“C’è lo zio Nuccio Brandimarte, parla lui con i brigadieri”. Le rivelazioni dei pentiti sui Brandimarte, dalla faida di Gioia Tauro alla morte di Michele

I Brandimarte non sono mai stati condannati per mafia, né in altri processi rilevanti. Eppure sembrano avere un peso criminale notevolissimo.

Sono alla sbarra per il processo d’appello sulla faida a Gioia Tauro e coinvolti nell’imponente operazione “Puerto Liberado” che, condotta dalla Guardia di Finanza, portò ad arresti eccellenti per un ingente traffico di sostanze stupefacenti al Porto di Gioia Tauro. A confermare il peso specifico criminale dei Brandimarte, sono le dichiarazioni del pentiti, Marino Belfiore.

Dopo le dichiarazioni di qualche settimana fa dell’altro pentito, Arcangelo Furfaro (LEGGI L’ARTICOLO), un altro collaboratore parla della famiglia Brandimarte.

 NUCCIO BRANDIMARTE UN VERO BOSS

Giuseppe Brandimarte
Giuseppe Brandimarte

Giuseppe Brandimarte, detto Nuccio, sarebbe addirittura un vero e proprio boss ed in carcere esercita un peso criminale notevole, tanto da riuscire a trasferire detenuti da un piano all’altro del Carcere.

E’ quanto emerge dai verbali del neo-pentito Marino Belfiore che, fresco di collaborazione, racconta al pm Giulia Pantano ciò che sa dei Brandimarte, dell’omicidio di Michele Brandimarte, della faida con i Priolo e degli omicidi della Piana di Gioia Tauro, una lunga scia di sangue che sarebbe nata da motivi familiari.

“Io e Brandimarte Nuccio eravamo allocati su piani differenti – racconta Belfiore-. Mi fu presentato da Bagalà Vincenzo. Nuccio Brandimarte era allocato al primo piano con Enzo Perri. Ho saputo che Nuccio Brandimarte era molto rispettato in carcere perché gestiva la sezione, era per tutti i detenuti un punto di riferimento. Con questo intendo dire che se c’erano problemi tra detenuti, se ne faceva carico lui. Brandimarte Nuccio aveva un peso criminale”.

Tale peso criminale veniva esercitato, secondo i racconti di Belfiore (e come rivela anche un articolo de Il Garantista, a firma di Francesco Altomonte del 22/04/2015), anche sulle guardie carcerarie, per far trasferire un detenuto da un piano all’altro.

“Una volta io, Bagalà Vincenzo e Perri Enzo ci siamo incontrati in chiesa. Vincenzo Perri, in quell’occasione, ci propose di fare la domandina per essere trasferiti al primo piano. Mi disse “dai venite giù che siamo tutti paesani, siamo gioiesi lì”…Io risposi “guarda non è facile ottenere il trasferimento di piano in carcere, ma Perri disse “no guarda c’è mio zio Nuccio Brandimarte, parla con lui con i brigadieri”: Insomma mi fece capire che era uno che “contava” ed aveva un ascendente anche sulle guardie carcerarie”.

OMICIDIO MICHELE BRANDIMARTE

michele brandimarte

“Dopo la morte di Michele (Brandimarte, ndr) Fortugno Rocco aveva avuto l’incarico da Alfonso Brandimarte, che aveva visto a Reggio Calabria, di informarsi al momento della sua uscita dal carcere per la visita legata al lutto, su chi avesse fornito ausilio ad Italiano (Domenico, reo confesso del delitto, ndr) coinvolto nell’omicidio di Brandimarte Michele.

Sicuro del fatto che Italiano non avesse agito da solo, Brandimarte Alfonso in pratica voleva sapere se Italiano avesse ricevuto ausilio da un siciliano o da persona di Gioia Tauro. Avuta l’informazione – racconta ancora Belfiore -, Fortugno Rocco al rientro in carcere mi disse “faglielo sapere tu a Nuccio che Italiano è stato aiutato dal fratello, perché io non so se riesco a vederlo prima del trasferimento a Oristano”.

In carcere ho conosciuto Brandimarte Nuccio. Ricordo che feci avere a Brandimarte Nuccio l’ambasciata di Fortugno Rocco, attraverso Magnoli Girolamo (mio coindangato nell’operazione Mediterraneo), che era nella stessa sezione di Brandimarte e che avevo incontrato nella saletta prima di andare al colloquio carcerario”.

Michele Brandimarte, (presunto) boss della ‘Ndrangheta, venne ucciso a Vittoria (Ragusa) il 14 dicembre del 2014 probabilmente per affari legati al traffico di sostanze stupefacenti dalla Calabria alla Sicilia.

FAIDA BRANDIMARTE – PRIOLO

La faida fra i Brandimarte ed i Priolo (cugini dei Piromalli) sarebbe iniziata da litigi familiari, cioè da quando Damiana Brandimarte, moglie di Vincenzo Priolo (e figlia di Michele Brandimarte), esasperata da tradimenti e violenza, lascia il marito per tornare a casa dal padre.

Vincenzo Priolo (marito Damiana Brandimarte)
Vincenzo Priolo (marito Damiana Brandimarte)

Solo che Vincenzo Priolo (Come scritto anche in un precendete articolo LEGGI) non ci sta e ossessiona Vincenzo Perri per farsela “riconsegnare”.

Da questi fatti proverrebbe la morte di Vincenzo Priolo, per mano di Vincenzo Perri (condannato per l’omicidio e per un periodo latitante).

Tutto ciò secondo il racconto dei pentiti Marino Belfiore e Arcangelo Furfaro.

Belfiore addirittura svela alcuni retroscena: “Bonasorta Antonio (col quale Belfiore trafficava armi) mi aveva chiaramente detto che la “causale” dei vari fatti di sangue era da ravvisarsi nell’omicidio di Priolo Vincenzo nel luglio del 2011.

Sentii Priolo Giovanni dire ad Antonio (Bonasorta) che, a seguito dell’assassinio del figlio – racconta Belfiore -, stavano cercando “con ogni mezzo” Vincenzo Perri, autore dell’omicidio di Priolo Vincenzo, e avevano pensato di portare una borsa piena di soldi a Nuccio Brandimarte (fratello di Michele, ndr), che all’epoca seguiva un corso a Gioia Tauro, per indurlo a comunicare dove Perri, dopo l’omicidio, aveva trovato rifugio”.

I Priolo, insomma, volevano solo una cosa: farlo morire, così com’è morto Vincenzo.

“Bonasorta mi aveva detto: “per come lo conosco io, Priolo Giovanni vuole la vendetta per la morte del figlio”.

Così, racconta Belfiore, tentano la via del denaro. “Sentii che disse “vogliamo sapere dove si trova Enzo Perri ad ogni costo. Abbiamo pensato di portare “una borsata china” a Nuccio Brandimarte per farci dire dove si trova”.

Ma Nuccio Brandimarte si rifiutò e, dopo due mesi, si salvò per miracolo da un attentato.

Le dichiarazioni dei pentiti Marino Belfiore e Arcangelo Furfaro sono state acquisite agli atti del processo d’appello dell’omicidio di Giuseppe Priolo, delitto per il quale sono alla sbarra Davide Gentile, Antonio, Vincenzo e Giuseppe Brandimarte, Giovanni Priolo e Giuseppe Forgione, tutti assolti in primo grado.

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