La “polveriera” Vittoria: la Stidda, dai Ventura al ritorno di Carbonaro. Gli affari ed i nomi (con foto) del clan

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Il “fenomeno Vittoria” merita un’attenzione sempre crescente per evitare che diventi una vera e propria “emergenza Vittoria”.

Come abbiamo più volte cercato di spiegare, non si tratta di un fenomeno localistico, bensì rappresenta un problema molto complesso e, dalla ex “Provincia babba”, abbraccia l’intero Paese.

Per comprendere basterebbe citare come, secondo alcuni dati della Banca d’Italia, la provincia di Ragusa goda del privilegio di poter contare su uno sportello bancario ogni duemila persone compresi i bambini (per l’esattezza 2.040). Sembra quasi una sorta di “El Dorado” ricco di immense ricchezze tali da giustificare un rapporto abitanti/banche ben superiore al capoluogo di Regione (a Palermo uno sportello ogni 2.827 abitanti). Un’isola nell’isola che negli anni ha visto investimenti di imprenditori in odor di mafia (come Oliviero Tognoli) e di mafiosi veri e propri che la hanno considerata come una “terra loro” (basti leggere le dichiarazioni del pentito SiinoLEGGI ARTICOLO).

Ma le motivazioni sono molteplici: da qui, da questo splendido lembo di Terra, vengono immesse nella filiera nazionale frutta e verdura che poi arrivano sulle nostre tavole, tramite il “triangolo dell’ortofrutta”, Milano, Fondi e Vittoria. Da questa triangolazione arriva un pomodoro ciliegino, una melanzana o un frutto, sulla tavola di un milanese, di un veneto, di un romano. Indistintamente. Provengono dal lavoro e dal sudore della fronte di imprenditori e di braccianti agricoli che, per la stragrande maggioranza, sono onesti lavoratori, ma la contaminazione mafiosa inizia dalla base, sin da subito dopo la raccolta (a volte anche durante la raccolta, con il famoso fenomeno del caporalato che non può essere scisso da padroni e padroncini e che, se non direttamente mafiosi, spesso usano atteggiamenti mafiosi).

Poi la filiera del Mercato di Vittoria che, come cercheremo di spiegare nell’articolo, rappresenta un settore complesso e composito. Non la mera vendita, molto di più.

Dal produttore ai padroncini, ai commissionari, ai famosi “posteggianti”, ai concessionari, sino a coloro che confezionano gli imballaggi, le cassette, gli angolari.

Per non parlare dei trasporti, gestiti dai Casalesi (cercheremo di spiegarlo in un prossimo articolo). E non è un caso se l’osservatorio della Coldiretti, con l’autorevolissimo Presidente Gian Carlo Caselli, inserisce la provincia di Ragusa al primo posto nella propria recente classifica (2015 – LEGGI ARTICOLO) delle agromafie.

Le mafie fanno “squadra” e non si fanno la guerra.

Così nel ragusano – ed a Vittoria in particolare – si è passato da centinaia di morti ammazzati negli anni novanta, agli accordi di ferro dei nostri anni.

Le mafie diventano una vera e propria holding: Stidda e Cosa Nostra si dividono gli affari locali, la ‘Ndrangheta gestisce la cocaina e la Camorra (sarebbe più giusto parlare dei Casalesi) gestiscono i trasporti (sul punto giova ricordare il processo “Paganese”, cioè la condanna per Gaetano Riina – fratello del capo dei capi, Totò – ed i Casalesi, per il patto dell’ortofrutta – LEGGI ARTICOLO).

L’attenzione delle istituzioni per questo territorio è stata ad “ondate”, così si è passati dal negazionismo o, ancor peggio, dal riduzionismo, fino alla grande attenzione a seguito della strage di San Basilio (2 gennaio 1999).

Poi, passati quegli anni, nuovamente poco o nulla.

Fino all’odierno periodo in cui la Prefettura, la Magistratura e le Forze dell’Ordine stanno cercando, con enormi sacrifici, di recuperare il terreno perduto da parte dello Stato nei confronti di questi soggetti.

Una responsabilità che è di tutti, ad iniziare dalla cosiddetta società civile, ma ovviamente della politica, a cui cinicamente ha fatto (e fa) comodo questa situazione stagnante, in cui questi signori esercitavano una vera e propria “riserva di caccia” in termini di voti.

Per troppo tempo, in questo lembo di Terra così bello, mafia ed affari hanno avuto lo stesso odore, quello di sangue e di morte. E la corruzione, a tutti i livelli, ha favorito questo processo.

Serve una nuova consapevolezza civica (sulla linea tracciata dall’Antiracket di Vittoria) ma servono, soprattutto, nuovi mezzi ed uomini, affinchè lo Stato non perda la battaglia finale.

E’ per tale ragione che invieremo questa nostra – ennesima – inchiesta giornalistica ad ogni livello istituzionale, perché tutti sappiano e nessuno possa poter dire “io non sapevo”.

Tutto per consentire ad un qualsiasi italiano, ad ogni latitudine, di poter avere sulla propria tavola i meravigliosi prodotti dell’ortofrutta vittoriese ed iblea, ma senza questo inaccettabile odore di mafia. Perché il problema riguarda tutti!

IL CLAN CARBONARO-DOMINANTE OGGI

Le operazioni di Polizia degli ultimi tempi hanno dato dei “colpi” importanti alla mafia Vittoriese, nell’ambito dello storico gruppo della Stidda (che per tanto tempo è stato convenzionalmente definito col nome dell’attuale capomafia in galera, Filippo Ventura, ma che sarebbe più idoneo ricominciare a chiamare clan “Carbonaro-Dominante”, visto il ritorno di alcuni ex pentiti, come Claudio Carbonaro).

Chi pensa, però, che questi malacarne siano “morti” (criminalmente parlando) sbaglia di grosso.

Innanzitutto per quanto concerne gli investimenti, cioè i soldi del clan, non ancora intaccati. Ecco il nocciolo della questione: arrestati alcuni vertici del clan, si dorebbe lavorane sui beni da sequestrare.

Il capo del clan, da tempo in galera, rimane Filippo Ventura, detto Filippo u Marmararu.

Il reggente era il fratello di Filippo, Gionbattista (detto Titta) Ventura.

Titta da qualche mese è in gattabuia ed il reggente provvisorio – per volere di Titta – sarebbe il figlio, Angelo u Checco (vista la “indisponibilità” degli altri due figli di Filippo, anche loro nelle Patrie galaere).
Fuori anche il fratello di Filippo e Gionbattista, Gino Ventura.

IL MERCATO E L’ATTIVITA’ DI FRANCESCO GILIBERTO

“Sono rimasti operativi e fino ad oggi sono operativi Francesco Giliberto, Massimo Buzzone, Saro Nifosì, Angelo Ventura (u checco) e Adriano Vona…”

A parlare è il pentito Rosario Avila che indica i nomi del gruppetto e conferma ciò che noi scrivevamo da tempo, cioè che Giliberto farebbe parte dell’associazione mafiosa Ventura ed a lui è intestata un’importante azienda nel Mercato di Vittoria, la “Linea Pack”.

L’azienda era di proprietà diretta dei Ventura ed è una delle più importanti della filiera del mercato, in quanto produce cassette.

Qualche tempo fa la Linea Pack passò di proprietà dai Ventura a Francesco Giliberto ma da tempo questo “passaggio” è indicato come fortemente dubbio, tanto da far ritenere che chi la ha acquistata (Francesco Giliberto, guarda caso proprio cognato del figlio di Gionbattista Ventura, Angelo detto u checco) possa essere un prestanome.

Anche il pentito Giovanni Crimi indica il nome di Francesco Giliberto, affermando: “dopo il mio arresto hanno arrestato il Latino Vincenzo e il Giuseppe Doilo. Poi so che si è formato un gruppo gestito da Rosario Nifosì e so anche le persone che si è messo vicino” cioè “Emanuele Garofalo, Salvatore Macca, Pietro Alessandrello, Francesco Giliberto, Massimo Buzzone, i fratelli Jerry ed Elvis Ventura, cioè i figli di Filippo Ventura”. Poi “Angelo Ventura, figlio di Giambattista Ventura, Adriano Vona, Massimo Merz, Gino Ventura, fratello di Filippo e Giambattista Ventura”.

Del gruppetto, come si apprende sia dalle parole di Avila, sia da quelle di Crimi, fa parte anche Massimo Buzzone (che traffica nella droga). Poi ci sarebbe Ivan Lo Monaco (pregiudicato con piccole condanne per rissa e rapina) e Giuseppe Cammalleri (cognato di Francesco Giliberto).

La “Linea Pack”, come è facile comprendere, è una cassaforte di soldi.

Oltre a Francesco Giliberto ed alla “Linea Pack”, il Mercato di Vittoria (e soprattutto la filiera) è un vero e proprio affare dove la mala locale si contende gli interessi.

I soldi, vero obiettivo.

Si passa da “pesci” piccoli come Giambattista La Terra (detto Pirrè) con importanti precedenti penali che risulterebbe come socio occulto di un box al mercato e che trafficherebbe con la droga, fino alle presenze di peso.

E tra le presenze di peso, ci sono sicuramente quattro nomi: Giombattista Puccio (detto Titta u Ballarinu), Vincenzo Di Pietro (detto Enzo u mastru), Emanuele (detto Elio) Greco e Pino Gueli.

I quattro sono tutti all’interno del Mercato con società di “servizi”.

Cassette ed imballaggi (MP Trade Srl) per Titta “u ballarinu” ma anche per Di Pietro (u mastru).

Parlando di Titta “u ballarinu”, giova ricordare le intercettazioni allegate all’ordinanza di arresto del gruppo Consalvo.

Nelle intercettazioni, è lo stesso Titta “u ballarinu” a parlare con Consalvo ed a dimostrare una vera e propria spartizione del mercato.

INTERCETTAZIONE DELLA POLIZIA:

Giombattista Puccio (Titta u ballarinu) chiama Giovanni Consalvo per chiedergli se può portare 10 pedane di cassette, Consalvo gli dice di sì ma “a condizione che le vada a vendere fuori dal territorio di Vittoria per evitare che il padre Giacomo si lamenti”.

In un’altra occasione è Giacomo Consalvo a chiamare Titta u Ballarinu per chiedere spiegazioni in merito alla “sua entrata nel mercato proponendo le sue cassette ad un prezzo molto inferiore di quanto le vende lui”. E Titta U Ballarinu risponde che “per la vendita delle cassette non mi sono recato nemmeno dai miei parenti, figuriamoci al mercato”. E poi, dopo altri battibecchi, “U Balalrinu” afferma: “l’ingresso delle cassette di cartone al mercato allora fu autorizzato da una sola persona, persona che entro fine anno sarà cosa loro”.

Poi c’è Emanuele (detto Elio) Greco, altro pezzo da “novanta”, con la “Vittoria Pack Srl”, intestata alla moglie, Concetta Salerno, che si occupa di realizzazione Vaschette in pet, cassette in plastica ed angolari in carta ed angolari in pvc. Da segnalare, inoltre, il cognato, di Greco, Roberto Salerno, considerato il suo “factotum”.

Anche su Emanuele (detto Elio) Greco si ha la testimonianza del suo coinvolgimento a patti all’interno della filiera del Mercato di Vittoria e, tale testimonianza la si ottiene sempre con l’indagine che porterà in gattabuia i Consalvo.

INTERCETTAZIONE DELLA POLIZIA:

Titta u ballarinu chiama Giovanni Consalvo ed afferma che “Elio Greco porta cassette da (…)” all’interno del Mercato e Consalvo gli risponde che “Elio Greco può perché ha parlato col padre ma solo a quel cliente”.

Per Pino Gueli, invece, attività molto più grigie al vaglio degli inquirenti (avrebbe sfruttato l’omonimia con un altro Pino Gueli – estraneo a tutto – per celare alcuni suoi affari).

IL GRUPPO CONSALVO

Consalvo sono treGiacomo è il padre, mentre Michael e Giovanni sono i figli. I tre, molto vicini al gruppo “Dominante”, sono stati arrestati nell’operazione “Box” della Polizia di Stato e, come dimostrano le risultanze di quella indagine, avevano formato un entita a sé stante (LEGGI ARTICOLO).

Le casse a Vittoria le porto soltanto io”. Erano le parole intercettate dalla Polizia e pronunziate da Giacomino Consalvo, lo stesso che si vantava di conoscere Totò Riina ed affermava che:

“Quando uscivo io dal carcere, si sono riuniti tutti i capi clan della Sicilia e volevano che prendevo il comando del clan e diventare il capo del clan. Inizialmente gli ho detto che volevo cambiare vita, quando esco se trovo uomini validi lo prendo io il comando”.

Poi su Totò Riina, diceva che “ci conosciamo di fama e di nome”.

Insomma i Consalvo, titolari di aziende per il confezionamento dei prodotti ortofrutticoli (cassette ed imballaggi in plastica), erano fortemente temuti dagli altri imprenditori e hanno falsato, con le loro imposizioni, anche i prezzi di mercato, di conseguenza recando un enorme danno ai consumatori.

La vendita delle cassette in legno o prodotti in plastica per il loro confezionamento a Vittoria erano da loro controllate ed inoltre le aziende vittoriesi non potevano comprare in altre città, e questo anche se il mercato era più favorevole.

La Dia, dopo le risultanze dell’operazione Box della Polizia di Stato di Ragusa, ha sequestrato beni per 7 milioni di euro ai Consalvo.

LE AGENZIE FUNEBRI E L’INVESTITURA DEL CHECCO

L’investitura di reggente (provvisorio) sarebbe avvenuta direttamente dai colloqui in carcere, nei quali Titta Ventura avrebbe detto al figlio “u checco” di rompere i rapporti con Maurizio Cutello (soggetto che, sulla carta, risultava l’intestatario dell’Agenzia funebre “Ventura”) e di togliere addirittura il mezzo di locomozione, un motore, al figlio di Cutello, Kevin (che in gergo mafioso è una vera e propria umiliazione).

La nuova attività che servirebbe ai Ventura per riciclare parte dei soldi della droga e delle estorsioni, consiste nell’apertura di un’altra Agenzia funebre.

L’agenzia si chiama “Santa Maria Goretti” (in via Ruggero Settimo e, successivamente, aprirà in via Roma) che sarà gestita da tre “fiduciari” del Checco: i fratelli Refano, Ivan e Salvatore e Andrea Teresi.

Ivan (Giovanni) Refano ha diversi precedenti, è stato più volte in galera ed è la “nuova leva” di Angelo Ventura, così come il pregiudicato, Andrea Teresi.

L’agenzia sarà intestata ad una (costituenda) società a nome direttamente dei fratelli Refano.

Altro “soldato” di Angelo Ventura (u checco) è Gianni Giacchi che, in questo periodo, sta vestendo il ruolo del guardia spalle.

LE ESTORSIONI E LA DROGA

Le estorsioni continuano. Fino a quando si trovava in libertà il reggente Titta Ventura, venivano gestite direttamente da lui. Oggi il clan continua l’attività “fiorente” del pizzo e lo fa direttamente (tramite richieste estorsive) o indirettamente, imponendo i “propri servizi”.

Il tutto perché gli imprenditori, nell’ambito della filiera del Mercato ortofrutticolo di Vittoria e non, purtroppo non denunciano e preferiscono pagare, anche solo per “non avere fastidi” o ricevere servizi che accettano di “appaltare” a terzi (come il confezionamento o il ritiro ed il riciclo della plastica).

Oltre alle estorsioni, altra voce importante nel bilancio dei proventi del clan, è la droga. Ma anche le armi…

Il pentito Rosario Avila ha esercitato un ruolo fondamentale negli ultimi arresti. Avila, già condannato per associazione mafiosa ed interno all’organizzazione mafiosa dei Ventura, anche grazie al suo rapporto sentimentale con Maria Concetta Ventura, figlia di Gionbattista, conosceva molto bene la famiglia Ventura ed il contrapposto gruppo di Cosa Nostra.

Dalle parole di Avila (e di altri cinque pentiti), nascono gli arresti di Angelo Elvis e Jerry (figli del capomafia Filippo) Ventura, soggetti che si occupavano più di tutti della droga e delle armi.

I due Ventura, insieme al cognato Marco Di Martino, sono in galera per mafia, arrestati dalla Polizia (LEGGI ARTICOLO). Parte delle armi del clan erano detenute, per i Ventura, proprio da Marco Di Martino perché, spiega il pentito Rosario Avila, Di Martino “subiva poche perquisizioni”. Va ricordato che a Marco Di Martino gli uomini della Polizia di Stato trovarono una vera e propria “Santa Barbara”.

Altro nome di spicco, nel “campo” è quello di Andrea Arcerito, arrestato a fine 2014. Nel settore della droga sono stati segnalati anche Michele Marinelli (da poco arrestato), Emanuele Garofalo (arrestato nel 2011 per droga), Marco Papa (arrestato nel 2004) e Marco Giurdanella, delinquentello senza scrupoli che nel suo curriculum ha di tutto, dalle risse alla droga (anche estorsioni) e che, nel luglio 2015, ha violato ben sette volte in sette giorni le misure di prevenzione.

Rosario Greco, con diversi precedenti per mafia, venne arrestato proprio a seguito di diverse perquisizioni della Polizia (ottobre 2015).

Andrea Gambini (con precedenti per lesioni, percosse, ricettazione, minacce, porto di armi ed oggetti atti ad offendere, furto, guida in stato d’ebbrezza), arrestato l’ultima volta nel luglio 2015 dopo un tentato omicidio.

GLI “STORICI”

Facendo un passo indietro, ritornando alla “linea diretta” dello schema di comando del capomafia Filippo, troviamo Vincenzo Latino (già reggente del clan e suocero del pentito Giuseppe Doilo), poi i fedelissimi Paolo Cannizzo (detto “Paolo u niuru”), Salvatore Fede, Salvatore Macca, Saro Nifosì. E poi Venerando Lauretta.

Venerando Lauretta, esponente del clan mafioso Dominante e affiliato alla Stidda, è stato arrestato più volte per associazione mafiosa, l’ultima delle quali nel 2008 e condannato in appello nel 2012. Ultimamente è stato denunciato per minacce di morte.

Poi gli arrestati nel 2008 dell’operazione “Flash back” (successivamente condannati nei primi gradi di giudizio) Giovanni Busacca (detto “a veccia”), Angelo Di Mercurio, Giuseppe Ottaviano e Giovanni Candiano.

Sui mafiosi Angelo e Salvatore Di Mercurio abbiamo scritto gli ultimi giorni di dicembre 2015 (LEGGI ARTICOLO). I due fratelli continuano ad essere nella filiera del Mercato (la Polizia ha sequestrato qualche tempo fa l’impresa di Angelo Di Mercurio) e hanno aperto un locale, gestito dai due ma intestato a familiari incensurati. Il locale, come abbiamo raccontato, è luogo di ritrovo per diversi pluripregiudicati vittoriesi.

IL RITORNO DEI PENTITI E L’AFFARE DELLA PLASTICA

La Direzione Investigativa Antimafia, nella propria Relazione annuale, parlando di Vittoria, affermava che la Stidda starebbe “riorganizzato i propri ranghi a seguito del ritorno sul territorio di alcuni esponenti apicali, da poco scarcerati” e da pentiti che, ultimato il proprio periodo di collaborazione, sono tornati sul territorio a delinquere”.

A chi si riferiscono?

Due su tutti: Claudio Carbonaro e di Roberto Di Martino.

Claudio Carbonaro (LEGGI ARTICOLO), dopo svariati omicidi si pente e, finito il periodo di “collaborazione”, ritorna sulla scena del delitto: a Vittoria.

Sul suo ritorno alla delinquenza, le Forze dell’Ordine faranno chiarezza.

Carbonaro, con l’aiuto di Nino e Crocifisso Minardi, si sarebbe inserito nel (fruttuoso) settore della plastica.

Molti imprenditori avrebbero ricevuto la visita di Carbonaro che, con i Minardi, “offre” i suoi servizi, “raccomandandosi” di accettarli. Di quale servizi? Semplice: offrono – con il loro “garbo”- di ottenere la possibilità di rimuovere, sostituire e riciclare la plastica delle serre. Per inciso, si tratta di un affare veramente enorme, basti pensare a quanto ammonti il numero delle serre presenti e la plastica da dismettere e riciclare.

Parlando delle presenze che furono, di Claudio Carbonaro e soprattutto della plastica, non si può non fare riferimento ad un altro “storico” condannato per mafia, Giovanni Donzelli.

E proprio a Giovanni Donzelli, per la cronaca, risulta intestata l’Azienda Sidi, balzata agli onori delle cronache per il disastro ambientale a seguito di attente indagini condotte dalla Finanza per delega della Procura di Ragusa. Va riconosciuta, da parte della Procura di Ragusa, un’attenzione certosina per il territorio e per le nuove dinamiche criminali.

La Sidi Srl, con alterne vicende giudiziarie, si sta scoprendo come una polveriera ambientale, proprio nell’ambito campo della plastica.

Giovanni Donzelli (come detto in precedenza, già condannato per mafia), Raffaele Donzelli (figlio), Giovanna Marceca (moglie di Giovanni e madre di Raffaele), Salvatore Macchiavello e Giovanni Longo, sarebbero gli attori che, con diversi ruoli, avrebbero partecipato (ovviamente secondo quanto si legge nel decreto del Gip, richiesto dalla Procura di Ragusa, dopo le indagini della Finanza) al disastro ambientale che la società di lavorazione della plastica (dismessa proveniente dagli impianti serricoli) ha commesso nel territorio vittoriese e acatese.

Nell’articolo dedicato (LEGGI) si estrapolava dal dispositivo del Gip come “Quanto al pericolo, giova osservare che la libera disponibilità dell’opificio e del terreno circostante dove la SIDI srls esercita la sua attività in difformità dalle prescrizioni dell’A.U.A. può aggravare e protrarre le conseguenze del reato, con danno per la salute umana e l’ambiente”.

Il tutto smaltito in una cava di sabbia dismessa in località Marina di Acate, cioè a due passi dallo splendido mare ibleo, reso famoso dalla fiction “Il Commissario Montalbano”.

I rifiuti, definiti “pericolosi” dalle analisi disposte dalla Procura di Ragusa, rappresentano una vera e propria bomba ambientale.

La questione è ancora aperta e le indagini sono tutt’ora in corso per accertare anche come l’Azienda (ma non sarebbe l’unica) avrebbe ottenuto autorizzazioni e concessioni (a detta della Procura) prive di fondamento.

Come sempre l’invito è rivolto ai cittadini nel non essere sudditi e succubi di questa gente (anche solo indirettamente), quindi riconoscerli, denunciarli ed isolarli

E ricordiamoci che, come affermava Paolo Borsellino, “il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare…”.

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N.B: La mappa con i nomi è un quadro storico che scaturisce da diversi fattori: informazioni spiegate nell’articolo, dichiarazioni dei pentiti, interrogazioni parlamentari e sentenze storiche sulla mafia ragusana.

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