Dipendenza relazionale e “l’incapacità di mitigare la solitudine”

Si è realmente indipendenti quando si è capaci di dipendere: ciò rende subito chiara l’idea che invece di parlare di un doppio asse dipendenza-indipendenza è più corretto parlare di dipendenza sana e dipendenza patologica.

La nostra cultura ha sempre associato la dipendenza a debolezza, insicurezza, passività, incapacità di provvedere a se stessi e, in senso lato, al genere femminile, creando di certo dei pregiudizi. Il concetto di dipendenza va sempre declinato culturalmente, si pensi infatti a come è cambiato negli ultimi 50 anni o di come sia diverso all’interno delle varie culture. Ad es. gli americani considerano la società giapponese che attribuisce grande valore all’unione e all’armonia fra le persone, come formata da individui conformisti e dipendenti; di contro i giapponesi interpretano l’individualismo della società americana come aggressività ed esagerata indipendenza.

Ma chi sono realmente i dipendenti? La dipendenza patologica si basa su un’idea immodificabile dell’altro come oggetto esclusivo e su un’idea di sé come soggetto bisognoso, incapace di provvedere da solo alla propria sopravvivenza. Al contrario, in una condizione di dipendenza sana, troviamo condivisione con l’altro, patteggiamento e capacità di accettare la tensione implicita nel rapporto (negoziazione), che impedisce una completa passività da una parte e dominanza dall’altra.

Spostandoci nel continuum della dipendenza non sana, le persone con disturbo dipendente della personalità si riconoscono per una profonda insicurezza nelle proprie capacità e risorse, per il continuo bisogno di essere accuditi, per i comportamenti sottomessi, per l’impossibilità a prendere scelte autonome di qualsiasi tipo, affidandosi sempre a qualcuno (partner, figli, parenti…). Sono persone schive e inibite, terrorizzate dall’idea dell’abbandono, che pur di garantirsi la certezza di una relazione e la vicinanza di un partner arrivano ad accettare di tutto. Finché riesce a mantenere la relazione di dipendenza da cui comunque trae forza, la persona dipendente può condurre una vita più o meno equilibrata ma quando la relazione finisce (per una morte o separazione) può manifestare reazioni patologiche. Fra i meccanismi di difesa più utilizzati vi è la negazione, atteggiamento psicologico che porta a rimpicciolire o addirittura a non riconoscere i conflitti e le ostilità anche interne e soprattutto a negare la propria dipendenza, attribuendo colpe o inadeguatezze a circostanze o eventi esterni, non riconoscendo la realtà delle cose.

Gli individui dipendenti provengono spesso da sistemi familiari con genitori ipercoinvolti e ipercontrollanti e intrusivi che non hanno permesso in loro lo sviluppo della sana autonomia e a volte anche autostima. Spesso il messaggio che si cela dietro la dipendenza è che questa è l’unica maniera per permettere ancora il legame con la propria famiglia di origine, per cui non crescendo (non svincolandosi) il figlio (dipendente) rimane ad essa fedele. La dipendenza può anche svilupparsi in soggetti trattati dai propri genitori o figure di accudimento come “cose inutili”, di poco valore, condizione che può spingerli da grandi alla ricerca disperata di quel ruolo mai avuto, imbarcandosi in relazioni sentimentali fallimentari.

Denebola Ammatuna

(Psicologa) 

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Nata a Ragusa e vissuta a pochi passi dal mare… cresco a Pozzallo. Dopo la maturità classica mi trasferisco nella bella Palermo, iscrivendomi al corso di laurea di psicologia, la grande Passione. Palermo è certamente una città per me del cuore, dalla quale ho preso il suo meglio, cercando anche di donarle il mio di meglio: la spensieratezza, la gioventù, la curiosità intellettuale, la vitalità. Oggi sono specializzanda in psicoterapia familiare e sistemica del CTR di Catania e radicata nell’ibleo, dove svolgo la libera professione con un’unica certezza per me e per chi confida nel mio sostegno: “Non è mai troppo tardi per essere felici”.

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