Omicidio Ashley – il fascino morboso del reato

Ieri 9 gennaio a Firenze, in zona Oltrarno, è stata ritrovata morta, a casa sua, una ragazza americana. 35 anni, di statura piccola, riservata, sorridente. Molto carina. Si chiamava Ashley. Ma può darsi che chi legge queste righe sia già venuto a conoscenza dell’accaduto. Era una mia vicina. Non so quasi nulla di lei a parte che amava il suo cane di razza Beagle, chiamato Scout. E non sto a proporre questo “punto di vista” per commentare (invano) la tragedia, ne, soprattutto, per tentare di ricostruire fatti di cui non so… nulla.

Oggi, ho in bocca uno strano gusto di cenere e di alluminio.

Il gusto che descrive il detective Cole nella fiction True Detective, mentre sta a riflettere sui perché di un omicidio. Cenere ed alluminio, non ci sono parole più precise per dire, infatti, ciò che provo nei confronti della natura umana.

Non intendo quella natura umana che spinge qualcuno a fare del male ad altrui, a uccidere, per gelosia, per paura, per rabbia o per motivi economici. Questo purtroppo, ed è il mio punto di vista personale, fa parte dell’umano. Ed è inevitabile. Invece mi chiedo: come mai oggi la meta della passeggiata domenicale è la casa dov’è stato commesso il reato? Come mai i giornalisti che ci assiedono non sembrano conoscere le parole “decenza” e “deontologia”?

Per la precisione: sono giornalista pure io. Ma non così. In determinate situazioni non sono fiera di avere una tessera stampa. Anche se non è il mio modo di lavorare quello, ossia fare foto e riprese di “nulla”, fare domande vuote a persone che non sanno nulla, e pretendere “capire” mentre gli unici che hanno le informazioni obiettive sono gli inquirenti della Questura di Firenze.

Orbene. Ho imparato da tanto che non si può aspettare nulla di buono della natura umana. Ma questo modo di fare, così come una frase in fondo a un articolo della Nazione (senza firma) “Santo Spirito ha paura e si interroga”, non fa che svegliare gli istinti più bassi ed alimentare le paure le più assurde.

Ma che paura? Capisco che il cittadino non addetto ai lavori possa temere di fare una brutta fine dopo aver saputo di un omicidio nelle vicinanze. A maggior ragione nel proprio palazzo.

Capisco che una donna sola possa temere che l’omicidio sia legato alla malavita, al degrado, o sia il fatto di una delle deliziose creature (con la “c” minuscola) del Signore – tanto per fare nome e cognome – che non mancano in zona Oltrarno a Firenze.

Ma un giornalista degno di questo nome farebbe certamente meglio a informare (mi sa che è un dovere, se non un compito) senza sfruttare i bassi istinti evocati in precedenza. Un giornalista degno di questo nome dovrebbe astenersi di campeggiare dove non c’è nulla da vedere. E smetterla con lo sfruttamento dell’emozione – e quindi l’ignoranza – collettiva.

Mi chiedo come mai un giornalista si possa accontentare di “testimonianze” come quella: “è assurdo, veniva spesso a fare colazione nel nostro bar”. E che c’entra? Una viene a fare colazione al tuo bar e quindi non le può succedere nulla? Oppure conosci l’assassino ma ti sembra impossibile che sia lui il colpevole perché, appunto, lo conosci?

Purtroppo è questo il giornalismo odierno. Pubblicato su giornali che non ti servono neanche ad imballare il pesce perché l’inchiostro potrebbe macchiarlo…

L’umanità sta smammando a bordo di un carretto a mano. Non è una novità, e non lo affermo perché è stato commesso un omicidio. Ma perché gli avvoltoi cercano di strapparne ciascuno un lembo. Ed io, non nutro gli avvoltoi.

di Madeleine Rossi

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