Caselli: ‘A Palermo chiusero tutte le porte a Falcone ma salvò il maxi processo’

“A un certo punto tutte le porte di Palermo vennero chiuse in faccia a Falcone che perciò fu costretto ad andarsene ed emigrò a Roma al Ministero della Giustizia”. Lo afferma l’ex procuratore di Torino e Palermo Gian Carlo Caselli in un’intervista alla Stampa. Ma a Roma, sottolinea, Giovanni Falcone “non rimase di certo con le mani in mano, operò con tutta la sua intelligenza per continuare l’impegno antimafia e raggiunse risultati importantissimi”. Tra questi, Caselli ricorda il monitoraggio delle sentenze in materia di mafia del giudice Corrado Carnevale, “abitualmente denominato ‘L’ammazza sentenze’ (di mafia)”. I risultati, spiega, portarono il presidente della Cassazione a introdurre la rotazione nell’assegnazione dei processi di criminalità organizzata. Il maxiprocesso venne così assegnato a un’altra sezione e si concluse con condanne che, osserva Caselli, “sicuramente per Cosa Nostra furono inaspettate, inattese, indesiderate”. “Sarà stata una coincidenza, ma andò proprio così”, aggiunge. Falcone, secondo l’ex procuratore, “ebbe un altro grande merito. Costruì la nuova antimafia, quella che funziona ancora oggi applicando in generale a tutti i processi di criminalità organizzata il modulo di lavoro del pool di Palermo, basato sui parametri della specializzazione degli operatori e sulla centralizzazione dei dati”. Da quel modello, ricorda, “discesero le procure distrettuali antimafia e la procura nazionale antimafia”. Caselli torna poi sulla mancata nomina di Falcone alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, quando il Csm preferì Antonino Meli: “Io votai per Falcone. E mentre tutto il mondo si aspettava la sua nomina, lui venne – parole di Borsellino – tradito e umiliato al punto che cominciò a morire in quel momento”. Secondo Caselli, “più che un’ostilità personale nei suoi confronti, si voleva colpire, fermare, il metodo Falcone e cioè quello di un’antimafia seria, efficiente non soltanto parolaia”.

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