La polemica sul cioccolato, l’aviemu che santi e na pigghiamo c’apuostili

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Qualche giorno fa una lettera pubblica sul cioccolato modicano, firmata da Salvatore Cannata, Concetta Bonini, Tino Iozzia e Marco Blanco, ha suscitato clamorose reazioni e commenti vari (molti dei quali stupidi in quanto anonimi e doppiamente tali nel merito). A tale lettera ha fatto il paio un servizio di Report, su Rai 3, dal quale è venuta fuori un’immagine assai negativa del nostro prodotto tipico.

Partiamo da questo secondo fatto: i giornalisti della Rai hanno evidenziato che il cioccolato modicano non potrebbe essere definito “artigianale” perché la sua lavorazione non comprende il trattamento, all’origine, della fava di cacao, avvalendosi invece, nella quasi totalità dei casi, di una materia prima, la pasta di cacao, di provenienza industriale. Per questo stesso motivo, Silvio Bessone, un tecnico del settore, ai microfoni di Report, ha bollato come “truffa” la qualificazione “artigianale” del nostro cioccolato. Ora, lasciando perdere l’atto di sciacallaggio politico operato dal Sindaco di Modica, che ha minacciato di querelare Report per diffamazione nei confronti della città (spiegategli l’orientamento maggioritario della giurisprudenza in merito così la finisce con questa tiritera, usata al solo scopo di farsi pubblicità facile), io credo che la posizione di Bessone sia sbagliata ed eccessiva, sconfinando con l’inutile ortodossia. A ragionare come lui, infatti, si dovrebbe ammettere che il falegname non può definire artigianali i suoi prodotti sol perché non va nei boschi a procurarsi il legname o che il fabbro non produce prodotti artigianali solo perché non fonde il ferro dal quale ricava i suoi manufatti. E’ evidente che quella di Bessone è una posizione estrema e, forse, volontariamente provocatoria nei confronti di una strategia di marketing “semplice ed efficace” ma anche lontana, anzi lontanissima dall’idea stessa di “qualità ed eccellenza del prodotto”.

Ed arriviamo alla lettera dei nostri quattro compaesani, i quali hanno stigmatizzato le inesattezze recentemente propagandate dal Consorzio di Tutela del Cioccolato in merito alle origini di questo dolce. Per ottenere il riconoscimento di “Indicazione Geografica Protetta”, infatti, il Consorzio ha sostenuto, con una formula assai ambigua e chiaramente esposta alle più svariate interpretazioni, che “dopo gli aztechi solo i modicani hanno prodotto questo tipo di cioccolato”. Viceversa, Salvatore Cannata e gli altri tre firmatari della lettera hanno cercato di fare capire all’opinione pubblica che tale affermazione non è vera, perché i dati storici ci dicono che quello modicano è il risultato del metodo di lavorazione più comune e diffuso durante il periodo preindustriale (quindi fino alla metà dell’ottocento), poi sopravvissuto nella città di Modica e giunto fino a noi dalla tradizione dolciaria cittadina. Gli stessi estensori della lettera hanno anche cercato di far capire all’opinione pubblica che Franco Ruta (di cui io non sono parente, nemmeno alla lontana)  fu il primo ad intuire che il cioccolato modicano è un fenomeno eccezionale, se non unico, per il solo fatto della sua inalterata tecnica di lavorazione, per questo stesso motivo una testimonianza storica, un viaggio nel tempo, un sapore antico delle origini. In buona sostanza gli estensori della lettera hanno cercato di fare capire che per tutelare il cioccolato modicano non bisogna inventare nulla ma è sufficiente procedere nel solco tracciato da Franco Ruta, puntando al massimo della qualità, perché la sua intuizione già basta ad ottenere le tutele oggi richieste alle istituzioni nazionali ed europee.

Ed ecco che si pone il vero problema: ammettere che il “vero cioccolato modicano” è quello ripreso e spiegato da Franco Ruta, ottenendone così la tutela comunitaria, sarebbe una “mezza vittoria” per chi si vuole attribuire, invece, la totale paternità (personale ma anche politica) di questo risultato e che, per questo stesso motivo, ha la necessità di cancellare la verità. Per dire cosa? Per raccontare “favole”, appunto, cioè tutto quanto possa contribuire a rendere una versione posticcia dei fatti credibile agli occhi degli ignari turisti, i quali si convinceranno di mangiare lo stesso cioccolato gustato dal Re Montezuma!

A questo punto sorge spontanea una considerazione logica: se diciamo che il cioccolato modicano è una cosa piuttosto che un’altra, vogliamo prendercela con Bessone, che non è un fesso, quando taccia il nostro prodotto tipico come bufala?  Sarebbe, per dirla alla modicana (possiamo chiedere l’IGP anche su questo), ca l’aviemu che santi e na pigghiamu c’apuostili!

A buon intenditore…

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Antonio Ruta, classe 1977, esercita la professione di avvocato. Ha sempre militato nella sinistra ed oggi quale componente dell'area Civati fa parte del coordinamento cittadino del PD modicano. Sposato, ha scelto di rimanere a Modica per costruire una famiglia e per contribuire, come cittadino, alla crescita della città. Oggi collabora con La spia.it, per la quale cura la rubrica di commento 'Il Tazebao'. Politicamente si colloca nell'area della sinistra radicale del partito, convinto assertore degli ideali socialisti e delle politiche di tutela dei diritti e della sostenibilità ambientale. Ha eletto a suo modello un concittadino illustre anche se troppo spesso bistrattato, Raffaele Poidomani, il cui genio creativo e la grande umanità personale rappresentano per Antonio Ruta un punto di riferimento ed un esempio non comune di sacrificio.

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