Il vaso di Pandora, solo mali?

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Il vaso di Pandora è fra i miti greci più conosciuti, tanto che è anche usato come espressione che serve a descrivere metaforicamente la scoperta di mali o problemi fino a quel momento nascosti e non più celabili o facilmente risolvibili. Ma è davvero sempre così?

Pandora (che in greco significa “tutti i doni”) era la creazione del dio Efesto che con terra e acqua plasmò una bella figura di donna a cui Zeus poi infuse la vita. Fu chiamata “tutti i doni” perché ogni dio dell’Olimpo, prima che lei andasse sulla terra fra gli uomini, le fece un dono: Afrodite il fascino, Atena l’abilità nell’arte domestica, Ermes la curiosità, mentre Zeus le donò un prezioso vaso chiuso, ricordandole di non doverlo mai aprire.

Un giorno Pandora, non potendo più resistere alla curiosità, aprì il misterioso vaso: subito ne uscì una nube nera, piena di tutti i mali del modo, della malattia, della pazzia, dei vizi, che si sparsero velocemente per tutti i paesi. In quel vaso infatti c’erano i dolori, i rancori e tutte le sofferenze che gli uomini di allora ancora non conoscevano, perchè immortali come gli dei e liberi da mali, preoccupazioni e fatiche. Pandora afflitta e dispiaciuta, stava per chiudere il vaso ormai vuoto ma, quando vide che sul fondo era rimasta ancora qualcosa, lo riaprì nuovamente. Zeus aveva lasciato qualcosa agli uomini perché potessero sopravvivere: era la speranza.

Cosa era successo? Aprendo questo vaso e facendo uscire fuori tutti i mali del mondo che resero presto la terra un luogo difficile e inospitale e soprattutto caotico, Pandora si ritrovò ad essere quasi annientata dal dispiacere per aver creato tali disperazioni e disgrazie ma, poco dopo, riflettendo pensò che nonostante le cose spiacevoli e preoccupanti successe quel giorno, domani sarebbe potuta andare meglio. La speranza era lì, in fondo al vaso donato a Pandora, era l’ultimo dono presente. E la speranza si era posata su di lei.

I miti nascono con uno scopo ben preciso, quello di infonderci insegnamenti e spiegazioni. In questo troviamo come tema principale quello della speranza, o della resilienza come diremmo “tecnicamente”. La resilienza è un “istinto” di sopravvivenza psicologica che si attiva proprio nel momento in cui ci si crede perduti nelle buie vie del caos, in cui tutti i mali del mondo sembrano essersi concentrati in un attacco unico, permettendoci la graduale risalita. E’ la speranza inattesa che ci salva, che ci permette di credere in un domani migliore.

Oggi avere speranza spesso si traduce nel voler dare ordine a qualcosa di “caotico”, dove ordine e caos sembrano essere quindi vertici opposti di un’asse benessere-malessere. E’ un approccio lineare di causa-effetto a volte semplicistico, verso il quale possiamo e dobbiamo fare un passo avanti.

Il caos lo si deve imparare a gestire, no ad ordinare. E sperare lo è già.

 

Il mio contatto e-mail per i lettori: ammatuna.d@alice.it

Nata a Ragusa e vissuta a pochi passi dal mare… cresco a Pozzallo. Dopo la maturità classica mi trasferisco nella bella Palermo, iscrivendomi al corso di laurea di psicologia, la grande Passione. Palermo è certamente una città per me del cuore, dalla quale ho preso il suo meglio, cercando anche di donarle il mio di meglio: la spensieratezza, la gioventù, la curiosità intellettuale, la vitalità. Oggi sono specializzanda in psicoterapia familiare e sistemica del CTR di Catania e radicata nell’ibleo, dove svolgo la libera professione con un’unica certezza per me e per chi confida nel mio sostegno: “Non è mai troppo tardi per essere felici”.

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