Dall’assurdo della realtà al reale sistema dell’oppressione  

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La realtà contemporanea ci sta regalando uno spettacolo dell’assurdo, dove l’assurdità diventa sistematica e l’insensatezza assume il ruolo di guida nella società della post-informazione, della post-verità che diventa culto dell’ipocrisia e della falsità.

In questo terreno fertile per l’amplificazione delle deduzioni fallaci, le ONG si trasformano in potenziali “complici” del crimine e ad esse si chiedono, con medesima stistematica assurdità, giustificazioni giuridiche sul perché e per come hanno salvato vite umane, sul perché e per come hanno agito con umanità e per spirito di solidarietà in favore di altre popolazioni.

Il comune sentimento di insicurezza viene alimentato tra i cittadini in modo delinquenziale, per un verso da un sistema informativo che ingigantisce e drammatizza i fatti al solo scopo di ottenere il massimo riscontro di audience, per vendere più pubblicità, e per altro verso dalla irresponsabilità di certa sottocultura fascistoide, che ha trovato, soprattutto nei social, il luogo dove celebrare un’impunita apologia del razzismo e di un nuovo intollerabile sciovinismo di ritorno.

Di fronte alla crescente paura, di fronte all’incubo delle aggressioni, delle rapine e delle violenze criminali, la classe dirigente più mediocre della nostra storia repubblicana ha ceduto le armi, consegnandole letteralmente ai cittadini e delegando loro il compito di ricostruirsi il senso di tranquillità perduto, per il tramite della licenza di uccidere.

E già questo è un assurdo! La politica sembra rinunciare al suo ruolo ma in realtà ha un disegno ben diverso, una diversa storia da raccontare, nella quale violenza e paura sono antagonisti indispensabili per la costruzione della sua trama. Quindi, non si chiede più come garantire sicurezza ai cittadini, come e con quali strumenti prevenire il verificarsi di fatti delittuosi, con quali mezzi combattere i fenomeni e le cause che generano la criminalità. No! La politica si arrovella sull’orario nel quale consentire “l’aprifuoco”. Di notte? Di giorno? Ad orari o per tutta la giornata? Come se stabilire simili regole (a mio avviso totalmente cretine nel senso più letterale del termine) possa restituire un principio di diritto alla barbarie che stiamo per accogliere nella nostra pseudo-società.

I signori che stanno discutendo in parlamento non vi dicono che la legittima difesa esiste nel nostro ordinamento e che il vaglio del Giudice ad un comportamento autodifensivo è necessario ed indispensabile, per stanare gli episodi di difesa solo apparentemente legittima e garantire la sopravvivenza dello Stato di diritto. Non vi dicono che il vaglio del Giudice sulla legittima difesa è indispensabile perché la morte di una persona, ancorché di un ladro, è un fatto grave in senso assoluto, per cui bisogna capire ed accertare se essa sia scaturita dal legittimo diritto di difendere il medesimo bene della vita e non per mera giustizia del taglione. Ho già scritto sul tema in passato e non vorrei ripetermi ma se vale la locuzione repetita iuvant, allora preferisco ribadire che la concessione aprioristica del diritto di sparare al di fuori di certe condizioni, già descritte dal vigente codice penale, non contribuirà affatto a risolvere il problema ma lo peggiorerà, oltre ad aprire più drammatiche maglie all’interno di una società sempre più nervosa e incline alla violenza. Ribadisco quanto ho già scritto in passato e torno a consigliare la visione del film di Michael Moore, Bowling a Colombine, drammaticamente illuminante, drammaticamente attuale.

La nostra società non ha bisogno di margini più ampi per usare la violenza, anche quando essa sia adottata per la c.d. difesa. Abbiamo bisogno di più istruzione, di superare molti confini di marginalità sociale, culturale, politica, razziale, economica.  I grandi mutamenti del nostro tempo hanno messo in discussione quello che siamo stati fino ad oggi, ma ciò non significa che tenendo una pistola in casa o potendo usarla senza essere giudicati, riusciremo a non subirne gli effetti. Il vero problema, quindi, è sapere governare il cambiamento, per costruire una società rinnovata, una società che riesce a costruire ponti piuttosto che seminare rabbia e paura. Il governo di questo cambiamento non può essere più delegato ad una classe politica elitaria, incapace, ignorante, arrogante, appannata da intollerabili privilegi e del tutto inetta (vedi, solo a titolo di esempio, il dibattito ridicolo e ipocrita sulla legge elettorale). Il governo di questo cambiamento deve partire da ognuno di noi e radicarsi nei comportamenti, nell’apertura verso il prossimo, nella capacità di ascolto e nella capacità di rinunciare ai finti strumenti di un finto progresso, nella cura della drammatica bulimia consumistica di cui ognuno di noi è affetto, nella capacità di una vera e coerente redistribuzione della ricchezza.

Per fare questo dobbiamo aprire gli occhi e sapere guardare nelle cose, in profondità. Il bravissimo gruppo di attori che hanno messo in scena Malbianco, presso il Liceo Convitto di Modica, hanno voluto dire anche questo: nella società dell’informazione siamo tutti ciechi e sulla nostra cecità si sta costruendo un sistema di oppressione politica che ci ridurrà presto alla delegittimazione reciproca. Un sistema scientifico, dunque, nel quale chi è ai vertici non si sporca più le mani, perché la melma la tocchiamo noi cittadini, l’uno contro l’altro, come in un girone infernale.

L’assurdo non è più tale ma svela il suo vero, realissimo mostruoso volto.

Antonio Ruta, classe 1977, esercita la professione di avvocato. Ha sempre militato nella sinistra ed oggi quale componente dell'area Civati fa parte del coordinamento cittadino del PD modicano. Sposato, ha scelto di rimanere a Modica per costruire una famiglia e per contribuire, come cittadino, alla crescita della città. Oggi collabora con La spia.it, per la quale cura la rubrica di commento 'Il Tazebao'. Politicamente si colloca nell'area della sinistra radicale del partito, convinto assertore degli ideali socialisti e delle politiche di tutela dei diritti e della sostenibilità ambientale. Ha eletto a suo modello un concittadino illustre anche se troppo spesso bistrattato, Raffaele Poidomani, il cui genio creativo e la grande umanità personale rappresentano per Antonio Ruta un punto di riferimento ed un esempio non comune di sacrificio.

1 commento

  1. Piu’ che lasciare , lancio un commento..dove Ammiro ed apprendo da Antonio Ruta..ma sopratutto mi soffermo su’ l’audacia del primo cittadino, che ritiene di amministrare da solo tutto su tutti..ed in forma evidente si fa’ un baffo delle persone straordinarie modicane che potrebbero aiutare la Contea Di Modica a Riprendere almeno in parte meriti, persi o potati….

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