Poi la mafia si arrese. E uccise Antonino Scopelliti con un fucile a pallettoni

“É senza dubbio un passo in avanti per raggiungere la verità. Il ritrovamento apre scenari importanti per appurare i responsabili di questo odioso crimine, confermando importanti recenti intuizioni investigative”.

La “verità” a cui fa riferimento il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, è quella sull’omicidio – ancora oggi irrisolto – del giudice Antonino Scopelliti, compiuto il 9 agosto di 27 anni fa (nel 1991) con un agguato a Campo Calabro, mentre rientrava dal mare. Scopelliti, in quei giorni, stava lavorando al maxiprocesso a cosa nostra, di cui avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa in Cassazione.

Secondo le ricostruzioni i killer furono almeno due, accostati lungo la strada che collega Villa San Giovanni a Campo Calabro, e (probabilmente) su una moto fecero fuoco con un fucile calibro 12 caricato a pallettoni, colpendo mortalmente alla testa il giudice. E quel fucile, stando all’annuncio del procuratore Bombardieri dato oggi nel corso dell’annuale commemorazione di Scopelliti, è stato finalmente ritrovato. Nel catanese.

La morte del magistrato aprì la stagione stragista che avrebbe portato, poco tempo dopo, alle bombe di Capaci e via d’Amelio in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro rispettive scorte.

Per l’uccisione di Scopelliti furono istruiti e celebrati ben due processi (uno nel 1996 contro Salvatore Riina e sette boss della “commissione” di cosa nostra, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri sei boss) ma tutti gli imputati furono assolti, in quanto le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia vennero giudicate discordanti. Eppure oggi è importante ricordare il secondo processo, perché fra i sei boss a giudizio con Provenzano, vi era Nitto Santapaola, proprio il capomafia catanese da sempre alleato ai corleonesi. E proprio nel “suo” territorio è stata ritrovata l’arma che portò alla morte del giudice calabrese.

Secondo quanto si è appreso dai due processi, seppur non arrivando mai a condanna – come si diceva -, l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti fu deciso dopo diversi tentativi di corromperlo. Cosa nostra, nel racconto del collaboratore di giustizia Marino Pulito, fece avvicinare il giudice che “rifiutò 5 miliardi di lire per raddrizzare il maxi processo”.

Il movente dell’omicidio è stato sempre indicato, quindi, nell’incorruttibilità del magistrato. Scopelliti andava “ammorbidito”. Ma quando i capi di cosa nostra capirono che il giudice non fosse come altri suoi colleghi, ne ordinarono l’esecuzione. E la ordinarono in stretta collaborazione con la ‘ndrangheta, nell’unica strategia di destabilizzare il paese con modalità terroristiche. Strategia messa in atto e confermata, dall’omicidio Scopelliti in poi, e fino al 1994.

Pochi giorni dopo (esattamente l’otto agosto) fu Giovanni Falcone che, sulle colonne de “La Stampa”, ricordò il collega magistrato.

“L’ultimo delitto eccellente l’uccisione di Antonino Scopelliti è stato realizzato, come da copione – scrisse -, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso. Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile”.

E Falcone sapeva bene cosa affermava, anche quando precisò – fra le critiche a cui era abituato – che “è difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose (“Cosa Nostra” siciliana e “‘ndrangheta” calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l’opportunità; e alla luce dell’esperienza fatta non si può certo dire che finora queste organizzazioni abbiano fatto passi falsi”.

Passi falsi, successivamente, le organizzazioni mafiose ne avrebbero fatti. Le stragi che si aprirono da quel torrido 9 agosto del 1991 sono tante e ci portarono via valorose presenze. La storia del nostro Paese è legata a quel periodo, come confermano le recenti sentenze sulla cosiddetta “trattativa” e sul “Borsellino quater”. Stragi compiute da uomini della mafia ma con una regia ben più complessa che aveva la sua “testa” in infedeli uomini dello stato.

Ma oggi, certamente, almeno per arrivare alla verità del giudice Scopelliti un elemento in più lo si ha: quel fucile a pallettoni ritrovato nel catanese, in quella parte di Sicilia dove regnava incontrastato lo “zu” Nitto Santapaola. Esattamente quella parte orientale della terra di Trinacria che, per molti anni, è stata considerata come di secondaria importanza per cosa nostra.

(FONTE: AGI)

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Nato a Ragusa il Primo febbraio del 1983 ma orgogliosamente Modicano! Studia al Liceo Classico “Tommaso Campailla” di Modica prima, per poi laurearsi in Giurisprudenza. Tre grandi passioni: Affetti, Scrittura e Giornalismo.
“Il 29 marzo del 2009, con una emozione che mai dimenticherò, pubblico il mio primo romanzo: “Ti amo 1 in più dell’infinito…”. A fine 2012, il 22 dicembre, ho pubblicato il mio secondo libro: “Passaggio a Sud Est”. Mentre il 27 gennaio ho l’immenso piacere di presentare all’Auditorium “Pietro Floridia” di Modica, il mio terzo lavoro: “Blu Maya”. Oggi collaboro con: l’Agenzia Giornalistica “AGI” ed altre testate giornalistiche”.

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