distribuiti gratuitamente ai bisognosi).  Quei prodotti in realtà furono sistematicamente venduti a scopo di lucro. Al centro dell’organizzazione criminosa una società specializzata nel commercio all’ingrosso operante nel MOF di Fondi.
  • E’ del febbraio del 2016 l’inchiesta che ha condotto all’arresto di alcuni esponenti dell’organizzazione si erano infiltrati nel settore della distribuzione agroalimentare a Roma. Il gruppo si era proiettato all’estero nel tentativo di accedere al mercato spagnolo, tramite il controllo di operatori del mercato ortofrutticolo di Barcellona.
  • Nel gennaio del 2017 i ROS hanno eseguito 33 fermi fra Lombardia e Calabria, nell’ambito dell’indagine sulle attività della cosca Piromalli concernenti il controllo dei prodotti indirizzati all’Ortomercato di Milano da alcuni fornitori controllati, in particolare da un consorzio operante in provincia di Reggio Calabria.
  • Uno dei fronti più caldi, anche dal punto di vista della cronaca giudiziaria, è quello tuttora aperto presso il mercato ortofrutticolo di Vittoria, il più grande della Sicilia. L’offensiva mafiosa si è in questo caso materializzata con numerose minacce ed attentati rivolti contro operatori del mercato, imprese di trasporto, della produzione degli imballaggi  e contro sedi sindacali dei lavoratori agricoli. Sul mercato di Vittoria le indagini  hanno evidenziato l’intreccio illegale fra l’attività di commissionari e commercianti, finalizzata all’attività speculativa sulle merci, l’evasione fiscale, la mancata tracciabilità delle merci, l’usura e una pesante interferenza sul sistema di formazione dei prezzi. Inoltre nel corso di numerose indagini sono emersi i vincoli associativi tra le organizzazioni di Vittoria ed esponenti della camorra e della ndrangheta.

In sostanza è ben noto l’ interesse delle organizzazioni malavitose nei confronti del sistema dei mercati per costruire stabili rapporti di rete fra le cosche, e utilizzare il controllo delle attività di trasporto, facchinaggio, confezionamento e distribuzione per estendere l’influenza,  sulla produzione agricola dalla prima lavorazione fino alle transazioni e sul commercio al dettaglio. Inoltre nell’ambito delle influenze criminali in agricoltura una  specifica attività è rappresentata dalla gestione dei flussi di lavoro nero e di manodopera, più indifesa e vulnerabile, soprattutto ( ma non solo ) di provenienza straniera: il caporalato.

A questo proposito le numerose recenti inchieste giudiziarie a seguito della legge 199/2016 (sul caporalato e anche sullo sfruttamento del lavoro che introduce e punisce anche i datori di lavoro a prescindere dalla intermediazione illegale) hanno messo in luce aspetti sconvolgenti di  riduzione in schiavitù di lavoratori agricoli e violenza sessuale nei confronti di lavoratrici provenienti dall’est europa. In questo ambito si è registrata in alcuni casi  l’esistenza di reti internazionali ( tra mafie italiane e mafie dell’est) dedite all’organizzazione di viaggi per lavoro che si sono rivelati come nuove forme di  riduzione in schiavitù.

C’è poi un aspetto emerso dalle cronache negli ultimi tempi ( dopo l’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi)  ed è l’intreccio tra forza intimidatrice e l’area delle professioni in giacca e cravatta.

Vediamo un esempio :

Il capo bastone costituisce una azienda agricola sulla carta, fa figurare il possesso di mille capi di bestiame, impone ai proprietari contratti fittizi per l’affitto dei terreni e conseguentemente acquisisce il diritto a ricevere centinaia di migliaia di euro di finanziamenti pubblici. Ovviamente per imbastire l’operazione ha bisogno di un veterinario compiacente che certifica la presenza dei capi e la indennità dell’allevamento, avrà bisogno anche della certificazione degli enti regionali preposti al controllo e , infine,  aspettare tranquillamente l’accredito della somma. In tal modo il rischio è pari a zero e per giunta, a differenza delle attività estorsive o di traffico di droga, il reato è derubricato a truffa e soggetto a prescrizione.

Nella filiera del cibo le infiltrazioni criminali, almeno nell’ultimo decennio, hanno ampliato i propri interessi nei grandi affari leciti. Investendo le risorse dei  proventi illeciti nella acquisizione, formalmente legale, di società di trasformazione e distribuzione commerciale, catene di supermercati e pubblici esercizi per la somministrazione di alimenti e bevande.

Insomma siamo dinnanzi ad un processo di mutazione delle organizzazioni mafiose.

Alla forza intimidatrice e alla violenza paramilitare , esercitate principalmente nelle aree di origine, si affianca una mafia “ in giacca e cravatta” . Una mafia delle transazioni stipulate negli eleganti uffici di professionisti molto accreditati , consulenti , avvocati , commercialisti che costituiscono quel “mondo di mezzo”  che  fa affari con quella mafia in doppio petto rappresentata dai figli dei capibastone mandati a  laurearsi nelle migliori università italiane ed estere.

I rampolli , eredi dei vecchi capimafia, siedono ormai in molti casi nei consigli di amministrazione di società non solo commerciali, ma anche industriali ( specializzate nei  grandi appalti di opere pubbliche) e nei servizi legati al trattamento e smaltimento dei rifiuti.

La mutazione genetica del crimine organizzato, che ricorre sempre meno alle armi e alle stragi, ( senza però mai rinunciare a queste opzioni)  ha bisogno di un essenziale catalizzatore per rafforzare un sistema integrato tra corruzione e criminalità.

Si tratta di quella zona grigia, sempre più estesa, di imprenditoria, di sistema bancario, di elevate specializzazioni e professionalità, di burocrazia istituzionale che certamente non è immediatamente riconducibile a legami di appartenenza alle consorterie mafiose. E’ l’area oscura  alimentata dalle reciproche convenienze tra imprese insospettabili e malavita, dalla elevata disponibilità dei gruppi imprenditoriali del nord a stipulare accordi con le cosche storiche che hanno dominato nel mezzogiorno.

A questo proposito è emblematica la vicenda del processo Aemilia. Un’inchiesta imponente con 150 imputati, 1300 testimoni che delinea le influenze della ndrangheta nelle province  di Reggio Emilia, Parma, Modena e Piacenza.

Il processo è ancora in corso e però appare inquietante( come riporta un quotidiano dell’11 luglio us.) che negli atti della richiesta di rinvio a giudizio appaia la figura dell’ex senatore Carlo Giovanardi  accusato di indebite pressioni verso il comandante provinciale dei carabinieri e di favorire una famiglia di imprenditori colpiti da interdizione antimafia. Nello stesso processo accanto a imprenditori calabresi ed emiliani figurano il capo  di gabinetto della prefettura di Modena e un dirigente dell’agenzia delle dogane.

Il nuovo e più subdolo collante delle “ alleanze nell’ombra” è certamente la corruzione che lega l’imprenditoria mafiosa e l’area dei professionisti e dei funzionari della pubblica amministrazione.

Su questo tema il parlamento nella scorse legislatura ha avviato la revisione dell’impianto legislativo prevedendo l’estensione delle confische. Ad esempio se lo Stato accerta che un soggetto autore di un reato ha un patrimonio sproporzionato rispetto al proprio reddito e non è in grado di giustificarne la provenienza (oppure in caso di ecoreati) può scattare la confisca oppure l’amministrazione giudiziaria. Misure che, a seconda dei casi, non decadono neppure in seguito alla prescrizione,  ad una un’amnistia o in seguito al decesso di chi vi è stato sottoposto.

Nell’ambito della lotta all’illegalità nella filiera può essere interessante la lettura della delibera del consiglio di amministrazione di “veronamercati”  con la quale è stato approvato il piano triennale  2018-2020 di prevenzione della corruzione e per la trasparenza. Un esempio di rispetto dell’etica in uno dei comparti a più elevato rischio di inquinamento.  Un esempio, certamente non isolato, di contrasto al crimine e all’illegalità sulla base del rispetto dei principi della buona amministrazione.

Liberare lo sviluppo produttivo e imprenditoriale dai condizionamenti mafiosi, evitare il decadimento della trasparenza e qualità delle istituzioni e l’impoverimento del senso civico non può riguardare solamente le autorità preposte.

Gianfranco Motta

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Ha ricoperto per quattordici anni l’incarico di segretario provinciale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato di Ragusa . Dal 1993 al 2000 presidente della Camera di Commercio e successivamente, fino al 2010, presidente del Consorzio dell’area Industriale. Nel 1994 è stato il primo presidente di una Camera di Commercio in Italia a costituirsi parte civile in un processo di mafia. Nel 2000 ha sottoscritto il primo protocollo di legalità sugli appalti in Sicilia. E’ tra i fondatori dell’associazione antiracket di Ragusa. Attualmente dirige il dipartimento sviluppo territoriale della CGIL di Ragusa. E’ volontario della Protezione Civile.

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