IL PERCHE’ MANCANTE

– Papà, cosa è successo? –

– Un terremoto. –

– A casa nostra? –

– No, in alcune città un po’ lontano da qui. –

– Ma col terremoto muoiono le persone? –

– Sì, ne sono morte tante. –

– Anche bambini? –

– Sì, purtroppo anche tanti bambini. –

– Perché? –

– … –

Non ho saputo più rispondere.

Avrei potuto spiegarle che la nostra madre terra a volte ha bisogno di darsi una sgranchita, di muoversi e di stringersi e distendersi, esattamente come facciamo noi, e che in questi casi tutto quello che sta sopra la superficie comincia a tremare e, a volte, trema tanto forte da fare cadere le case.

Avrei potuto spiegarle che nelle città colpite dal terremoto esiste una cosa chiamata “faglia”, una sorta di grande fessura tra un pezzo di terra e l’altra, che ogni tanto si muove e fa crollare tutto, compresi i palazzi e le Chiese.

Avrei potuto dare una ragione quanto più vicina a quello che la scienza ci ha spiegato e ci sta spiegando ogni giorno, ma non era questa la risposta che lei voleva, non era la risposta che io non sapevo dare alla domanda: perché sono morti quei bambini, i loro genitori, i loro fratellini, i loro nonni? Perché proprio loro? Perché adesso siamo vivi e fra un momento non ci siamo più?

Ho approfittato dell’improvvisa esuberanza di Isotta per distrarla da questi argomenti. Il discorso si è chiuso lì e siamo andati a pranzare, ma nella mia mente quel “perché” ha continuato a diluviare incessantemente: “…perché dare al sole/perché reggere in vita/chi poi di quella consolar convenga?/Se la vita è sventura/perché da noi si dura?…”*

Già! Perché? Sempre la solita domanda che l’uomo si è posto nel corso della storia e alla quale ha dato risposte sempre diverse ma mai definitive.

Chi gode del beneficio della fede viene salvato dal dolore di non sapere trovare un senso. Il credente vede una luce rischiarare il buio della sua caduca esistenza e  attribuisce allo stesso essere “appesi a un filo” il significato unico del vivere, in funzione di quel mondo felice che verrà oltre l’ultimo respiro.

Chi non crede nei dogmi della fede, invece, non può che guardare alla natura, all’universo-mondo  che lo circonda come fonte del suo massimo bene e massimo male. Chi non crede è consapevole della sua piccolezza di fronte alla forza immensa di una energia invincibile, sprigionata improvvisamente e irretrattabilmente dal ventre della madre-terra, e ne resta atterrito.

Lei, la natura che ogni giorno offendiamo con la nostra superbia e la nostra arroganza sembra diventare ostile e a noi nemica. ma solo perché il nostro cuore chiude gli occhi di fronte alla verità, ubriaco di rabbia di fronte allo spirare delle vite innocenti, convinto che una punizione superiore chiamata a colpire indifferentemente dalle colpe degli uomini, abbia fatto dispetto in vece di giustizia, portandosi via alcuni per le malefatte di altri.

No! in realtà un senso non esiste affatto. Siamo qui, ora e semplicemente, e nessuno lo ha voluto ad eccezione dell’amore dei nostri genitori. Un atto di amore che si traduce e si declina da sempre nel tempo, nella vita, nella morte, nell’esistenza debolissima, già vinta, ma anche capace di sopravvivere nelle più estreme condizioni.

Ed allora non ha più importanza chiedersi perché esistiamo, perché viviamo o perché moriamo. E’ un fatto e bisogna accettarlo come tale, ma ci si può chiedere se ha senso odiarsi, combattersi reciprocamente per la conquista di ricchezza, fama e soprattutto di potere dell’uomo sull’altro uomo, come se entrambi non fossero ugualmente esseri insignificanti di fronte all’esistenza.

“Credo in te, anima mia/l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te/ e tu non devi umiliarti di fronte a lui”.**

Sotto questa lente, appare tragica e meschina la sciagurata pratica umana di soggiogarsi l’un l’altro e viene naturale e spontaneo chiedersi se non abbia più senso amarsi reciprocamente, profondamente, indifferentemente, senza alcuna eccezione.

Bartolomeo Vanzetti (giustiziato il 23 agosto del 1927) rivolgendosi ai giurati che lo avrebbero condannato a morte, disse, con lo spirito e la determinazione di chi amando il prossimo ha colto il significato della sua vita e della sua imminente fine: “ho lottato strenuamente contro ogni delitto…ho rifiutato io stesso i beni e le glorie della vita, i vantaggi di una buona posizioneho combattuto tutta la vita per eliminare il delitto: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”.

Ecco. Sono certo che quei bambini sepolti tra le macerie hanno vissuto in amore, amando i loro genitori e i loro nonni. Questo ha fatto della loro breve vita un percorso pieno di ragione e di bellezza e mi voglio convincere che, per questo semplicissimo motivo e per nessuna altra ragione che non sia il puro amore, il loro spirito ha deciso di librarsi nel Tutto e tornare alla Natura.

Chissà…Poteva essere questo, forse, il perché mancante?

 

* G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

** W. Whitman, Credo in Te anima mia

2 COMMENTI

  1. Splendide parole, di umana coscienza.
    Grazie Antonio per il tuo contributo, anche io mi unisco a te con un abbraccio simbolico e sentito al mio caro Paolo.
    Alessia

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