A proposito di cultura…

Dopo esserci occupati per tanti anni di argomenti storici e culturali relativi alla Sicilia e, più in particolare, alla provincia di Ragusa (ex contea di Modica), lungo però un’apertissima prospettiva nazionale ed europea, ci sembra più che doveroso soffermarci adesso sul significato stesso di cultura e sulle sue implicazioni nel settore pubblico e in quello privato. 
  
Per cercare di comprendere meglio i processi degenerativi verificatisi in questo importante settore (e non soltanto in Sicilia), cominciamo col ricordare che poco meno di trent’anni fa la Regione Sicilia emanava attraverso l’Assessorato dei Beni Culturali e della Pubblica Istruzione una circolare che così fra l’altro recitava:
   «Malgrado l’interesse nei confronti dei beni culturali sia crescente e si manifesti con varie iniziative, alcune delle quali di lodevole impegno, le stesse corrono il rischio di limitarsi ad essere pregevoli episodi o fatti circoscritti a singole realtà se non sono supportate da un indispensabile progetto formativo».
  
 A parte quel non meglio precisato «indispensabile progetto formativo», tuttavia allora (era il 1996) si sottolineava che «l’interesse nei confronti dei beni culturali» nella nostra isola era «crescente» e le iniziative culturali venivano giudicate «di lodevole impegno». Insomma, era la prima volta a partire dall’instaurazione dell’autonomia siciliana (1946) che si affermava ufficialmente da parte del governo regionale l’importanza della conservazione, conoscenza e fruizione del patrimonio culturale e ambientale.
   Cosa è avvenuto a distanza di alcuni decenni in Sicilia e nel resto d’Italia? 
 
 
«La cultura non si mangia».  Così alcuni anni fa (era il 2010) si esprimeva un ministro della Repubblica italiana per giustificare i soliti tagli nel bilancio dello Stato a quella voce. Quella dichiarazione, chissà come e perché, diventò nel dibattito polemico che ne seguì «‘Con’ la cultura non si mangia».
 
 
 Un paio di riflessioni – lo diciamo ovviamente tra il serio e il faceto – sorgono spontanee. Stando alla prima versione, possiamo concordare sul fatto che effettivamente la cultura non può essere annoverata fra gli alimenti, almeno quelli materiali, della specie umana (che poi si tratti di un ‘nutrimento dello spirito’ è espressione addirittura incomprensibile e ultraumana per tanti politici nostrani). E circa la seconda versione, siamo costretti ad accettare il fatto che, ancor più effettivamente, ‘con’ la cultura non è, per i politici di cui sopra, la stessa cosa che ‘con’ i lavori pubblici. È verissimo, infatti, che con tutto ciò che riguarda la cultura in generale è oltremodo difficile ‘mangiare’, nel senso metaforico ben conosciuto dagli italiani da tanti decenni a questa parte.
  
 
Comunque stiano le cose, fatto è che da un bel po’ la cultura è uscita dall’interesse e dalle competenze (ammesso che ne abbiano avuto in passato) dei governanti e degli amministratori locali.
   E allora? Allora, forse è ben più serio e costruttivo cercare insieme di capire cosa pensiamo che debba intendersi per cultura.
 
   Il sapere, cioè la cultura, è soprattutto “tradizione”, e consiste in quanto è stato tramandato dai nostri antenati; è ‘trasmissione, lascito ereditario’ da una generazione all’altra di tutto il patrimonio materiale (ambientale e artistico) accumulato attraverso secoli e secoli di storia e di quello immateriale (lingua e dialetto, storia degli eventi, tradizioni laiche, religiose, enogastronomiche, ecc. ecc.). 
  
 
Se la cultura è tradizione e la tradizione è l’eredità del passato, per la proprietà transitiva ne consegue che la cultura è prevalentemente se non esclusivamente recupero, rivisitazione e rivitalizzazione del passato.
  
 
Con queste premesse, ci chiediamo: come stiamo a cultura, per esempio, a Vittoria? Ci soffermiamo in particolare su Vittoria per due ordini di motivi: prima di tutto perché è la realtà urbana in cui ci troviamo a vivere e a operare, in secondo luogo perché essa è indiscutibilmente e malinconicamente attardato fanalino di coda nell’ambito della provincia iblea (non solo, quindi, per la raccolta differenziata dei rifiuti).  E questo avviene da una ventina d’anni a questa parte, salvo una breve ed effimera parentesi nei primi anni Duemila seguita però subito dopo da una pressoché ventennale “glaciazione culturale”.
  
Vittoria non ha un museo degno di questo nome (ma, d’altro canto, nemmeno una libreria).  O meglio, c’è l’allora istituito Museo “Virgilio Lavore”, che però non ha mai funzionato come museo ma è diventato ben altra cosa (stendiamo un velo pietoso, soprattutto per rispetto verso l’illustre compianto studioso cui è stato avventatamente dedicato). C’è poi il Museo cosiddetto italo-ungherese, il quale ha fatto la triste fine del precedente. Avrebbe dovuto sorgere un museo a Serra san Bartolo, ma questo è morto sul nascere (e quindi, lo diciamo con amara ironia, non ha avuto il tempo di soffrire) e i locali restaurati con grande impegno e investimenti pubblici sono stati saccheggiati e danneggiati e adesso noi personalmente confessiamo di non sapere che fine abbiano fatto.
 
 
 E dire che le lunghe ricerche sul campo, effettuate in un recente passato, hanno prodotto la scoperta proprio a Serra S. Bartolo di una strada lastricata di epoca ellenistico-romana (ancora oggi giacente intatta sotto il manto d’asfalto), di una piccola necropoli e di monete risalenti al periodo classico di Camarina. 
  
Inoltre, perché non proporre alle scuole cittadine corsi dedicati al patrimonio linguistico, storico, letterario e culturale della Sicilia? Si tenga presente che l’UNESCO ha proclamato il dialetto siciliano, assieme ad altra parlate del mondo, Patrimonio dell’umanità. E che la Legge Regionale del 18-5-2011 ha inteso introdurre lo studio del patrimonio linguistico e storico della Sicilia nei programmi scolastici. 
  
E poi, perché questo asfissiante interesse rivolto in maniera maniacale a Vittoria, come se fosse caput mundi o addirittura l’ombelico del mondo? Apriamoci a una visione di più ampio respiro e non più banalmente municipalistica e campanilistica della storia e cultura locale. Tante altre puntualizzazioni e riflessioni si potrebbero ancora fare, ma qui ci fermiamo, per passare ad analizzare i valori fondanti della cultura. 
 
I VALORI FONDANTI DELLA CULTURA
 
 
1.   La   cultura è indubbiamente promozione e realizzazione di attività di spettacolo, di tutela e godimento dei beni artistici e ambientali, di diffusione più ampia e decentrata di ogni genere di eventi (teatro, musica, incontri di studio e di ricerca, etc.). 
   Ma non è solo questo. Essa è anche soddisfacimento del bisogno di socializzazione, di lotta alla emarginazione e alla disgregazione sociale, di crescita civile dei cittadini. E’ una risorsa produttiva, che ha come obiettivo l’innalzamento della qualità della vita di una comunità più e meno numerosa e la trasmissione di principi e valori ormai appannati o addirittura dissolti sotto i colpi di una visione sempre più materialistica e consumistica della vita e dei rapporti umani.
 
 2.  Una visione, quest’ultima, profondamente disumana e disumanizzante che, nonostante Tangentopoli e la fine della cosiddetta prima repubblica, ha ripreso vigore in questi ultimi anni e domina pressoché incontrastata ogni aspetto della vita associata. L’onestà, la trasparenza, il rispetto della persona, il riconoscimento dei meriti individuali, il diritto allo studio e al lavoro, la libertà di informazione, il riconoscimento dei valori fondanti della cultura: tutto questo è ormai un pallido ricordo del passato. E anche Vittoria, in questi ultimi anni, si è distinta per un perfetto allineamento su quelle posizioni di arretratezza civile.
 
3.  La promozione culturale è un investimento anche economico, occupazionale, turistico e ambientale finalizzato alla vivibilità di una città e al recupero delle sue tradizioni materiali e immateriali.  Essa quindi non può muoversi sul terreno dell’incompetenza, dell’improvvisazione, della faciloneria e della frammentarietà, ma necessita, al contrario, di una forte progettualità, che abbia chiari i suoi obiettivi e i mezzi e i modi per raggiungerli. 
 
 4.  L’investimento culturale da parte di un ente pubblico, dunque, è un investimento di grande impegno e responsabilità,  i cui risultati si vanno concretizzando nel medio e lungo termine ma restano nel tempo, purché non si tratti di iniziative che nascono e muoiono nello spazio di un mattino o di una sera.
 
 L’ente pubblico deve investire – compatibilmente con le esigue risorse di questi tempi di crisi – in strutture, attrezzature, restauri del suo patrimonio ambientale storico e artistico. 
   In questo modo, e solo in questo modo, si può avviare un processo capace di produrre, oltre che soddisfacenti risultati sul piano culturale, anche più ampie possibilità di occupazione.

(Di Francesco Ereddia – Storico, Studioso di lingua e letteratura greca e latina, storia medievale e autore di saggi e libri di rilievo nazionale)

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