“A Vittoria gli imprenditori cercano i clan…”. Rivelazioni shock, fra affari, avvocati ‘amici’ ed elezioni inquinate

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A Vittoria non c’è bisogno che i clan fanno estorsioni, sono gli imprenditori che cercano i clan per pagare e mettersi ‘in regola’ e non al contrario”.

E’ una delle rivelazione shock, fatta dai collaboratori di Giustizia nel processo per mafia che si sta svolgendo a Ragusa contro alcuni appartenenti al clan, da cui partiamo per aggiornare la situazione mafiosa e criminale nella realtà ipparina.

Ci troviamo nella ex “Provincia babba”, Ragusa, luogo in cui la convinzione generale era quella di essere immuni dalla criminalità organizzata. Proprio questa convinzione, insieme alla forza economica locale (per comprendere basterebbe citare alcuni dati della Banca d’Italia, secondo cui la provincia di Ragusa goda del privilegio di poter contare su uno sportello bancario ogni duemila persone compresi i bambini – per l’esattezza 2.040 –, il dato è ancora più forte se paragonata a Palermo, uno sportello ogni 2.827 abitanti) l’ha fatta diventare un territorio di investimenti mafiosi. Così si va dagli storici investimenti di cui nessuno parla come quelli di Oliviero Tognoli, super ricercato da Falcone in “pizza connection” a quelli di mafiosi veri e propri che la hanno considerata come una “terra loro” (LEGGI LA NOSTRA INCHIESTA GIORNALISTICA).

Così si è passati dal negazionismo o, ancor peggio, dal riduzionismo, fino alla grande attenzione a seguito della strage di San Basilio (2 gennaio 1999).

Tutto cambia affinchè nulla cambi. Gli anni passano ed i boss rimangano tali anzi, gli anni in carcere – per molti – rappresentano una vera e propria palestra.

Così a Vittoria oggi ci ritroviamo “vecchi” e “nuovi” boss.

Se da un lato le relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia puntano molto sulla famiglia Ventura, rappresentando un clan, quello che porta il nome dei “Carbonaro-Dominante” particolarmente unito, tutto ciò – ultimamente – potrebbe essere mutato.

Sicuramente rimane un clan Ventura molto forte, soprattutto con l’uscita dalle patrie galere del capomafia Filippo, ma i “vecchi boss” non stanno a guardare, creando un’instabilità notevole. Vediamolo nello specifico.

IL CLAN CARBONARO-DOMINANTE E I VENTURA

Se non si conosce la storia, non si può comprendere l’oggi.

Tutto nasce dal clan Carbonaro-Dominante, ovvero dalla “stidda”. A comandare il clan, prima di essere arrestati vi erano da un lato Carmelo Dominante, dall’altro i fratelli Silvio, Bruno e Claudio Carbonaro (tutti con decine di omicidi sulle spalle).

Successivamente, con vari reggenti, arriviamo al periodo in cui il clan Carbonaro-Dominante, sempre strettamente legato alla “stidda” gelese, è comandato da Filippo Ventura.

Filippo Ventura fu associato negli anni 90’ al clan insieme ai fratelli Giambattista (detto Titta u marmararu) e Gino.

Lo “zu Filippo”, ovvero il sanguinario boss Filippo Ventura (LEGGI APPROFONDIMENTO), è ritornato in libertà da qualche mese (e c’è chi giura ancora per poco).

LE ESTORSIONI

Le estorsioni continuano. Anzi, come abbiamo visto all’inizio dell’articolo, sono gli stessi imprenditori a cercare i boss in libertà per mettersi “al sicuro”.

Le parole del collaboratore di Giustizia Rosario Avila, molto addentro alla Famiglia Ventura, in quanto per anni compagno della figlia di Titta, Maria Concetta Ventura.

Tutti i commercianti si rivolgevano a Ventura Giambattista.

Per qualsiasi cosa che succedeva i commercianti andavano sia da mio suocero e anche da Angelo Ventura.

Andavano da Giambattista Ventura perché “lui era il capo, il boss di Vittoria. Lui era il capo, e si rivolgevano a lui per qualsiasi cosa, non lo so, per un recupero, oppure per un mancato pagamento, oppure perché gli avevano rubato un trattore, o perchè gli avevano fatto dei danni alle serre.

Ma per qualsiasi cosa si rivolgevano, anche per cose personali e private si rivolgevano a Giambattista Ventura. Perchè era il boss in quel periodo che non c’era Filippo. Aveva preso il posto di Filippo, essendo che Filippo era in carcere lui aveva preso il posto di Filippo”.

Insieme a Giambattista detto Titta Ventura, era Marco Papa a realizzare le estorsioni. Si, Marco Papa (in fotto sotto) è uno dei principali responsabili della raccolta dei soldi delle estorsioni a Vittoria.

LE ESTORSIONI NEL MERCATO E NELLA FILIERA

Le estorsioni a Vittoria non vengono perpetrate “solo” direttamente, ma anche indirettamente, ovvero imponendo i “propri servizi”.

Il tutto perché gli imprenditori, nell’ambito della filiera del Mercato ortofrutticolo di Vittoria e non, purtroppo non denunciano e preferiscono pagare, anche solo per “non avere fastidi” o ricevere servizi che accettano di “appaltare” a terzi (come il confezionamento o il ritiro ed il riciclo della plastica della quale ci occuperemo in seguito nell’articolo).

LE GIOVANI LEVE DEL CLAN E L’ATTIVITA’ DI FRANCESCO GILIBERTO

“Sono rimasti operativi e fino ad oggi sono operativi Francesco GilibertoMassimo Buzzone, Saro Nifosì, Angelo Ventura (u checco) e Adriano Vona…”

A parlare è il pentito Rosario Avila che indica i nomi del gruppetto e conferma ciò che noi scrivevamo da tempo, cioè che Giliberto farebbe parte dell’associazione mafiosa Ventura ed a lui è intestata un’importante azienda nel Mercato di Vittoria, la “Linea Pack”.

L’azienda era di proprietà diretta dei Ventura ed è una delle più importanti della filiera del mercato, in quanto produce cassette.

Avola, Buzzone, Giliberto e Ventura

Qualche tempo fa la Linea Pack passò di proprietà dai Ventura a Francesco Giliberto ma da tempo questo “passaggio” è indicato come fortemente dubbio, tanto da far ritenere che chi la ha acquistata (Francesco Giliberto, guarda caso proprio cognato del figlio di Giambattista Ventura, Angelo detto u checco) possa essere un prestanome o comunque socio dei Ventura.

Anche il pentito Giovanni Crimi indica il nome di Francesco Giliberto, affermando: “dopo il mio arresto hanno arrestato il Latino Vincenzo e il Giuseppe Doilo. Poi so che si è formato un gruppo gestito da Rosario Nifosì e so anche le persone che si è messo vicino” cioè “Emanuele Garofalo, Salvatore Macca, Pietro AlessandrelloFrancesco Giliberto, Massimo Buzzone, i fratelli Jerry ed Elvis Ventura, cioè i figli di Filippo Ventura”. Poi “Angelo Ventura, figlio di Giambattista VenturaAdriano Vona, Massimo Merz, Gino Ventura, fratello di Filippo e Giambattista Ventura”.

Oltre a loro operativi sono: Ivan Refano, Salvatore Refano, Giovanni Giacchi, Giovanni Scifo, Vincenzo Di Puma (che faceva l’autista a Elvis nell’ultimo periodo), Marco Di Martino ed Andrea Di Martino, infine Francesco Battaglia. 

Del gruppetto, come si apprende sia dalle parole di Avila, sia da quelle di Crimi, fa parte anche Massimo Buzzone (che traffica nella droga). Massimo Buzzone che, per confermare la teoria che andiamo dicendo da tempo, tutto ha tranne l’onore (o presunto tale) a cui fanno riferimento le organizzazioni mafiose.

Buzzone, infatti, avrebbe recentemente picchiato la compagna ed è stato (per questa ragione) denunciato. Come i Ventura hanno picchiato la figlia Maria Concetta (LEGGI ARTICOLO), lui ha picchiato la compagna.

Una straordinaria prova di “onore”. Speriamo che tutto ciò possa fare aprire gli occhi ai vittoriesi: stiamo parlando di persone che non hanno nessun “onore”, solo delinquenti che vorrebbero ridurre la nostra splendida realtà all’assoggettamento ed all’omertà.

Tornando ai nomi troviamo Ivan Lo Monaco (pregiudicato con piccole condanne per rissa e rapina) e Giuseppe Cammalleri (cognato di Francesco Giliberto). La “Linea Pack”, come è facile comprendere, è una cassaforte di soldi.

LA DROGA E LE RAPINE

La droga è l’unica merce che non conosce crisi. Non c’è investimento finanziario o impresa edile, agricola, industriale capace di produrre margini così elevati. I guadagni sono così immediati che anche un disoccupato, una persona che non ha mai avuto problemi di giustizia, viene tentato dall’entrare nell’impresa droga. E figuriamoci i clan.

Così la droga, a Vittoria e nell’ipparino, viene spacciata in grandi quantità. Si tratta in particolare di marijuana e di cocaina.

L’attività della droga, sempre gestita dal clan Ventura, era capitanata (per volere di Filippo Ventura) da Giambattista e realizzata in prima persona da Jerry Ventura, Angelo Elvis Ventura (ovvero i figli di Filippo, oggi in galera), da Francesco Giliberto, da Marco Papa e da Massimo Buzzone.

Altro nome di spicco, nel “campo” è quello di Andrea Arcerito, arrestato a fine 2014. Nel settore della droga sono stati segnalati anche Michele MarinelliEmanuele Garofalo (arrestato nel 2011 per droga), Marco Papa (arrestato nel 2004) e Marco Giurdanella, delinquentello senza scrupoli che nel suo curriculum ha di tutto, dalle risse alla droga (anche estorsioni) e che, nel luglio 2015, ha violato ben sette volte in sette giorni le misure di prevenzione.

Rosario Greco, con diversi precedenti per mafia, venne arrestato proprio a seguito di diverse perquisizioni della Polizia (ottobre 2015) ed infine Andrea Gambini (con precedenti per lesioni, percosse, ricettazione, minacce, porto di armi ed oggetti atti ad offendere, furto, guida in stato d’ebbrezza), arrestato l’ultima volta nel luglio 2015 dopo un tentato omicidio.

Mentre le rapine, secondo quanto racconta Rosario Avila che vi partecipava, erano fatte da:

Jerry Ventura, Campailla Salvatore, Angelo Elvis Ventura, Giuseppe Burgio e Adriano Vona.

A loro vanno aggiunti altri tre “rapinatori”: Angelo Ventura (u checco, figlio di Giambattista), Salvatore Barrera e Mario Benenati (arrestati dalla Polizia il 21 novembre del 2016).

L’AVVOCATO MESSAGGERO DEL CAPOMAFIA

Abbiamo sempre denunciato quanto i liberi professionisti abbiano un ruolo decisivo negli affari dei clan. Lo abbiamo fatto nel caso Donzelli, nel caso Greco, ma ciò che apprendiamo dalle dichiarazioni del collaboratore di Giustizia Rosario Avila ha dell’incredibile.

L’avvocato Schembri, amico di famiglia, amico intimo di Filippo Ventura, che lui si sentiva anche tramite lettere con questo avvocato“.

Avila è molto preciso nella circostanza. Un tale avvocato Schembri sarebbe uno dei tramiti dal carcere per il capomafia Filippo Ventura. Il boss, quando ancora si trovava nelle patrie galere, comunicava all’esterno i propri ordini – secondo quanto racconta Avila – tramite i figli e tramite l’avvocato Schembri. Addirittura l’avvocato si faceva tramite per raccogliere i soldi per Ventura.

Io una volta ci sono andato nell’avvocato Schembri con Cutello Maurizio – racconta Avila -, e l’avvocato ci parlava che si sentiva tramite lettere con Filippo Ventura, eccetera. Poi invece mio suocero, Giambattista, mi disse che questo avvocato Schembri anche raccoglieva dei soldi per Filippo Ventura, che era detenuto“.

Poco tempo fa, racconta Avila, Angelo Elvis andò dallo zio Giambattista per comunicargli che il fratello non era contento di come andassero gli affari. Filippo disse al figlio Angelo Elvis in carcere:

stai tranquillo che sto uscendo e sistemiamo tutto”. Perchè le cose “non andavano bene come prima”.

Ed il momento dell’uscita dal carcere di Filippo Ventura è arrivato pochi mesi fa. Ed adesso per lui è una corsa contro il tempo: il capomafia sa molto bene che la sua permanenza fuori dalle Patrie Galere durerà davvero molto poco. 

Avila non precisa mai il nome di battesimo dell’avvocato, limitandosi al cognome. Abbiamo tentato di comprendere chi sia il professionista a cui fa riferimento il collaboratore di Giustizia e, però, non abbiamo ulteriori strumenti per risalire all’identità di tale avvocato.

E’ auspicabile, quindi, che sia l’Ordine degli Avvocati di Ragusa a fare chiarezza sulla vicenda che riguarda questo libero professionista. Il tutto, ovviamente, partendo dalla scrupolosa verifica relativa alla veridicità delle gravi frasi del collaboratore di Giustizia Rosario Avila, per poi individuare con precisione e tentare di comprendere le ragioni che hanno spinto tale avvocato a farsi portavoce e collettore di danari per il capomafia Filippo Ventura. E’ a rischio la credibilità dell’intera categoria!

GLI “STORICI” APPARTENENTI AL CLAN

Facendo un passo indietro, ritornando alla “linea diretta” dello schema di comando del capomafia Filippo, troviamo Vincenzo Latino (già reggente del clan e suocero del pentito Giuseppe Doilo), poi i fedelissimi Paolo Cannizzo (detto “Paolo u niuru”), Salvatore FedeSalvatore MaccaSaro Nifosì. E poi Venerando Lauretta.

Venerando Lauretta, esponente del clan mafioso Dominante e affiliato alla Stidda, è stato arrestato più volte per associazione mafiosa, l’ultima delle quali nel 2008 e condannato in appello nel 2012. Ultimamente è a processo per minacce di morte aggravate dal metodo mafioso.

Poi gli arrestati nel 2008 dell’operazione “Flash back” (successivamente condannati nei primi gradi di giudizio) Giovanni Busacca (detto “a veccia”), Angelo Di Mercurio, Giuseppe Ottaviano e Giovanni Candiano.

IL RITORNO DEI PENTITI E LA RIORGANIZZAZIONE NEL CLAN

Due i fenomeni inquietanti che si stanno verificando nell’ultimo periodo: il ritorno sul “campo” di alcuni storici pentiti e la contrapposizione al gruppo dei Ventura.

La Direzione Investigativa Antimafia, nella propria Relazione del 2016, parlando di Vittoria, affermava che la Stidda starebbe “riorganizzato i propri ranghi a seguito del ritorno sul territorio di alcuni esponenti apicali, da poco scarcerati” e da pentiti che, ultimato il proprio periodo di collaborazione, sono tornati sul territorio a delinquere”.

A chi si riferiscono?

Due su tutti: Claudio Carbonaro e di Roberto Di Martino (con il fratello Claudio) detti “cuzzulari”.

Claudio Carbonaro (LEGGI ARTICOLO), dopo svariati omicidi si pente e, finito il periodo di “collaborazione”, ritorna sulla scena del delitto: a Vittoria.

Claudio Carbonaro insieme a Roberto Di Martino e ad altri appartenenti storici, stanno tentando in tutti i modi di riprendersi il comando del clan. Senza dimenticare un altro storico gruppo: quello dei Consalvo (Giacomo è il padre, mentre Michael e Giovanni sono i figli). I Consalvo, non va dimenticato, autori delle estorsioni nel racket delle “cassette” ed a processo.

I Ventura non hanno più da soli “lo scettro del comando”. Ecco a cosa potrebbero servire tutte quelle armi trovate nell’ultimo periodo dalle Forze dell’Ordine e ci sarebbero bande rumene che, da Santa Croce Camerina, sarebbero state assoldate allo scopo di “ingrossare” le fila del gruppo opposto.

Insieme a loro altri “big” della mafia vittoriese.

Giombattista Puccio (detto Titta u Ballarinu), Vincenzo Di Pietro (detto Enzo u mastru) che ha una delle poche segherie “ignifughe” della zona (incredibilmente mai interessata da incendi!), Emanuele (detto Elio) Greco e Pino Gueli.

I quattro sono tutti all’interno del Mercato con società di “servizi”.

Titta “u ballarinu” con Michael Consalvo

Cassette ed imballaggi (MP Trade Srl) per Titta “u ballarinu” ma anche per Di Pietro (u mastru).

Titta “u ballarinu” che, nelle intercettazioni che portarono all’arresto dei Consalvo, si giustificava impaurito per l’ingresso nel Mercato (LEGGI ARTICOLO), oggi è uno dei monopolisti del settore, con un’atmosfera di “pace ritrovata” proprio con i Consalvo (attualmente in libertà). E  per sancire la “pace” non può mancare la foto su Facebook (che pubblichiamo a lato): un bridisi fra Titta u “ballarinu” e Michael Consalvo.

Poi c’è Emanuele (detto Elio) Greco, altro pezzo da “novanta”, con la “Vittoria Pack Srl”, intestata alla moglie, Concetta Salerno, che si occupa di realizzazione Vaschette in pet, cassette in plastica ed angolari in carta ed angolari in pvc.

La Vittoria Pack ha ricevuto, dopo la nostra denuncia sulla realizzazione del “Centro commerciale cinese” (LEGGI APPROFONDIMENTO), l’interdittiva antimafia ma l’azienda continua a lavorare ed a inquinare il mercato e la filiera.

Infine Pino Gueli, del quale prossimamente ci occuperemo, con l’attività imprenditoriale “PackArt” intestata al figlio.

L’AFFARE DELLA PLASTICA

Gli imprenditori presi di mira dai malviventi operano nel settore del recupero dei teloni di plastica che, periodicamente, vengono sostituiti per la copertura delle serre nelle campagne tra Gela e Vittoria (Ragusa). Non a caso, da un lato abbiamo nel gelese gli esponenti delle famiglie Rinzivillo ed Emmanuello che avevano stretto alleanza con gli affiliati della “Stidda” vittoriese e si sentivano così forti e sicuri da imporre ai serricoltori il servizio di “guardiania” a pagamento.

La plastica impiegata in agricoltura, essendo impregnata di fertilizzanti, fitofarmaci e pesticidi, è considerata rifiuto speciale altamente tossico e, pertanto, il suo smaltimento deve essere eseguito in impianti specifici, che trattano il materiale con diversi cicli di lavaggio, in modo da bonificarlo per il successivo reimpiego.

Tale circuito economico attrae la criminalità sotto vari aspetti potenzialmente utili sia per il riciclaggio di proventi illeciti attraverso l’offerta competitiva in fase di acquisto, sia per il lucroso guadagno nella fase di vendita senza sopportare i previsti costi di smaltimento e recupero.

DUE SU TUTTI…

La Sidi Srl dei Donzelli (di cui ci siamo più volti occupati – LEGGI APPROFONDIMENTO) e Claudio Carbonaro con i soci mafiosi in affari.

Giovanni Donzelli (già condannato per mafia), Raffaele Donzelli (figlio), Giovanna Marceca (moglie di Giovanni e madre di Raffaele), Salvatore Macchiavello e Giovanni Longo.

Sono questi gli attori che, con diversi ruoli, hanno partecipato (ovviamente secondo quanto si legge nel decreto del Gip, richiesto dalla Procura di Ragusa, dopo le indagini della Finanza) al disastro ambientale che la Sidi, società di lavorazione della plastica dismessa proveniente dagli impianti serricoli, ha commesso nel territorio vittoriese e acatese.

Da prestare particolare attenzione alla frase con cui si chiude il decreto di sequestro: “Quanto al pericolo, giova osservare che la libera disponibilità dell’opificio e del terreno circostante dove la SIDI srls esercita la sua attività in difformità dalle prescrizioni dell’A.U.A. può aggravare e protrarre le conseguenze del reato, con danno per la salute umana e l’ambiente“.

E come è possibile che la Società (o parte importante di essa) sia intestata proprio a Giovanni Donzelli, già condannato per mafia?

E poi Claudio Carbonaro che, con l’aiuto dei gelesi (guarda caso!) Nino e Crocifisso Minardi, si sarebbe inserito nel (fruttuoso) settore della plastica.

Molti imprenditori avrebbero ricevuto la visita di Carbonaro che, con i Minardi, “offre” i suoi servizi, “raccomandandosi” di accettarli.

Di quale servizi? Semplice: offrono – con il loro “garbo”- di ottenere la possibilità di rimuovere, sostituire e riciclare la plastica delle serre. Per inciso, si tratta di un affare veramente enorme, basti pensare a quanto ammonti il numero delle serre presenti e la plastica da dismettere e riciclare.

Un imprenditore – del quale tuteleremo l’identità – ci ha confessato come le visite di Claudio Carbonaro siano sempre più frequenti e, insieme a queste, sempre più frequenti siano le pressioni per affidarsi ai loro “servigi”.

I TRASPORTI DA E PER IL MERCATO DI VITTORIA

Le mafie fanno “squadra” e non si fanno la guerra. Così nel ragusano – ed a Vittoria in particolare – si è passati da centinaia di morti ammazzati negli anni novanta, agli accordi di ferro dei nostri anni. Le mafie diventano una vera e propria holding: Stidda e Cosa Nostra si dividono gli affari locali, la ‘Ndrangheta gestisce la cocaina e la Camorra (sarebbe più giusto parlare dei Casalesi) gestiscono i trasporti (sul punto giova ricordare il processo “Paganese”, cioè la condanna per Gaetano Riina – fratello del capo dei capi, Totò – ed i Casalesi, per il patto dell’ortofrutta – LEGGI ARTICOLO).

Proprio parlando di clan e di trasporti è giusto citare Matteo Di Martino (detto Salvatore) e di Pietro Di Pietro. 

I due, arrestati lo scorso marzo, gestivano i trasporti mettendo insieme stidda, cosa nostra ed anche i casalesi.

All’interno del mercato e fra tutti gli operatori – si leggeva nel decreto del Gip – vi era l’unanime consapevolezza del dover pagare”.

La violenza e la minaccia con cui gli autotrasportatori venivano costretti a pagare la somma per potere caricare/scaricare la merce non aveva luogo con esplicite minacce, ma con riferimento alla criminalità organizzata che stava dietro la Sud Express di Di Martino Matteo.

Col rifiuto di pagare le operazioni di carico sarebbero state di molto ritardate (e di conseguenza il viaggio che si erano obbligati ad effettuare entro un certo tempo) e sarebbe stata loro consegnata anche merce scadente.

Anche il figlio di Di Martino, cioè Salvatore (detto Matteo) ed il figlio di Di Pietro Pietro, cioè Rosario (detto Dennis) avrebbero avuto un ruolo nelle attività criminali dei genitori (anche se per il Gip di Catania non sussistono le condizioni per il loro arresto).

Salvatore Di Martino, detto Matteo, e Di Pietro Rosario (detto Dennis) agivano per conto della Sud Express, con la minaccia della forza di intimidazione propria dell’associazioni di stampo mafioso, costringeva gli autotrasportatori di prodotti ortofrutticoli da e verso il mercato di Vittoria con il pericolo di gravi ritorsioni, soprattutto economiche , qualora non avessero versato somme di denaro oscillanti tra le 50.000 e le 100.00 Euro al fine di poter essere “autorizzati” alle operazioni di carico e di scarico dei prodotti ortofrutticoli. Diverse sarebbero gli estorti fra alcuni autotrasportatori, consapevoli di “dover pagare” quanto richiesto alla Sud Express, altrimenti non avrebbero avuto accesso alle operazioni di carico.

LA POLITICA ED IL VOTO DI SCAMBIO POLITICO MAFIOSO

Il 16 settembre scadrà la proroga di sei mesi delle indagini sul voto di scambio politico mafioso, avviate qualche giorno prima dell’ultima tornata elettorale amministrativa a Vittoria.

Lo scambio elettorale politico mafioso, 416 ter del Codice penale, è il reato contestato a nove indagati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania.

I nove indagati sono: Giuseppe Nicosia (il sindaco uscente), Fabio Nicosia (il fratello dell’ex primo cittadino ed ex consigliere provinciale), Lisa Pisani (candidata Pd alla carica di sindaco), Maurizio Distefano, Raffaele Di Pietro, Raffaele Giunta, Francesco Aiello (ex sindaco), Cesare Campailla e Giovanni Moscato (attuale primo cittadino).

Più volte ci siamo occupati della questione denunciando, ancor prima della partenza dell’indagine, le collusioni nella politica vittoriese.

Come quando il reggente del clan, Giambattista Ventura, diceva di votare per un candidato e non per un altro (LEGGI ARTICOLO) o quando, nelle liste a sostegno della candidata del Pd, Lisa Pisani, si ritrovò Raffaele Giunta, già coinvolto in indagini di mafia (LEGGI ARTICOLO).

Le indagini prendono spunto dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Biagio Gravina e Rosario Avila.

I due “hanno riferito dell’appoggio fornito dal clan Dominante-Carbonaro sia” al già “sindaco Giuseppe Nicosia nella corsa alle precedenti elezioni amministrative (2006 e 2011), sia al fratello, Fabio, in occasione delle elezioni regionali del 2012”.

Nel 2006 la salita del sindaco attuale di Vittoria, Giuseppe Nicosia che prese contatti con la mafia locale… l’Associazione mafiosa, clan Carbonaro-Dominante. Al 100% l’infiltrazione mafiosa c’è stata nel 2006, è una certezza. E ora (nelle ultime elezioni comunali svolte l’anno scorso) ci sarà di nuovo…”.

A parlare è Rosario Avila, in dichiarazioni che fino adesso non abbiamo mai pubblicato (ed accennate, in precedenza, dal periodico “S”).

Maurizio Distefano, avendo la Tre D, una segheria che fa le pedane, lasciate ai figli… lui era sempre con Raffaele Giunta, con Distefano Maurizio… Allora il sindaco Nicosia prese contatto con Giunta Raffaele, Di Pietro Raffaele, Distefano Maurizio che poi, una volta salito, anche Turi Distefano “u lupu”, prendevano dei voti per questo sindaco, questo avvocato Nicosia, è giovane… Li prendevano Carmelo Papale, Carmelo Terranova fratello del boss uccisosi, impiccandosi in galera, all’epoca… Sì, hanno contribuito perché poi il sindaco per ricambiare ha fatto assumere come agenzia, l’agenzia di Distefano Maurizio e Di Pietro Raffaele. Perché poi è successo uno scandalo perché dice: “Un mafioso, un’agenzia che poi fa come body gard, come guardia del corpo al sindaco”.

“Poi c’è – spiega Avila – Angelo Dezio, parente di Peppe “spara spara”, Peppe Giannone, altro boss. E’ in stretti contatti con la criminalità organizzata vittoriese, l’architetto Dezio che si fermava sempre a parlare con Cicciarella perché abita là, vicino alla sala giochi”.

Anche episodi intimidatori spiegati da Avila come l’incendio dell’auto dell’assessore Avola: “Gli bruciano le macchine, quando vedono che lui, il sindaco Nicosia, la giunta di Nicosia l’hanno fatto salire loro, soggetti… Distefano Maurizio, Di Pietro Raffaele, Raffaele Giunta, Maurizio Distefano che è un associato al clan Carbonaro – Dominante. Ma già, all’epoca, degli anni ’90… Gli bruciano le macchine perché loro avevano pattuito un appalto con il sindaco, che dovevano dare dei posti di lavoro all’ex Amiu, a tante persone, che poi non hanno dato. Che poi i Giliberto si opposero, perché Gìiliberto ha altri parenti”.

Sulla gestione della nettezza urbana, ancora oggi molto discutibile, basta leggere il nostro approfondimento (LEGGI).

E le assunzioni? Ecco che Avila spiega meglio: “Doveva fare a Papale, detto “Terranova”, che poi è l’ingiuria, a Papale Carmelo, che Papale Carmelo ero quello maggiore, che raccoglieva i voti anche per il sindaco. E doveva assumere tante persone, Distefano Salvatore “u lupu” lo doveva assumere, non l’ha assunto. Altri parenti di Giunta, che poi Giunta Raffaele è il suocero di Quattrocchi Luciano, questo glielo faccio anche presente… Non si hanno queste assunzioni e cominciano a bruciare macchine ad Avola, cominciano le lettere minacciose, proiettili inviati”.

Biagio Gravina pose l’accento sulla vicenda che ha riguardato l’Amiu, la ditta municipalizzata di raccolta rifiuti.

“Allora io lavoravo alla C.C.R., sarebbe la discarica dell’Amiu – spiega Biagio Gravina -, ed ero un operaio addetto alla manutenzione dei mezzi e alla sicurezza degli operai, fui messo nella discarica perché c’era stato un episodio cioè delle persone di Catania volevano il ferro della discarica e gli operai che c’erano prima non gli fecero prendere il ferro e li denunciarono e avevo paura di una ritorsione da parte di questi che erano i Viglianesi, di Pedara, quindi, io come contratto ero addetto ai cancelli… Sì e poi anche perché conoscevo questa famiglia Viglianesi, conoscevo soprattutto Pasqualino che incontrai al carcere di Piazza Lanza”.

Ed è proprio in questo ruolo che Gravina parlò di politica con Di Pietro e gli altri:

“Quindi appunto in questo periodo di elezioni noi parlavamo spesso con Di Martino, che era uno dei responsabili della discarica, sono due fratelli…Parlavamo di lezioni politiche che se perdeva Crocetta, già l’Amiu era stato privatizzato, però c’era l’opportunità che essendoci Fabio Nicosia, che era candidato nella lista Crocetta, lui poteva domandare qualche favore per cercare di lasciare gli operai più attenzionati, qualcuno di noi, anche per loro stessi”.

Immancabili, anche nel caso di Biagio Gravina, i Giliberto (che ancora lavorano nella odierna ditta e nessuno ha avuto il coraggio di cacciarli!).

Poi anche i Giliberto, favorivano spesso le campagne elettorali, perché essendo molti in famiglia davano molti voti e il sindaco gli garantiva il posto di lavoro. Infatti lì all’Amiu sono tutti Giliberto!… Questo a me lo disse Di Martino, poi Di Pietro me la confermò però in parte… ma è anche evidente la cosa, si sa!”.

Il pentito ricorda che “quando si recò dal sindaco per ottenere un posto di lavoro, fu introdotto nell’ufficio da Raffaele Di Pietro, che favorì la latitanza di Gino Di Stefano, già reggente del clan Dominante”.

Secondo la sua ricostruzione “la possibilità di lavorare all’Amiu, in un primo momento negata dal sindaco, gli era stata data dal fratello Fabio a seguito del sostegno elettorale fornito durante le comunali”.

Inoltre Gravina si accreditava presso il sindaco e il fratello come intermediario, per eventuali problemi, come quando i “ragazzi di San Giovanni” minacciarono il sindaco per ottenere dei posti al Comune, Gravina “riusciva a trovare un accordo, per fare cessare le ritorsioni”. E fu allora che i Nicosia “furono soddisfatti e si congratulavano personalmente per la mediazione”. Per simili problematiche i due fratelli Nicosia “si sarebbero rivolti a lui e non più a Paolo Cannizzo, detto u niuru” elemento di spicco del clan Carbonaro-Dominante e particolarmente vicino ai Ventura.

Quando Biagio Gravina, lavorando nella discarica dell’Amiu, aveva sentito un tale Di Martino che “lamentava che Di Pietro aveva ricevuto 10mila euro per l’appoggio elettorale fornito a Fabio Nicosia”.

Raffaele Giunta, candidato a sostegno di Lisa Pisani in una lista collegata al Partito Democratico, è “indicato da Avila e Gravina quale veicolatore dei voti della Stidda ai fratelli Nicosia“.

Raffaele Giunta, come denunciammo prima che uscisse l’indagine, è stato anche indicato dal boss Bruno Carbonaro, all’epoca durante una deposizione da collaboratore, come “soggetto che aveva reperito armi per il clan”.

RIPUBBLICHIAMO IL VIDEO CHE PUBBLICAMMO PRIMA DELLE ELEZIONI:

[su_youtube url=”https://www.youtube.com/watch?v=G5pr_SAYOhk”]

Raffaele Di Pietro e Fabio Nicosia

Gli inquirenti, nel corso dell’ultima campagna elettorale amministrativa, hanno poi documentato alcuni incontri sospetti avvenuti (come quello del 5 giugno) nella sede del comitato del candidato sindaco Lisa Pisani. In quella occasione ad incontrarsi erano Fabio Nicosia e Raffaele Di Pietro, insieme a “diversi cittadini di origine rumena che immediatamente dopo il ritrovo si sono recati alle urne”, come riportato da appostamenti della Finanza.

Fabio Nicosia e Raffaele Di Pietro avevano contatti frequenti ciò testimoniato anche pubblicamente con foto su Facebook (come quella che pubblichiamo a destra).

Il pentito Biagio Gravina spiega i rapporti con i fratelli Nicosia. Maurizio Di Stefano “praticamente lui è anche gestore di discoteche con Raffaele Di Pietro, assieme. E in più, anche assieme, come avvicinati nel sindaco … a Fabio Nicosia e a Giuseppe Nicosia. Come guardaspalle, diciamo… In passato! Si era detto che anche lui era con Raffaele Di Pietro, però, adesso, da un po’ di anni non si vede lui vicino … vicino a Raffaele”.

I due collaboratori, Avila e Gravina, inoltre “hanno riferito dell’appoggio fornito dal clan Dominante-Carbonaro al sindaco Giuseppe Nicosiaal fratello Fabio, nonché ad Aiello, eletto in passato sindaco di Vittoria”.

Per le prossime elezioni comunali – quelle vinte dal Sindaco Moscato -, la locale criminalità organizzata sosterrà Aielloche già divenne sindaco con i voti portati con il clan Russo di Niscemi”. E sempre Avila sostiene che “Cesare Campailla, nipote di Mario Campailla, detto u checco, iniziava la campagna elettorale per Aiello creando l’associazione Sorgi Vittoria; e che avrebbe guadagnato voti per Aiello presso le società riconducibili al clan Dominante che avevano interessi al mercato ortofrutticolo di Vittoria, come quelle di Elio Greco e Titta Puccio“.

Poi lo stesso Cesare Campailla abbandonò le liste a sostegno di Ciccio Aiello per transitare con la candidata Irene Nicosia che, poco dopo abbandonò, per candidarsi, infine, nelle liste a sostegno dell’attuale sindaco Giovanni Moscato (non citato in nessuna delle dichiarazioni dei collaboratori di Giustizia).

Vogliamo ricordare che per inquinare un’elezione basta anche solo un voto, non per forza l’elezione di un rappresentante.

A Vittoria, ancor prima di aspettare il 16 settembre, si ha una situazione pericolosissima. Altro che “accesso al Mercato”, se la situazione fosse confermata, si tratterebbe di un accesso al Comune riguardante almeno gli ultimi 20 anni di amministrazioni comunali e di politiche da chiarire.

Le stesse politiche che hanno portato, ad esempio, il “cavaliere” Salvatore Martorana ad avere terreni e licenze comunali. E Martorana, per chi non lo ricordi, era l’uomo di fiducia di Provenzano nel vittoriese.

La magistratura e gli inquirenti faranno il proprio corso, ma sarebbe bene che l’opinione pubblica uscisse dal silenzio tombale in cui spesso si trova e si ribellasse a questo stato di cose. La mafia gode di silenzi drammatici che, come assenso o come collusione, toccano ognuno di noi.

Non basta più lamentarsi che “tutto va male”, cosa facciamo per impedire questo stato di cose?

E ricordiamoci che, come affermava Paolo Borsellino, “il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare…”.

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