Carte clonate, la mafia dietro la truffa. Dal delitto Chinnici ai clan di Pagliarelli

PALERMO – C’è puzza di mafia nella truffa delle carte di credito scoperta dalla polizia. Proviene dal passato e si sente nel presente. Ce n’è abbastanza per non fare escludere al questore Guido Longo e al capo della Mobile, Rodolfo Ruperti, che i soldi guadagnati dalla banda siano finiti nelle casse delle famiglie mafiose.

Tra i 24 fermati di ieri c’è Pietro Scarpisi, classe 1958. Trentadue anni fa, secondo l’accusa poi caduta in tutti e tre i gradi di giudizio, Scarpisi si sarebbe trovato in via Pipitone Federico per fare saltare in aria il giudice istruttore Rocco Chinnici. Nell’attentato morirono pure i due carabinieri di scorta – Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta – e Stefano Li Sacchi, portiere del palazzo in cui viveva il magistrato. Dopo i processi di primo grado, appello e Cassazione furono tutti assolti: i fratelli Michele e Salvatore Greco (accusati di essere i mandanti), Vincenzo Rabito e Pietro Scarpisi (considerati gli esecutori materiali). E così la strage Chinnici è rimasta senza colpevoli. Alcuni anni fa ci fu un giallo legato alla sparizione di un fascicolo, emersa grazie ad un libro dai giornalisti De Pasquale e Iannelli. I pentiti dissero che Giuseppe Recupero, presidente della Corte d’appello di Messina che aveva assolto gli imputati, avrebbe ricevuto una tangente per “aggiustare” il processo. Il caso, aperto a Reggio Calabria, finì a Palermo per competenza solo che del fascicolo non c’era più traccia. Fu aperta una nuova inchiesta che si concluse con l’archiviazione perché nel frattempo Recupero era deceduto.

Fin qui una storia che riemerge dal passato, ma ci sono pure spunti attuali. Tra i fermati, infatti, c’è anche Andrea Mirino, 24 anni, figlio di Salvatore, classe ’67, arrestato per mafia nel 2011 nell’operazione Hybris e condannato in appello nel dicembre scorso a sei anni e otto mesi. Gli investigatori lo piazzano nelle file dei clan che dettavano legge da Pagliarelli a Porta Nuova, compreso il popolare quartiere del Borgo Vecchio. L’operazione Hybris del Reparto operativo e del Nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri ricostruì la rete del pizzo e la catena di connivenze che aveva protetto la latitanza di Nicchi.

Nel fermo, che porta la firma del procuratore Francesco Lo Voi e del sostituto Siro De Flammineis, c’è pure il nome di Antonio Vincenzo Lo Piccolo, 44 anni, originario di Carini. Nell’inchiesta sfociata nel blitz di ieri Lo Piccolo, che tutti chiamano “zio Enzo”, avrebbe procacciato i Pos per organizzare le truffe. Gli uomini della Mobile lo definiscono “un soggetto di spessore criminale, molto vicino ad ambienti mafiosi, tanto che nel 2002, per due anni veniva colpito dalla misura di obbligo di soggiorno per mafia nel suo comune di residenza.

I sospetti degli investigatori si concentrano anche su due tra i mille passaggi di denaro scoperti. Dal conto corrente della ditta di Vincenzo Russo, solo indagato nell’inchiesta, sono transitati 19 mila euro. Una parte del denaro è stato girato, con due bonifici nel maggio 2014 per complessivi mille e 800 euro, sul conto corrente di Silvana Pecora. Si tratta della moglie di Francesco Sbeglia, oggi detenuto a Rebibbia, figlio “del più noto appartenente a Cosa Nostra – annotano i poliziotti -, Sbeglia Salvatore”. La Pecora ha anche subito una confisca dei beni. Ecco perché scrivono i pm, “i proventi (della truffa ndr) venivano destinati a rimpinguare anche le casse della mafia”. Un capitolo investigativo ancora aperto.

(FONTE: LIVE SICILIA)

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