Borrometi al Corriere della Sera: “Io, minacciato di morte dalla mafia. La mia vita sconvolta ma non mollo”

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Borrometi

Cominciò a scoprire di non vivere in una Sicilia «babba» a 16 anni, quando sentì parlare in provincia di Ragusa di Giovani Spampinato: «Dicevano che quel corrispondente di un giornale di battaglie civili come L’Ora “un po’ se l’andava cercando”. Chiesi a mio padre. “Mentono. L’ammazzarono perché raccontava la verità”. Mi interrogai così su un cronista ucciso in un posto dove la mafia non c’è, appunto nella Sicilia “babba”, quieta. E capii di vivere in un inferno dove chi scrive o denuncia può essere lasciato solo».

Corriere della Sera, 14 aprile 2018
Il piano dei killer

Eccolo l’ex studente che ha dovuto fondare un suo sito, La Spia.it, per raccontare quanto succedeva intorno ai paesi della sua Modica. La faccia di un ragazzo spaventato ma coraggioso, cresciuto fra Ragusa e Siracusa dove lo hanno massacrato di botte e gli hanno appiccato il fuoco a casa mentre dormiva con i genitori. Deciso a 35 anni a non mollare «contro mafia e Stidda, potenti invischiati in truffe europee, boss con le mani su mercati inquinati come quello di Vittoria, anche a costo di passare un giorno per uno che un po’ se l’andava cercando». Arriva una valanga di solidarietà anche a Roma dove si muove con cinque uomini e due blindate. Commosso dalla telefonata di Nino Di Matteo. Preoccupato per la tecnica sventata la scorsa settimana dai magistrati siciliani ascoltando le intercettazioni, come ricostruisce Borrometi: «Stavolta avevano arruolato killer catanesi per non essere riconosciuti, piazzati come base d’appoggio in una casa di Pozzallo per fare “bum, bum” e lasciare sul campo “un murticeddu”, un morto, io».

La fidanzata

Una storia rilanciata dall’ultima indagine con l’arresto dei capimafia del mercato di Vittoria da lui indicati. Gli stessi che continuano a preparare attentati, mentre il Viminale raddoppia la scorta a Roma dove l’agenzia per cui collabora, l’Agi, lo ha trasferito. Con vita privata a pezzi: «Fidanzata? Minacciarono pure lei. La portai in caserma per la denuncia. Poi ho capito che è meglio non fare correre rischi ad altri. Nemmeno ai miei genitori. Meglio seguire le mie fonti da Roma…». Ma la sua attenzione resta concentrata attraverso il sito fra Scicli, Noto, Siracusa, con inchieste che continuano scoprendo anche intrighi internazionali. E quello di cui va più fiero è lo scandalo del «mercato delle cittadinanze» nell’isola di Malta: «Quando pubblicai il primo pezzo, Daphne Galizia, la giornalista uccisa a Malta con un’autobomba, mi chiese di riprenderlo per il suo blog. Le confermavo che i mafiosi dalla Sicilia prendevano casa a Malta. Poi, contatti continui. Conservo venti mail. La più inquietante: “Abbiamo una grande responsabilità: continuare a fare il nostro dovere, anche perché altri non lo fanno”».

L’esempio di Spampinato

La prima condanna a morte è quella del reggente del clan Dominante-Carbonaro, Giombattista Ventura: «Ti scipperemo la testa pure all’interno del commissariato di polizia, a picca n’hai (hai poco da vivere ndr)». Poi si sposta a Pachino e scopre che due consiglieri comunali sono stati eletti dal boss Salvatore Giuliano, quello dell’ultima fatwa, come spiega Borrometi: «Uscito dal carcere, lo ritrovo fra i virtuali dipendenti di una società che produce e confeziona pomodorini all’interno del consorzio IGP di Pachino, ma senza certificato antimafia. Pubblico e in 48 ore gli tolgono il marchio, perdono commesse milionarie…».Di qui l’ultimo piano per eliminare il cronista dalla schiena dritta «e con una spalla ammaccata», chiosa lui con amara ironia su quel braccio rigirato dietro la schiena e spezzato in tre parti: «Due energumeni incappucciati, in campagna, a pochi chilometri da Modica, il 14 aprile di quattro anni fa. Avevo appena scoperchiato la pentola maleodorante del comune di Scicli dove un mafioso era diventato capo dei servizi di nettezza urbana. Uno scoop seguito dallo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni». Tutto pagato a suon di botte, nel segno di un impegno che Borrometi, figlio e nipote di avvocati, madre professoressa di lettere, fa risalire all’epoca del liceo Campailla dove per la prima volta captò la storia di quel cronista che «un po’ se l’andava cercando». Un modello da allora, Spampinato, uno degli otto giornalisti uccisi in Sicilia. Con una precisazione: «Io non sono le minacce che ho ricevuto, ma le inchieste che continuo a realizzare. E rifiuto il bollo di giornalista antimafia. Chi si occupa di ambiente è giornalista antismog? No, semplicemente, giornalista d’inchiesta».

(FONTE: CORRIERE DELLA SERA)

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