Terremoto del Belice, 49° anniversario di quel triste evento (analisi di Mario Mattia)

0
2051

Anche quest’anno, il 15 di Gennaio rappresenta una data di riflessione e di ricordo per le popolazioni che, esattamente quarantanove anni fa, furono colpite dal disastroso terremoto del Belice. Una data che per molti è sinonimo di mille articoli, mille inchieste, fiumi di inchiostro e di parole. Spesso inutili e talvolta dannose. Tanto dannose che il lettore di Milano o di Roma (ma lo stesso vale per quello di Catania o di Messina) associa automaticamente il termine Belice ad un altro termine: fallimento.

Il fallimento nei primi soccorsi. Il fallimento nell’immediato post-terremoto, quando l’unica risposta che seppe dare lo Stato furono i biglietti gratis per ogni destinazione. Ma biglietti di sola andata.

E poi il più grande dei fallimenti. Che è certamente quello della ricostruzione.

I freddi numeri raccontano di una sequenza sismica durata molto a lungo. La scossa principale fu preceduta da una serie di eventi minori iniziati il 14 Gennaio, di cui tre con magnitudo momento compresa fra 4.9 e 5.2, e seguita da altri 79 eventi, con una forte replica di Mw=5.5 il 25 Gennaio. Dalla fine di Gennaio al 1° Giugno dello stesso anno furono registrati dall’Università di Messina altri 65 terremoti con M≥3, e circa un migliaio di repliche con M≥2. E’ da sottolineare che molto ancora si discute sia sulla localizzazione delle scosse principali della sequenza, sia sulla determinazione della magnitudo. Entrambi questi parametri risentono, ovviamente, della modesta densità di stazioni sismiche al tempo del terremoto e sulla non ottimale qualità dei pochi dati strumentali disponibili.

La disastrosa sequenza interessò l’area compresa fra le province di Agrigento, Trapani e Palermo, comunemente definita col termine di Valle del Belice, provocando danni in diversi comuni della Sicilia centro occidentale (quindici in totale). La sequenza interessò l’intero spessore di crosta compreso trala profondita di 1 e 36 Km, con molti eventi allineati lungo la direzione NE-SO della Valle del fiume Belice. L’area danneggiata in modo più rilevante fu molto vasta e coprì, all’ingrosso, un triangolo che va, ad ovest, da Menfi a Salemi, attraverso Partanna e Santa Ninfa e, ad est, a Poggioreale attraverso S. Margherita. Dei quindici paesi interessati, dieci furono quelli maggiormente colpiti e, fra questi, quattro furono completamente distrutti: Gibellina, Montevago, Salaparuta e Poggioreale. Gli altri paesi in cui si riscontrarono le più alte percentuali di danni furono Santa Ninfa, Santa Margherita Belice, Partanna, Salemi, Menfi, Contessa Entellina, Vita e Camporeale; mentre danni minori si ebbero a Roccamena, Castelvetrano e Sambuca. La dolorosa conta delle vittime racconta di 352 morti e 576 feriti. I senzatetto furono 55.700. Purtroppo, la mancanza di evidenze di effetti visibili sul terreno legati alla presenza delle faglie che hanno scatenato questa drammatica sequenza, ha fatto sì che ancora oggi il dibattito sia aperto e molte sono le ipotesi sulla reale struttura geologica responsabile della sequenza. Solo recentemente una analisi multidisciplinare ha rivelato, grazie all’utilizzo di tecniche geodetiche satellitari (InSAR e GPS) e ad una serie di profili sismici in mare ad alta risoluzione, l’evidenza di faglie inquadrabili nello stesso contesto delle strutture responsabili del terremoto del 1968 e che potrebbero essere anche legate alle due scosse (IV secolo a.C. e IV-VI secolo d.C.) che hanno distrutto l’antica città greca di Selinunte.

La storia che segue la stretta emergenza legata all’evento sismico è molto complessa e, come sostenuto dall’On. Andreotti in una vecchia intervista sull’argomento, fu legata al fatto che “non esisteva un precedente”, visto che l’ultimo terremoto di queste dimensioni era accaduto nel 1914 e dunque esisteva persino la paura del tipo di precedente che si stava creando. Gli errori macroscopici fatti in quel periodo furono tanti, dalla mancata nomina di una autorità responsabile della ricostruzione (quello che oggi chiamiamo il “commissario straordinario”) dotato di poteri che potessero in parte prescindere dalle complesse pratiche burocratiche, all’accentramento nelle mani del governo centrale di tutti i fondi della ricostruzione e nella conseguente esclusione delle comunità interessate. Se a questo ci aggiungiamo le continue crisi di governo sia nazionale che regionale e gli interessi delle famiglie mafiose nella scelta dei terreni dei nuovi paesi e nei lucrosi appalti, il “mix” che ne esce è l’immagine di ciò che è stato il Belice dal 1968 ad oggi. Una mancata occasione di sviluppo per quella che, allora, era la zona d’Italia più depressa e povera. E che si è tradotta nell’esodo di almeno quarantamila siciliani verso il nord e verso paesi esteri. Ulteriori errori furono fatti nei modelli architettonici cui furono ispirati i nuovi insediamenti, legati a principi e schemi abitativi tipici del nord Europa e vissuti dalla popolazione come alieni e incomprensibili. Lo sforzo fatto da uno dei protagonisti della ricostruzione di Gibellina, il senatore Ludovico Corrao, di tentare una rinascita basata sull’arte e imperniata sul concetto di bellezza, rappresenta una delle poche perle di questa triste vicenda. E le opere lasciate dai grandi artisti contemporanei che hanno aderito a questa sfida, sono oggi il lascito di una generazione di visionari illuminati che hanno amato e creduto in un futuro migliore per la gente di questa valle.

Anni fa, provocatoriamente, durante un convegno, qualcuno disse che l’unico cambiamento sostanziale che il Belice aveva ottenuto grazie al terremoto era lo spostamento dell’accento (la vera denominazione infatti era Belìce e non Bèlice, come erroneamente riportato dai giornalisti al tempo del terremoto e da allora diventato il “nuovo” nome della valle). Ma è davvero così? Ciò che è certo è che oggi, il Belice, a 49 anni da quell’evento è profondamente diverso, ma è ancora terra dove i giovani preferiscono l’emigrazione e dove la parola “sviluppo” è una chimera. La speranza, che si va affermando sempre più impetuosamente è proprio in quel lascito di cui si diceva prima, ovvero nel patrimonio artistico e nel potenziale turistico di questi territori meravigliosi (la Gibellina con le opere di Consagra e Schifano e le architetture di Quaroni e Purini, o il Cretto di Burri – immenso sudario di cemento sul vecchio paese di Gibellina, realizzato dall’artista umbro Alberto Burri) come anche nell’impetuoso affermarsi, a livello mondiale, di vini di eccellente qualità originari di questo lembo di Sicilia.

(a cura di Mario Mattia, INGV Catania, Responsabile progetto “Tettonica della Sicilia sud-occidentale” finanziato dalla Struttura “Terremoti” INGV).

 

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

Aggiungi una immagine