La sanità organizzata nell’alto Tirreno cosentino, l’ombra della ‘ndrangheta dietro la malasanità?

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Se anche fosse vero che la sanità cosentina non sia in mano alla ‘ndrangheta, come vorrebbero far credere, di sicuro in cabina di “regia” si celerebbe un qualche potere occulto che tanto le somiglia. E una magistratura attenta prima o poi, se ne accorgerà.

Ne parliamo oggi nella prima parte di un’inchiesta che svilupperemo punto per punto.

Sull’alto Tirreno cosentino concedere il beneficio del dubbio è pressoché impossibile. La ‘ndrangheta, incontrollata e prepotente, quella dello spaccio di cocaina come se piovesse, delle estorsioni, dell’usura, dei finti bandi di gara, degli appalti truccati, delle assunzioni ad hoc, delle società di servizi di qualsiasi genere, nella sanità c’è dentro fino al collo, con i suoi picciotti e i prestanome sguinzagliati dentro e fuori uffici e corsie d’ospedali. Alcuni sono medici, infermieri, impiegati e revisori dei conti.

Pochi, a dire il vero, ma buoni.

Un piccolo esercito di papponi asservito al potere delle ‘ndrine e dei suoi più noti “rappresentanti” politici, coadiuvato anche da un certo sistema bancario colluso, che vede protagonisti un numero indefinito di faccendieri in giacca e cravatta, prestanome eccellenti e finanche qualche “amico” in divisa. Basterebbe dare un’occhiata all’elenco dei conti correnti di certe banche e alle relative agevolazioni concesse, talune da diverse centinaia di migliaia di euro, soprattutto laddove, nel medesimo istituto di credito, un onesto lavoratore si vede respingere pratiche di finanziamenti da 3mila euro. Soprattutto in quelle banche dove chi valuta le pratica e chi eroga i fondi sono incredibilmente la stessa persona. Succede anche questo.

Ma torniamo alla sanità, settore preferito dalla malavita organizzata per ripulire il denaro sporco, e precisiamo subito una cosa: non c’è una struttura che si presti più delle altre, da Praia a Mare a Paola, e cioè su tutto il litorale altotirrenico, gli uomini, e le donne, ritenuti vicino ai clan Muto e Serpa, pullulano. Nel corso degli anni, sin dalla notte dei tempi, le assunzioni ospedaliere sono sempre state sospette. Ma nessuno se n’è mai curato, a parte la stampa, che, comunque, pur suscitando l’interesse di qualche Procuratore, non è mai riuscita a distruggere il sistema.

Tra il 2008 e il 2010, solo per fare un esempio di recente, furono almeno 15 le assunzioni di persone ritenute, come indicava un’inchiesta del Corriere della Calabria, appartenenti ai due clan. Resta il fatto che scorrendo la lista degli assunti a tempo determinato ci si imbatte in molti pregiudicati, alcuni per reati piuttosto gravi. Il polverone mediatico si alzò anche anche per i 133 precari assunti dall’Asp a qualche ora delle elezioni regionali del 2014, sistemati in tutte le strutture pubbliche della zona, perché molti di loro erano provenienti da Cetraro (QUI l’elenco completo con nomi, cognomi e residenza).

Ma, in concreto, la macchina delinquenziale agisce in silenzio, o quasi, muovendo milioni e milioni di euro, a scapito della sanità pubblica e in generale della buona sanità. Ma per capire come e perché, occorre sottolineare che il sottilissimo confine tra ‘ndrangheta e politica, sull’alto Tirreno, più che altrove, si fonde in un connubio indissolubile.

Funziona più o meno così. I capi della sanità si riuniscono con le loro pedine o pseudo tali attorno alle tavole imbandite di pesce fresco. Quasi sempre omaggio della casa. A quei tavoli si siede chiunque, nel senso che le pedine dei potenti sono solitamente i più insospettabili. Dal sindaco paladino della giustizia al medico stimato professionista timido e impacciato. E poi ci sono loro, le facce pulite che fanno da tramite con le ‘ndrine e i loro interessi nella sanità, i rappresentanti di certe cliniche private e anche i più pericolosi pregiudicati della zona. Tutti insieme appassionatamente, come nelle scene del film “Il Padrino” nel giorno in cui si sposa la figlia del boss, tutti chiedono la “grazia”. A patto che poi i favori fruttino voti.

Le decisioni avvengono lì, lontano da occhi indiscreti e orecchie bioniche e tecnologiche. Lì si decide chi è l’azienda amica che deve vincere il bando, chi deve portare le forniture dei prodotti, e finanche a quale azienda rivolgersi per l’acquisto dei macchianari. Che, talvolta, forse per la fretta, pur essendo uguali e acquistati nello stesso giorno dalla stessa casa, risultano avere due prezzi differenti. Lì si decide quando e quanti soldi andranno alle cliniche private. Semplice come chiedere un caffé al bar.

Nulla è lasciato al caso, i cani da guardia mantengono tutto sotto controllo e sono piazzati ad hoc nelle strutture per convincere i medici e i dirigenti medici a perseguire una certa linea. Se, per esempio, si è deciso che l’ospedale di Praia a Mare non deve riaprire perché si avrebbe una grossa perdita di denaro per la sanità privata, anche se la mancanza di un Pronto Soccorso e una sala operatoria è già costata centinaia di vite umane, non c’è sentenza del Consiglio di Stato che tenga. Né giudizio di ottemperanza. E neppure Commissari straordinari nominati dal giudice del Consiglio di Stato. Piuttosto si fanno dimettere. Con le buone, o con le cattive. Il tutto grazie anche ad un grave e inspiegabile silenzio dei dirigenti, che genera il forte sospetto di collusione e complicità. Se si è deciso di deviare il flusso di pazienti verso altre strutture, senza tenere conto dei danni che si provocano e dei casi di malasanità generati, è pur certo nella Casa della Salute ogni tanto andrà in tilt la linea dei computer che fa sballare le prenotazioni, mentre spesso e volentieri andranno in avaria, a turno, i macchinari della mammografia, delle radiografie, dei raggi x, dell’ortopanoramica, della tac e via dicendo, guardandosi bene dal far giungere una Risonanza Magnetica che nelle strutture a pagamento un solo esame frutta anche 250 euro.  Anche perché ridurre le prestazioni all’osso significherebbe dimostrare che chiudere definitivamente la struttura sanitaria sarebbe meglio che tenerla aperta in queste condizioni. Per la gioia, ancora una volta, dei medici della sanità privata.

Poi ci sono figli, amanti e amici da sistemare, appalti da truccare, fatture da gonfiare. Mica facile la vita dei boss della sanità. In ballo ci sono una valanga di voti da custodire e una montagna di milioni da portare a casa e spartire con la malavita. La stampa denuncia e la Magistratura apre le inchieste. Che poi, alla fine, vengono sempre archiviate. Mai nessuno è colpevole. Perché i boss della sanità, dicono i soliti beninformati, sono ben ammanicati anche nelle Procure. E poco importa se la gente muore in strada aspettando i soccorsi che non arrivano o una tac che non farà mai. L’importante è che i potenti possano continuare a comandare e arricchirsi per continuare a comprare voti e l’anima di gente senza scrupoli.

di Francesca Lagatta e Paolo Borrometi

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