“I bambini non si comportano come gli adulti, non discriminano”

disabili bambiniDopo aver appreso la notizia che in una scuola primaria in provincia di Napoli alcuni genitori hanno ritirato i propri figli dalla classe in cui vi era la presenza di un alunno autistico, non solo mi sono indignata, ma il mio pensiero è andato a quei bambini che sono stati privati da una grande opportunità. Conoscere e confrontarsi nella diversità. Il motivo del ritiro? Avrebbe penalizzato lo svolgimento dei programmi. Il programma curricolare non ha il primato sulle relazioni umane. I bambini sono più realisti e spontanei degli adulti. Se un altro bambino non si comporta come loro, fanno delle domande, non discriminano naturalmente. Se il compagno “diverso” entra a far parte del loro mondo essi lo accolgono e, facendo questo, si “allenano” ad accogliere la diversità. Questo li farà diventare delle persone migliori. I bambini che frequentano scuole con diverse culture e problematiche diverse dimostrano una capacità di accogliere e di collaborare molto superiore alle classi di soli normodotati. Sono preparati alla diversità. Forse questi genitori non sanno che non è lo svolgimento del programma la cosa più importante della vita scolastica degli alunni di una scuola, ma la capacità di crescere insieme costruendo relazioni che permettono di conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il “programma” è adeguato alla crescita, non sono i bambini che sono adeguati al programma. La disabilità è scomoda, ma credere di poterla nascondere ai propri figli per esonerarli dal dolore e dalla fatica di mettersi in gioco è un errore mostruoso. Questo fatto di cronaca fa constatare che i disabili e, in genere, i diversi continuano a essere discriminati. Da sempre l’essere umano ha temuto non solo il diverso, ma più in generale ciò che non riesce a spiegarsi immediatamente, ma il principale motivo di ogni forma di discriminazione resta sempre e comunque l’ignoranza. Conseguenza di questo atteggiamento è una almeno parziale emarginazione dei diversamente abili. Una loro completa integrazione è invece possibile. Come già accennato, l’emarginazione è una condizione che scaturisce dall’analfabetismo psico-sociale, pertanto attraverso un costante impegno da parte di tutti noi le cose possono sicuramente migliorare. Per il futuro sono piuttosto ottimista, perché lavorando nel sociale e con la diversità posso appurare quotidianamente che i bambini non sono mai prevenuti di fronte a nessun tipo di disabilità: sono gli adulti che, attraverso il cattivo esempio dettato dal pregiudizio, li condizionano negativamente. La strada da percorrere è comunque ancora lunga e tortuosa, nonostante la tradizione cristiana del nostro Paese faccia pensare a un più radicato senso di solidarietà. Ma, a mio parere, tale contraddizione è spesso figlia della rigidità. Una condizione che si ritrova in tutte le religioni e quella cristiana, purtroppo, non fa eccezione. Il diversamente abile non è un “poverino” che va aiutato in quanto sfortunato, ma è una persona come qualsiasi altra. Egli non cerca l’elemosina emozionale o l’accettazione da parte di una comunità in quanto persona disagiata, ma vuole essere considerato, amato e anche odiato, purché possa vivere la propria esistenza con la stessa dignità che si dovrebbe attribuire sempre a qualunque essere umano. E invece i tempi non sono ancora maturi. Dove invece si è ancora lontani dall’equilibrio è nel riconoscere il diritto ad amare della persona con disabilità. Ma l’amore è un sentimento che nessuno può imbrigliare. Il fatto che spesso la società si contrapponga a questo diritto non significa che non si possa concretizzare. Certo spesso mancherà l’approvazione, ma il diritto di provare un sentimento e di essere ricambiati resta. Altra questione spinosa, complessa e talvolta controversa riguarda l‘emarginazione che coinvolge anche la famiglia del disabile. In generale, purtroppo, non posso esimermi dall’ammettere che spesso il nucleo familiare, a causa dell’enorme impiego di energie che un disabile richiede (e qui la gravità ha un ruolo importante) tende esso stesso a isolarsi. Inoltre ci sono anche casi in cui è più difficile metabolizzare una disabilità (specialmente se acquisita) per un familiare, che non per la persona che “incappa” in questa peculiare e svantaggiata condizione. Per alleviare il fardello di chi ha in casa una persona con disabilità bisognerebbe mettere il prossimo in condizione di dare il meglio, ma senza chiedergli l’impossibile. I disabili non sono una palla al piede, ma una risorsa per il nostro paese, sta a noi valorizzarli e metterli in condizioni di potersi esprimere al meglio.

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Enza Iozzia modicana di origini, dal 2001 vive a Piacenza. Nello stato di famiglia risulta sposata con 2 figli. Professionalmente è impegnata nel sociale. Per apparire nelle varie testate giornalistiche si è “inventata” un nuovo modo di fare cultura Il suo motto: Non è l’arte a rendere la donna diva, ma è la DONNA a rendere l’arte divina.

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