Analisi su Cosa Nostra basata sulla Relazione della Dia (di Salvatore Calleri)

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E’ recentemente uscito il rapporto del 1° semestre 2015  della DIA che fa una bella analisi sulle organizzazioni mafiose siciliane.
In particolare dal suddetto rapporto emerge il “mantenimento, da parte dell’associazione mafiosa, di un forte controllo sociale ed economico”.
Emerge inoltre che l’azione di contrasto ha costretto l’organizzazione ad un “turn over delle leve di comando”.
Cosa nostra mantiene la propria incisività mediante anche la sistematica corruzione dei pubblici funzionari.
E’ di rilevante importanza inoltre quanto scritto nel rapporto DIA sulle cosiddette costanti di cosa nostra che sono:
1) la necessità di attingere a fonti di finanziamento utili ad alimentare le strutture di base mafiose;
2) la gestione dei traffici illeciti nazionali ed internazionali;
3) il riciclaggio ed il reimpiego dei capitali;
4) l’acquisizione del consenso tra gli imprenditori, le pubbliche amministrazioni.
Siamo quindi di fronte ad una cosa nostra da un lato molto tradizionale negli scopi dell’organizzazione e dall’altro in grado di aprirsi in collaborazioni con gruppi criminali anche con stranieri mediante “accordi estemporanei per il conseguimento di obbiettivi innanzitutto economico-affaristici”.
Per quanto riguarda il modello scelto da cosa nostra, nonostante le difficoltà a riorganizzare la cupola con i poteri di un tempo, permane il verticismo senza alcuna deriva sul modello narcos campani. I capo mandamento le decisioni importanti tendono a prenderle insieme.
Una parte importante del report DIA è quella inerente ai c.d. punti di forza di cosa nostra che consistono nella “connaturata capacità di creare situazioni di opacità, promuovendo un’opera di delegittimazione di quanti tentino di ostacolarla  ed attirando, allo stesso tempo, esponenti del sistema politico economico e amministrativo soprattutto locale”.
Cosa nostra oramai riesce ad “attingere ad un proprio bacino di riferimento caratterizzato da nuove generazioni di qualificati professionisti”.
Per quanto riguarda gli appalti sempre secondo la DIA cosa nostra grazie alla propria forza tipica del vincolo associativo riesce ad infiltrarsi in modo strategico riuscendo ad ottenere:
1) capitolato di appalto personalizzati;
2) procedure negoziate senza gara, giustificate da situazioni di urgenza create ad arte;
3) accordi preventivi tra le ditte partecipanti alle selezioni;
4) sistematiche varianti in corso d’opera attraverso le quali rendere nel tempo più remunerative offerte caratterizzate da forti ribassi in fase di aggiudicazione.
La burocratizzazione dei processi aiuta cosa nostra.
Cosa nostra mantiene interesse al traffico di droga per i buoni margini di profitto. In questo campo esistono molte collaborazioni anche con mafie straniere e sicuramente per quanto riguarda la parte orientale della Sicilia Catania per la DIA è diventata il punto di smistamento della marijuana e dell’hashish provenienti dall’est e dall’Albania con contatti diretti gestiti da cosa nostra. Per quanto riguarda la cocaina risultano operativi rapporti con alcune famiglie della ‘ndrangheta.

Profili evolutivi di cosa nostra per la DIA

Da un punto di vista delle analisi di come si evolvono le organizzazioni criminali questa parte del rapporto della DIA è forse la più importante. Capire i comportamenti arcaici da un lato e moderni dall’altro è fondamentale per una antimafia moderna ed anch’essa evolutiva.
Cosa nostra nonostante tutte le azioni di contrasto è “stata in grado di rigenerarsi costantemente, adattandosi ai tempi e mantenendo, tuttavia inalterate le caratteristiche genetiche originarie”.
Quindi da un lato si mantiene una “tradizionale struttura gerarchica, fortemente avvertita in Sicilia” la quale si traduce in “un esercizio del potere mafioso in grado di condizionare uniformemente diverse realtà territoriali”.
Dall’altro cosa nostra mira “sempre più ad una ramificazione -a vasto raggio e a vari livelli – dei rapporti economici, politici e sociali, piuttosto che circostanziare la propria azione a un preciso ambito territoriale, secondo il principio della cosiddetta ‘realtà reticolare'”.
Si assiste quindi ad “una tendenza verso forme più fluide della organizzazione mafiosa, che potrebbero essere applicate anche all’attuale rigida compartimentazione in mandamenti e famiglie. Per ridurre i margini di vulnerabilità e garantire continuità ai propri progetti, cosa nostra sembra pertanto propendere verso una gestione policentrica e collegiale della leadership.”
Da questa analisi della DIA si può dedurre che la tesi sostenuta dalla Fondazione Caponnetto, che da anni afferma che la mafia tende a mutare come un virus, trovi una ulteriore conferma.
Assolutamente di rilievo anche la parte della relazione DIA in cui si affronta il cambiamento del concetto di appartenenza che “sta assumendo una connotazione diversa, non meno pericolosa, nella misura in cui, specie per le nuove leve di comando per le quali l’immedesimazione con l’associazione non viene più avvertita come totalitaria, basandosi di contro su una diversa scala di valori, messa talvolta in crisi dalla prospettiva di un periodo di detenzione”.
Ossia in parole povere le nuove leve non amano molto il carcere duro.
Molto importante è pure la proiezione fuori dalla Sicilia di cosa nostra in cui sempre secondo la DIA si assiste ad una maggiore autonomia dei clan in quanto contano sempre meno i tradizionali rapporti di forza e di più la capacità di infiltrarsi nel nuovo tessuto economico. Viene quindi premiata soprattutto la capacità di mimetizzazione del clan. Quindi la struttura “reticolare” rappresenta una novità significativa da non sottovalutare.
Altrettanto significativa pure la parte in cui la Dia parla di di dematerializzazione e delocalizzazione degli investimenti visti come una insidia crescente.
Insidia alla quale bisogna rispondere con una intelligence preventiva. Occorre inoltre prestare attenzione in tutti business ambientali, tecnologici ed energetici.

di Salvatore Calleri

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