Modica, dalle ordinanze alla tutela del lavoro, qualche riflessione “a freddo”

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Qualche settimana fa si è molto polemizzato a causa di un’ordinanza di chiusura coattiva degli esercizi commerciali modicani, prevista per il giorno di pasquetta, dopo le proteste di alcuni lavoratori.

In molti, i più malevoli, abbiamo pensato che il Sindaco abbia assunto quella decisione perché si è fatto due conti semplici: moltiplicando il coefficiente di gradimento per il numero delle famiglie di lavoratori coinvolti, avrebbe attenuto un risultato di consenso elettorale (fra meno di due mesi si vota) assolutamente proporzionato.

Qualcuno, invece, ha esaltato l’ordinanza, quale estremo baluardo “in difesa e tutela del lavoro”.  Quest’ultimo deve essere stato motivato da mala fede, da estrema ingenuità o da totale mancanza di conoscenza del lavoro in Italia e, segnatamente, nel nostro territorio.

Ed allora, diciamoci alcune cose.

La disoccupazione giovanile ha raggiungo, nel 2017, il 35,7%, con la conseguenza di un esodo continuo e costante di tanti nostri figli verso i paesi stranieri dell’Europa e del resto del mondo (io stesso, giusto per fare un esempio, ho un fratello che lavora in Germania).

l’Istat, poi, ci dice che il numero dei dipendenti precari è cresciuto a discapito di quelli a tempo indeterminato, così come è cresciuta l’occupazione nel mondo del lavoro autonomo a discapito di quello dipendente. Molti lavoratori, quindi, hanno perso la garanzia del posto fisso e molti altri si sono dovuti reinventare un’attività c.d. “in proprio”.

La realtà ci parla, poi, di lavoratrici costrette a firmare dimissioni “in bianco” (che i datori di lavoro si riservano di “tirare fuori dal cassetto” in caso di gravidanza), di lavoratori costretti a firmare per quietanza buste paga a fronte di una retribuzione effettiva assai inferiore rispetto a quella in esse indicata, di un lavoro straordinario non pagato o sottopagato, di ferie mai godute e nemmeno retribuite, di turnazioni subite e non concordate, di negazione dei diritti inerenti la paternità, di potere disciplinare datoriale usato come strumento di coazione e subordinazione psicologica dei dipendenti.

Oggi si parla anche di vessazioni nelle Pubbliche Amministrazioni, soprattutto gli enti locali, da parte di organi elettivi che non disdegnano di usare il loro potere per soggiogare i lavoratori del settore.

Se rivolgiamo lo sguardo al mondo dell’agricoltura, quello a noi più vicino, ci accorgiamo della riemersione del caporalato e, nei casi peggiori, di vere e proprie forme di schiavitù. Apprendiamo, da alcune inchieste giornalistiche, che nelle nostre campagne ci sono lavoratrici “schiave”, di giorno occupate nei campi e di notte usate (letteralmente) per il divertimento personale dei loro datori di lavoro, nostri bravi concittadini!

Sempre nel campo dell’agricoltura ci sono lavoratori autonomi, titolari di aziende a conduzione familiare (anche loro sono lavoratori nel senso proprio del termine), stremati dalla crisi, tanto da essere spinti, come tragicamente accaduto qualche giorno fa a Vittoria, a togliersi la vita.

E poi ci sono gli artigiani, i professionisti, soprattutto giovani, e tutti gli altri lavoratori, quelli che sono tali perché vivono del solo loro lavoro, distrutti da una tassazione ignobilmente insostenibile e che castra ogni speranza di crescita e sviluppo.

Parlare di “tutela del lavoro”, quindi, solo perché si è consentito ad alcuni dipendenti di qualche negozio locale di trascorrere la pasquetta in famiglia mi sembra eccessivo, oltre che offensivo per i diretti interessati, ai quali spetta indiscutibilmente questo diritto in quanto fatto acquisito, non sindacabile né oggetto di concessione dall’alto!

Ed allora, prima di estremizzare le giustificazioni su una palese trovata elettorale di qualche politico professionista in cerca di voti, dovremmo costringerci a guardare la realtà, per evitare di far torto a milioni di persone in difficoltà o rendendo quasi ridicolo un problema che, invece, è serio e dovrebbe essere affrontato e risolto, da quegli stessi professionisti della politica, con la dovuta diligenza e soprattutto con la necessaria serietà.

Purtroppo, al giorno d’oggi, non sempre si riesce a fare un ragionamento Politico, nel senso proprio e altro del termine, finendo triturati nella rissosa polemica delle tifoserie.

Ed allora, giusto per andare “appriessu o munzignaru” (badate, “munzignaru” nel senso metaforico del detto siciliano), aspettiamo di vedere cosa sarà fatto in vista del 25 aprile, che, lo ricordo, cade di mercoledì e, poi, del 1° maggio, che “viene” di martedì…

Buona domenica e scusate se oggi mi sono dilungato più del normale 🙂

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Antonio Ruta, classe 1977, esercita la professione di avvocato.
Ha sempre militato nella sinistra ed oggi quale componente dell’area Civati fa parte del coordinamento cittadino del PD modicano. Sposato, ha scelto di rimanere a Modica per costruire una famiglia e per contribuire, come cittadino, alla crescita della città. Oggi collabora con La spia.it, per la quale cura la rubrica di commento ‘Il Tazebao’. Politicamente si colloca nell’area della sinistra radicale del partito, convinto assertore degli ideali socialisti e delle politiche di tutela dei diritti e della sostenibilità ambientale.
Ha eletto a suo modello un concittadino illustre anche se troppo spesso bistrattato, Raffaele Poidomani, il cui genio creativo e la grande umanità personale rappresentano per Antonio Ruta un punto di riferimento ed un esempio non comune di sacrificio.

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