E’ tutto così perfettamente comodo…

Non è ancora iniziata la campagna elettorale ma posso dire, credo senza tema di smentita, che ci stiamo muovendo nel solco della migliore tradizione.

Badate bene, non sto parlando solo della ricorrenza di nomi stranoti, addirittura “storici”, che da tempo immemorabile sono protagonisti della vita politica ragusana e/o occupano un posto a Palazzo dei Normanni. Non sto parlando nemmeno dei cambi repentini di casacca, da un partito all’altro, giustificati dalla effettiva contendibilità del seggio e dalla “necessità” (non si capisce bene di chi) di continuare il lavoro svolto.

No, il problema non è  di nomi, anche se dobbiamo ammettere una certa incapacità della classe dirigente siciliana di rinnovarsi e che dietro l’arroccamento delle posizioni personali c’è un naturale istinto di conservazione, la paura del dopo e dell’oblio, la dimenticanza collettiva, il ritorno alla “normalità” (che brutta la normalità!).

Comunque, la continuità, di cui parlavo, è un fenomeno ben più profondo e radicato nella cultura politica siciliana e italiana e attiene al rapporto stesso tra il candidato e l’elettore. Il primo chiede il voto per “costruire”, o “per fare battaglie” o per mettere “l’esperienza al servizio”, ma dietro gli slogan, lo sappiamo bene, c’è il patto sottinteso, antico, indiscutibile e sempre verde, tra il politico italiano/siciliano e il popolo, c’è la costituzione di un rapporto privilegiato tra eletto ed elettore, un rapporto diretto nel quale il cittadino ha il diritto di chiamare per nome il deputato, l’assessore, il presidente, il consigliere. Chiamare per nome e dare del “tu” perché il politico deve essere “popolare”, “alla mano”, “tra la gente” e, soprattutto, sempre disponibile, anche a ricevere la telefonata di Tizio e di Caio e prodigarsi per soddisfare l’esigenza specifica del suo sostenitore.

Non funziona l’illuminazione nella pubblica via? Non c’è problema! Si chiama il consigliere comunale, l’assessore, il sindaco in persona e, perché no, magari anche il deputato, giusto per essere sicuri che gli operai della manutenzione verranno immediatamente a risolvere il problema, ovviamente senza curarsi della programmazione generale degli interventi ed anzi pretendendo che si interrompa il lavoro altrove purché si soddisfi la richiesta contingente e personale!

C’è bisogno di trovare un lavoro per il proprio figlio? Non c’è problema! Basta rivolgersi ad un politico e lui farà il possibile per aiutare. Chiarisco, tutto legale, perché non c’è norma di legge che vieta ad una persona, ancorché impegnata politicamente, di chiamare un qualche imprenditore e chiedergli il favore di assumere un povero giovane senza lavoro e con famiglia a carico, anche se questi non ha le competenze e sottrae quel lavoro a chi lo merita davvero. E’ solo un piccolo favore, appunto, fatto da chi assume a beneficio di chi chiede l’assunzione e da parte di questi a chi si è rivolto a lui. Un piccolo favore che attende di essere ricambiato in direzione inversa, dall’assunto al politico e da questi al datore di lavoro, come una serie di tessere del domino messe in piedi, l’una accanto all’altra e tutte insieme, secondo un disegno complessivo che possiamo definire “mentalità diffusa”, su cui si regge il “sistema” democratico, fin dal dopoguerra. Nei casi più eclatanti, quando questo sistema degenera e supera il limite, si finisce come a Vittoria.

Ecco, questa “mentalità diffusa”, che sto cercando di descrivere attraverso due casi astratti, sebbene esemplificativi di situazioni costanti negli ultimi 60 anni, è (cito il mio caro amico Carmelo) “la sabbia negli ingranaggi” delle istituzioni democratiche e repubblicane, è la ruggine che ha messo in ginocchio, ad esempio, la sanità in generale e quella siciliana in particolare, è l’incrostazione di una retrocultura feudale dalla quale non siamo ancora riusciti a liberarci, non perché ne abbiamo veramente bisogno, ma perché noi italiani, noi siciliani a maggior ragione, siamo pigri per antonomasia e siamo stanchi, troppo stanchi dei manierismi e delle complessità che noi stessi inventiamo pur di nascondere le vie facili dei piccoli e grandi privilegi personali.

Siamo fatti così e le imminenti elezioni, unitamente a certi provvedimenti del governo regionale in carica (dai forestali alle promesse di fondi per i dipendenti dell’ex Provincia di Ragusa) dimostrano che non cambieremo.

A parte qualche candidato Presidente, noto per essere contrario questa “mentalità diffusa” e, per questo motivo, tacciato di essere “poco simpatico” (alibi cretino per non dare il voto), non cambieremo nemmeno questa volta.

Ma poi, mi direte, se alla fine “campiamo” e ci prendiamo anche il lusso di lamentarci perché non funziona nulla, scaricando la colpa sugli stessi politici che abbiamo eletto ma che non disprezziamo di invocare quando se ne pone la necessità, perché mai dovremmo cambiare?

E’ tutto così perfettamente comodo!

1 commento

  1. Muovono più pena che rabbia. Soltanto preghiere di conversione per tutti, ipocriti e farisei, atei e materialisti, affaristi persi in giri di boa che portano soltanto a dannazioni e sofferenze interiori. Mai conosciuto uno di questi signori realmente in pace e sereno. Mai una donna veramente ma veramente credibile come persona solare e realizzata.
    Che la pace scenda su di noi.

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