Cultura e Scuola a Vittoria…

Cultura e #scuola. E in particolare #cultura a scuola. Volendo essere ancora più specifici, cultura al Liceo a #Vittoria. Se il punto di osservazione è tutto, anzi (come ci suggeriscono gli esiti della fisica quantistica), se esso fa parte integrante dell’esperimento e ne determina le possibilità di riuscita, ci si può sentire autorizzati (senza nessuna intenzione, e, ancor meno, pretesa di insidiarne la grandezza) ad esprimersi come #charlesdegaulle (al netto dei rispettivi contesti di riferimento, il suo molto più ampio): «Vasto programma».
Vasto per quello che l’entusiasmo e la necessità ci richiede ancora di fare; vasto per le potenzialità che le risorse umane (i ragazzi, materiale infiammabile, maneggiare con cautela) ci mettono a disposizione; vasto per il ricambio generazionale che fisiologicamente ci attende (la tradizione, conserva responsabilmente), e per quello sociologico che siamo chiamati a governare (l’innovazione, se la conosci non ti uccide).
Il tempismo è tutto. Il film di Paola Cortellesi (“C’è ancora domani”) è diventato il Film perché la sua uscita nelle sale è stata accompagnata da quell’esame di coscienza (no, non quello “di un letterato” di Renato Serra) di natura collettiva del popolo italiano, e segnatamente (così impone il mainstream) del maschio tossico, in seguito al barbaro femminicidio della povera Giulia Cecchettin. L’ultima opera del celebrato Sfera Ebbasta (“X2VR”, reprise della sua prima opera dal titolo “XDVR”, fuor di pittogramma “per davvero”) per la stessa legge del sincronismo di uscita non sembra (per lo meno in Italia) invece in sintonia con lo zeitgeist attuale. O perlomeno così sembra, leggendo frasi come “Dice che vuole i miei figli, glieli schizzo tutti in face”.
Il tempismo, dunque, è tutto, come dicevo, e io scrivo il 05.12.2023, ed insegno nel Liceo Scientifico di Vittoria, e mi chiedo giornalmente se quello che facciamo (che facciamo noi, operatori scolastici di Vittoria all’interno delle scuole di Vittoria) sia anche “cultura”, e non solo “istruzione” (lasciando perdere i risvolti burocratici che essa comporta).
Scrivo queste note dopo 2 episodi. Stamattina abbiamo partecipato ad una matinée cinematografica inserita all’interno del Vittoria Film Peace Fest. Una manifestazione vittoriese, che va a tutto merito degli organizzatori che annualmente aprono una finestra sul mondo ai nostri ragazzi, occasione che noi abbiamo il dovere morale di tramutare in una rampa di accesso all’altro e ad Altro. L’altro ha un nome e un cognome; l’Altro è impegno, cultura, inchiostro su carta, celluloide, movimento.
L’Altro è spirito, è spiritualità. Come l’amicizia fra Jesse Owens, il coloured statunitense plurimedagliato a Berlino ’36 davanti all’impassibile Führer e di fronte alle telecamere di Leni Riefenstahl, e Luz Long, tedesco, competitor di Owens nel salto in lungo, ma a lui legato da una di quelle affinità elettive che solo la sana rivalità riesce a tenere in vita. Luz Long muore in guerra, irregimentato nell’esercito nazista, qui, a 7 km da Vittoria. A Biscari, Acate, il 15 luglio del 1943, qualche giorno dopo lo sbarco degli americani a Scoglitti con l’operazione Husky. Oggi abbiamo visto il cortometraggio sull’argomento, e avevo le lacrime agli occhi ascoltando le parole di Federico Buffa e guardando le immagini del cimitero tedesco in cui è sepolto Long, a ridosso di “Iddu”. “Iddu”, cioè, l’Etna.
È cultura questa? Di sicuro è emozione. È cultura la visione del film “Io, capitano” di Matteo Garrone, che sempre oggi abbiamo visto in una Sala 2 gremita? È cultura avere attraversato idealmente assieme a Seydou e Moussa, dopo avere sobbalzato sui pic-up Toyota, le sabbie del deserto a piedi, ed esserci perduti nei meandri di un carcere gestito dalla mafia libica? È cultura avere assistito alla mortificazione dell’essere umano, mercificato, reificato, spogliato di ogni suo avere? Torturato, vilipeso, maltrattato (come il personaggio cantato da Rino Gaetano in “Mio fratello è figlio unico”)? È cultura essere stati a bordo di un peschereccio del XX secolo carico di carne umana condotto dall’Africa in un porto siciliano (“a baita”, faceva dire Mario Rigoni Stern ai soldati veneti ritornati salvi a casa dalla campagna di Russia) da un capitano di 16 anni (tanto che nella circostanza non ho potuto fare a meno di ricordare un libro di Jules Verne della mia infanzia, “Capitani coraggiosi”)?
Che orgoglio, quando assieme ai ragazzi, ieri, nel primo pomeriggio del David Giovani (tre miei alunni sono giurati) e del Premio Leoncino d’Oro, cui due mie classi partecipano, ho sentito rispondere Pierfrancesco Favino, il Salvatore Todaro della Regia Marina Italiana del film “Comandante”, all’ufficiale belga (la cui nave che portava armi agli inglesi era stata affondata dai “nostri”) che gli chiedeva: «Perché ci avete salvato, una volta che eravamo in mare? Noi non l’avremmo fatto…», che orgoglio, dicevo, sentire dire a Tore Todaro: «Forse perché siamo italiani…». Italiani, e di una grande tradizione classica ed umanistica, che Hannah Harendt ammirava (e che, secondo la grande filosofa, nell’Italia della II guerra mondiale aveva evitato un feroce accanimento antiebraico, non certo del regime, ma da parte della popolazione, molto meno zelante nel suo odio razziale che in altre nazioni: la Germania, ovviamente, ma soprattutto la Romania e in parte la Grecia).
Io direi che è cultura anche questa: il mare e le sue leggi, quel braccio teso che può ridarti la vita o separarti (se non lo ricevi) definitivamente da essa e (se non lo dai) da Dio.
Non solo compiti, interrogazioni, verifiche, scartoffie. Anche strumenti per interpretare il reale. Dunque, cultura. La morte di Giulia Cechettin, la manifestazione del 25 novembre e le sue polemiche (su cui non voglio in nessun modo entrare nel merito).
Seconda metà novembre, e ho una quarta. E il tempismo è tutto. In programma c’è Ariosto. Seconda ottava del Proemio: «Dirò d’Orlando in un medesmo tratto / cosa non detta in prosa mai, né in rima: / che per amor venne in furore e matto, / d’uom che sì saggio era stimato prima; / se da colei che tal quasi m’ha fatto, / che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, / me ne sarà però tanto concesso, / che mi basti a finir quanto ho promesso». Spiego ai ragazzi che Ariosto sostituisce la tradizionale invocazione alla Musa con una preghiera alla sua donna, Alessandra Benucci. Le chiede di lasciargli un pizzico di lucidità mentale, tanta quanto è sufficiente per completare il poema. L’amore fra Ludovico e Alessandra era litigarello? Ariosto era insoddisfatto del tenore del rapporto con la sua donna amata? Ariosto nel suo amore era “tossico”? Possessivo, geloso, potenzialmente criminale, “figlio sano del patriarcato”? Le fonti non ci dicono nulla di questo. Ludovico dice semplicemente questo: se perfino Orlando, il prototipo, il modello, l’ideale rappresentante di un’umanità affidabile, dedita al servizio dei più deboli (la cavalleria medievale nella sua idealizzazione riceve legittimazione sulla base di tali coordinate cristiane e cortesi), se perfino, dunque, Orlando corre il rischio di diventare pazzo per amore, di sviluppare una insana monomaniacalità, di perdersi all’interno di quel carcere mentale costituito dal Palazzo di Atlante, vittima di un movimento circolare destinato ad avvitarsi più e più volte su stesso, chi siamo noi, molto meno forti, energici ed equilibrati di Orlando, per tirarci fuori dal rischio teorico di guardarci un secondo allo specchio, e vedere riflessa in esso l’immagine di un essere che ha abdicato alla propria natura umana, e si è reso colpevole del più odioso dei crimini, quello commesso ai danni di chi amiamo? Di chi, soprattutto, ci ha amato?
È cultura, questa? È cultura la capacità di porci delle domande scomode, e di non andare appresso al pifferaio di turno? È cultura, la capacità di sapere distinguere fra l’attendibilità di un tiktoker o una live dei Ferragni e l’autorevolezza di una grande testata giornalistica o di un talk-show orientato per quanto si voglia, ma che si proponga di mantenere a nord l’ago della bussola deontologica di chi fa informazione, cioè l’onestà intellettuale?
Se tutto ciò è cultura (e il mio range di riferimento temporale delle attività scolastiche prese in considerazione è di 10 giorni: 25 novembre – 5 dicembre 2023, non un giorno in meno, non uno in più), bene, allora possiamo dire che a scuola, nella Nostra scuola (Vittoria, #Sicilia, #Italia), si fa (anche) cultura.
Vasto programma, certo. Sed nulla dies sine linea. Alè.
P.S. Il plesso Cannizzaro in cui insegno è in ristrutturazione, e di tanto in tanto le mie classi si spostano al Mazzini, in cui ci sono gli altri indirizzi del nostro Liceo (Linguistico, Scienze Umane ed Economico-Sociale). Qualche giorno fa mi trovavo nell’atrio del I piano, e ho sentito alle mie spalle 4-5 ragazze nordafricane, totalmente occidentalizzate quanto ad abbigliamento (non indossavano nemmeno il velo), ma che discutevano animatamente in arabo. Ho provato una vertigine, pensando alle nuove sfide didattiche che la variazione dell’utenza già in atto comporta. Il problema non è solo mentale, legato cioè alla necessità (evidente, ormai) di non vedere più nel Liceo esclusivamente la Fortezza Bastiani della continuità classica greco-latina all’interno della tradizione intellettuale (umanistica e scientifica, parlando del Classico e dello Scientifico) italiana. Non stiamo parlando di scuole elementari, in cui in molte classi è già avvenuto il sorpasso demografico dei “nuovi” italiani sui “vecchi”. Parliamo dei Licei: meno il Classico e lo Scientifico con il Latino, molti di più i casi negli altri indirizzi. La questione è che mentre la società si interroga su come contenere, governare, agevolare (o altro ancora) i flussi migratori, la scuola sta già sperimentando parole nuove e nuove forme di convivenza.
È cultura, la convivenza? Per noi, a scuola, nella Nostra scuola, è già tautologia.

(di Daniele Liberto – Docente di #lettere all’Istituto Giuseppe Mazzini di Vittoria e Dottore di ricerca in filologia moderna)

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