Chiamata alle armi e democrazia autoritaria

Le nuove norme sulla legittima difesa, entrate in vigore il 18 maggio, negano  ai poteri dello Stato il monopolio esclusivo dell’uso della forza   a tutela dei beni fondamentali del singolo cittadino.  Nei fatti al cittadino viene riconosciuto il proprio diritto all’autodifesa, non più come circostanza eccezionale, bensì come strumento ordinario a difesa dei propri diritti.

Insomma lo Stato fornisce al cittadino il diritto all’autodifesa e all’offesa riconoscendo la propria incapacità ad intervenire efficacemente per tutelare l’ordine.

 Conseguentemente si sancisce la privatizzazione dell’ordine . Pertanto i cittadini, più abbienti tramite servizi di vigilanza privata oppure  coloro disponibili all’uso di armi, potranno disdegnare  o supplire alla protezione dello Stato.

Drammatizzando la questione criminale, nonostante la costante  riduzione negli ultimi anni, (-2,3% nel 2017 secondo il ministero degli interni) il governo e certi organi di informazione alimentano una emotività collettiva. Dal punto di vista del “rendimento politico” il ministro della paura preferisce alludere  alla chiamata alle  armi di commercianti e cittadini qualunque. E’ evidente che i sacerdoti del populismo strumentalizzano una certa ansia dell’uomo-massa di apparire un eroe armato, magari circondato dall’ammirazione del ministro di polizia e di altri cittadini

Ma il governo del populismo e della paura con il secondo decreto sulla sicurezza,in via di definizione in questi giorni, rafforza la propria strategia che tende ad una democrazia autoritaria.

Cavalca la criminalizzazione dei soccorsi in mare con provvedimenti persecutori e va oltre  contrastando più in generale il dissenso politico con l’inasprimento di misure di interdizione in occasione di conflitti sociali (compresi i cortei sindacali e studente deschi)

Il testo denota la volontà di inibire o depotenziare tutte le forme di  aggregazione e manifestazione rispolverando  provvedimenti risalenti al periodo fascista.

In particolare l’art.4 prevede il potenziamento delle operazioni di polizia “sotto copertura” e quindi con agenti non identificabili in occasione di assembramenti. Attraverso il previsto art.5 si interviene sul diritto di riunione (anche in forma privata !) Insomma a giudizio dei singoli questori spetta la facoltà di  definire una riunione pubblica quale “pericolosa”  non solo sotto l’aspetto dell’ordine pubblico, ma anche  per ragioni di moralità o di sanità pubblica.

La bozza non è stata ancora licenziata dal consiglio dei ministri e però è pubblicizzata preventivamente come annuncio elettorale. Non ci stupiremmo che la norma possa essere adottata come decreto e quindi immediatamente esecutiva dal momento della pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Insomma  l’idea di una democrazia autoritaria alligna non solo nei gruppi estremisti, ma anche nelle forze che animano l’attuale governo.

Gianfranco Motta

 

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Ha ricoperto per quattordici anni l’incarico di segretario provinciale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato di Ragusa . Dal 1993 al 2000 presidente della Camera di Commercio e successivamente, fino al 2010, presidente del Consorzio dell’area Industriale. Nel 1994 è stato il primo presidente di una Camera di Commercio in Italia a costituirsi parte civile in un processo di mafia. Nel 2000 ha sottoscritto il primo protocollo di legalità sugli appalti in Sicilia. E’ tra i fondatori dell’associazione antiracket di Ragusa. Attualmente dirige il dipartimento sviluppo territoriale della CGIL di Ragusa. E’ volontario della Protezione Civile.

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