“Caro Paolo, scusa!”

Qualche giorno fa mi è giunta la notizia che il mio amico Paolo Borrometi è stato oggetto di un nuovo atto di intimidazione. Sulle prime ho deciso di chiamarlo e di manifestargli la mia solidarietà e di scrivere anche sui social, per manifestare chiaramente, come hanno fatto tanti altri amici, tutto il mio sdegno contro quel vile atto mafioso.

Poi, però,  ho ricordato che quello non era un fatto isolato e non era nemmeno il primo e che, a pensarci bene, era l’ennesimo episodio di intimidazione subito nell’ultimo anno.

Come è successo di nuovo?

Come è possibile che, nonostante la grande vicinanza al giornalista Borrometi, espressa da tanti cittadini, soprattutto sui social, gli autori di questi atti di intimidazione non hanno avuto alcuna remora a violare nuovamente la sua integrità e la sua serenità?

La nostra solidarietà comune, così tanto massicciamente predicata, non ha sortito nessun effetto deterrente?

Ecco, leggendo le decine, le centinaia di commenti espressi in questi ultimi giorni da tanti frequentatori di facebook, della rete in generale, del mondo del giornalismo, mi sono accorto che fondamentalmente tutti noi, di fronte a simili episodi, al di là dello scrivere o pronunciare una frase ad effetto non riusciamo a fare, forse perché riteniamo più semplice postare che lottare, forse perché ci è  più comodo e meno pericoloso  incitare gli altri nella lotta per la legalità piuttosto che armarci di coraggio e scendere per strada, insieme ai protagonisti di questa importante battaglia, mettendoci la faccia e rischiando in prima persona.

Io per primo (faccio outing) mi sono accontentato, in passato, di fare una telefonata o una visita di circostanza, tornandomene tranquillamente a casa mia, lontano da ogni pericolo, nella mia tranquilla vita di modicano medio, con il cuore soddisfatto per avere assolto ad un dovere, più  formale che sostanziale, ma senza rendermi conto, io come tanti altri, che con questo mio comportamento non ho spezzato il silenzio e la solitudine nelle quali si alimenta la forza della malavita, non ho nemmeno lontanamente scalfito la protervia di chi ha commesso certi atti illeciti, non ho dato maggiore forza allo Stato e alle sue leggi, non ho difeso l’inviolabilità del vivere collettivo.

Sono sincero, le parole mi mancano e non sono in grado di esprimere adeguatamente un pensiero fisso che mi attanaglia da diversi giorni e mi appare imperscrutabile, inafferrabile. Per questo, sono costretto a concludere questo mio breve commento ricorrendo alle parole di altri, ricordando che possiamo anche spegnere la radio (oggi il computer), voltarci dall’altra parte, esercitando la forza del buon senso, ma proprio per questo non possiamo che identificarci, nessuno escluso, con ciò che ci fa più paura.

A questo punto, comprendo l’insensatezza di un post, di una telefonata, di un sms, di una visita a casa, se questi atti non sono seguiti dalla concretezza dell’agire quotidiano e collettivo.

A questo punto comprendo di non essere, io come tanti altri, legittimato ad esprimere nessun altro sentimento che non sia quello del pentimento, non solo per non essere stato presente sempre, ma di essere stato, sebbene in senso lato, io come tanti, complice per omissione di coraggio.

Adesso capisco che posso solo chiedere scusa all’amico Paolo e a tutti i cittadini onesti che ogni giorno si trovano a dovere affrontare, da soli, un’erta e pericolosa salita, non solo nella lotta contro la mafia ma in tutti i campi nei quali vengono messi in discussione la legalità, il rispetto delle regole e della convivenza civile.

Chiedo scusa, Paolo, e ti prometto che cercherò, da oggi stesso, di essere un cittadino migliore…

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