Ragusa, Terra di mafie. “Andiamo nel ragusano, nei nostri terreni, che pace che c’è…”

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Andiamo nel ragusano, nei nostri terreni, che pace che c’è…”. La frase, questa frase che fa capire tanto, è pronunziata da uno dei più importanti pentiti di mafia.

Per molti anni si è sostenuto che Ragusa fosse la provincia “babba”, presuntuosamente (e pretestuosamente) immune da qualsiasi criminalità organizzata.

Da tempo siamo impegnati nel contribuire a svelare le trame del malaffare e della criminalità organizzata in questo meraviglioso lembo di Terra.

Proprio con questo spirito inizieremo a pubblicare, a puntate, delle inchieste sul territorio ragusano, partendo da documenti unici e dalle parole (inedite, mai pubblicate) di importantissimi pentiti di mafia. Soggetti che, purtroppo, hanno fatto parte della cabina di regia del comando mafioso, della cupola di Riina e Provenzano e grazie alle loro parole, sveleremo l’ipocrisia che troppo spesso ha accompagnato l’omertà e la collusione in questa provincia.

Ipocrisia, sottovalutazione e minimizzazione che, a lungo andare, hanno finito per favorire culturalmente le mafie, creando un humus fertile e facendo diventare il territorio ragusano una zona franca per summit, investimenti economici da capogiro e collusioni politiche.

Sottovalutazione che, va detto, non ha rappresentato un freno per gli inquirenti (investigatori e magistrati) i quali, in questi anni, hanno lavorato alacremente sul territorio, lontano dalle “vetrine”. Donne e uomini che hanno dovuto innanzitutto rompere il muro dell’omertà dilagante.

Dalle parole dei pentiti e dai documenti che, poco per volta, pubblicheremo (in assoluta esclusiva), si evince una realtà completamente diversa da quella ovattata ed immune dalla mafia.

Come vedremo il territorio provinciale sarà (idealmente) diviso in due: da un lato Vittoria, Comiso, Scicli, Acate, Monterosso, dove le mafie investivano tanto (soprattutto nel comparto dell’agricoltura) e dove inoltre si sparava, tanto che ci fu un periodo in cui i morti ammazzati si contavano a decine; dall’altro Ragusa, Modica, Pozzallo, dove le mafie facevano affari ed investivano, con imprenditori insospettabili e con la complicità di molti.

Nomi veramente insospettabili, una terra, quella iblea, di esclusiva competenza di Bernardo Provenzano

ACATE

I Salvo avevano in mano il paese di Acate. Vengono portati in questa zona dal catanese “zu” Orazio Carcarazza (Orazio Nicotra, si chiarirà in seguito). Loro (i Salvo) avevano completamente in mano l’amministrazione…..”.

A parlare è uno dei più importanti pentiti di mafia, Angelo Siino, soprannominato il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra. Uno dei pentiti più precisi ed attendibili della cupola mafiosa.

Ed è proprio Siino a spiegare il perché dello sbarco dei Salvo in questa zona, ad Acate, nel vittoriese e nel ragusano.

Per Siino la risposta è semplice: “Il particolare pregio di questi terreni era dato da due fatti: il fatto che prima di tutto erano veramente dei terreni bellissimi e poi dal fatto che localmente c’era un humus fertile, qualcosa c’è, cioè praticamente c’era nella zona di Vittoria, c’era il famoso mercato…”.

Una situazione – precisa Siino – ottima, nella zona di Vittoria si stava da padreterno. Si faceva ciò che si voleva”.

E lì, ad Acate, nel vittoriese, nel ragusano, troverà riparo per la sua latitanza Bernardo Provenzano ed anche Matteo Messina Denaro.

Bernardo Provenzano, c’è stato lì latitante, anche perchè la zona….era invasa, Acate, era invasa dai Salvo, perchè ad Acate avevano una grandissima proprietà, non solo Nino ed Alberto, ma anche Ignazio”.

Ed è lo stesso Siino ad aggiungere particolari che fanno capire come questa zona fosse di diretta competenza di Provenzano.

Poi capii perché Provenzano stava qua, perchè praticamente era a casa sua. Questi signori poi che andarono in auge, perchè Provenzano ha detto ‘vanno bene sono brava gente, picciotti buoni…”.

Ma fisicamente dove stava Provenzano?

Provenzano fisicamente stava in questa masseria mal messa allora, non so ora ma guardando, pensando al proprietario, secondo me – precisa Siino – avrà fatto l’impero perchè questo di qua era uno è uno che attualmente, è uno di quelli dell’associazione industriale di Agrigento”.

Storicamente, chi sono i primi ad arrivare nel vittoriese e ad Acate?

Stefano Bontate aveva dei giardini qui nell’acatese, nel vittoriese” ma “li curava piu’ il fratello Giovanni”.

Bontate veniva spesso nel ragusano, infatti Siino chiarisce a chi lo interroga: “Lei si immagini quando ci andava Stefano Bontate, che era al culmine della sua carriera mafiosa del suo nome, c’erano feste, cose, cose di questo genere. Erano proprio cose, che io mi ricordo per questo perchè mi colpivano anche la mia fantasia”.

Dopo Bontate, i Salvo, nella seconda decade e metà degli anni settanta.

Ma Siino riserva sorprese. Nel ragusano, precisamente fra Vittoria ed Acate, ha investito anche “Salvatore Montalto. Salvatore Montalto – spiega Siino – era un personaggio di Villabate che era nella Commissione di Cosa Nostra”.

E se tutto ciò non vi bastasse, “ecco uno degli altri che investì in zona, fu Guttadauro, perchè aveva investito, a Castelvetrano perchè era cognato di Messina Denaro e praticamente poi Guttadauro aveva investito anche ad Acate”.

Da calcoli approssimativi, arrotondati per difetto, si deduce che in mano a famiglie palermitane mafiose sono stati 20mila ettari di terreno, tra Acate, Vittoria, Gela e Comiso, per un valore di circa 100 milioni di euro.

Chi è stato a vendere i terreni ai Salvo? Siino non ha dubbi: “Mi sono ricordato veramente chi erano i proprietari ante Salvo… prima dei Salvo c’erano gli Arezzo…”.

Poi Siino spiega l’importanza di questi terreni anche per gli “impianti”, la vite e gli agrumi. Fino a dire che oramai questa zona fosse diventata “un’enclave di mafia” “Erano tutti mafiosi in questa zona, tanto da dire spesso” a Palermo “la parola ‘emo da ni nuatri a che pace che cè…”.

E perché c’era la pace, chiede chi il magistrato che interroga Siino.

Perchè c’era pace, non c’era nessuno che gli dava fastidio”.

E sulla politica? “C’erano degli onorevoli in zona che permettevano che tutto andasse bene”.

E gli appalti in zona? Li gestiva Siino in prima persona.

“Si, anche su quella zona (Ragusa), no io praticamente…in Sicilia ed anche nel continente avevo la licenza di uccidere… Per cui praticamente potevo occuparmi di tutte questi personaggi, e….e … e….questi personaggi e gli appalti”.

Poi Siino afferma che la “presenza in questa parte della provincia di Ragusa di questi personaggi non condizionava la gestione degli appalti. Perchè praticamente questi lasciavano liberi i politici a gestire la cosa. Cioè praticamente, queste persone non se ne occupavano.

Perchè succede – spiega Siino – quello che succede anche nella provincia di Enna, che i politici fanno i politici ed i mafiosi fanno i mafiosi ognuno con le sue competenza. Ai politici – spiega Siino – andavano le Tangenti e le cose così..”.

E perché?

Siino è durissimo: “Dottore il problema è che i politici hanno una paura della mafia fottuta….Ma perchè… Perchè non è tanto paura fisica è paura che si devono spartire, il il… quello che sono quello che è il premio…E’ un problema di piccioli, non è che….Come ce l’hanno i mafiosi ce l’hanno i politici. Ce l’hanno….Quando si mettono d’accordo succedono i guai perchè praticamente riescono tutte e due a vessare a spremere…”.

Anche la Ragusa-Catania, una delle incompiute di questo territorio, per Siino è stata ad “appannaggio della mafia”.

C’è una parte che ha coinvolto, delle operazioni su la strada Ragusa Catania. Ragusa Catania ha una caratteristica nota, che è a mezzo la roccia lavica, nella zona del lentinese c’era la possibilità di fare un lavoro, un sub appalto fu acquisito da un certo Borella che era un imprenditore del nord molto forte e che aveva dei mezzi di una certa importanza di nove e cose di questo genere e c’erano naturalmente Nello il capo mafia di Lentini….Nello Nardo…”.

Ma gli interessi furono tanti, Siino ne cita altri. Poi “ci fu tutta la strada che fu l’unica grande opera che andava dal ponte chè c’era su Ragusa che… ad un certo punto suscitò un certo appetito un certo interesse la cosa fu completamente trattata da Nello (Nardo) e dal capo mafia di Caltagirone, Ciccio La Rocca. Fu trattata da lui…da Ciccio La Rocca”.

Addirittura Siino collega l’episodio del tentato omicidio a La Rocca a questa opera. “Tant’è che allora quando spararono a Ciccio La Rocca io pensai che fosse conseguenza… di questa cosa”.

Poi c’era un imprenditore di Monterosso, spiega Siino. “Mi pare Burgio, si Burgio può essere”.

Ma chi pensa che la questione finisca qui, si sbaglia. Anche il Porto di Pozzallo fu ad appannaggio – secondo Siino – della mafia. “Questa vicenda ne ho parlato abbondantemente, perchè l’avevano in appalto i miei soci che era il Farinella Cataldo ed Agnello Vincenzo che praticamente si erano appaltati questa cosa tramite dei politici socialisti”.

Facendo un passo indietro, adesso di chi sono i terreni che erano della mafia nel vittoriese, ad Acate e nel ragusano? Dopo i Salvo, chi ha preso il predominio?

Ecco che Siino fa chiarezza: “Si, però deve sapere che c’è sempre un inizio nell’accusa io ho trovato situazioni dopo decenni che sono ancora quelle radicate, ancora così può essere che siano ancora, la situazione è ancora così….Certamente con l’oscurarsi della stella Salvo nella zona del Dirillo ci sarà ora altre situazioni… Io so che li hanno comprati diversi personaggi però sempre nel campo vinicolo… Alcuni possono essere questo Cusumano che il genero di Salvo…”.

Da qui Siino spiega tutta la vicenda che riguarda Feudo Arancio ma questa storia, così complessa, sarà il tema centrale di un capitolo assestante.

Così come, prossimamente, ci occuperemo del Mercato di Vittoria, dei possedimenti, delle abitazioni, degli imprenditori vicini a Simone Castello, postino di Provenzano, considerato da Siino come il “ministro dell’Agricoltura di Cosa Nostra, legato al partito Comunista e ad un politico in particolare…”. Dei rapporti con i Carbonaro e con gli altri mafiosi locali.

Ancora c’è tantissimo da raccontare, siamo solo all’inizio di un lungo racconto…

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1 commento

  1. […] Per comprendere basterebbe citare come, secondo alcuni dati della Banca d’Italia, la provincia di Ragusa goda del privilegio di poter contare su uno sportello bancario ogni duemila persone compresi i bambini (per l’esattezza 2.040). Sembra quasi una sorta di “El Dorado” ricco di immense ricchezze tali da giustificare un rapporto abitanti/banche ben superiore al capoluogo di Regione (a Palermo uno sportello ogni 2.827 abitanti). Un’isola nell’isola che negli anni ha visto investimenti di imprenditori in odor di mafia (come Oliviero Tognoli) e di mafiosi veri e propri che la hanno considerata come una “terra loro” (basti leggere le dichiarazioni del pentito Siino – leggi l’articolo). […]

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