“Italo”, ovvero la generosità disinteressata che ci rende persone migliori

All’inizio molti di noi pensavano di godersi una storia leggera, raccontata dentro i colori e le forme della nostra terra. Molti di noi pensavano di godersi la bellezza di Scicli convinti, come spesso accade a noi gente di provincia, che le proprie bellezze storiche, monumentali e ambientali risultino assai più degne di ammirazione se filtrate dalla magica luce del cinema.

La bravura di Alessia Scarso, del cast e dei suoi collaboratori, invece, ha regalato a noi spettatori molto di più, trasformando Scicli in un luogo ideale, un luogo narrativo universale attraverso cui raccontare una storia altrettanto universale, una storia che non è più solo nostra, siciliana, ragusana, sciclitana, ma dell’uomo in generale e di un’umanità oramai sempre più spesso relegata in un cantuccio della coscienza individuale e collettiva.

Italo, infatti, è lo specchio sul quale si riflette l’immagine dell’uomo moderno, un uomo incapace di ammettere le proprie debolezze e che non vede, o fa finta di non vedere, gli effetti nefasti prodotti dai suoi stessi errori e dalle sue stesse paure ma convinto, piuttosto, di potere esorcizzare il proprio dolore attraverso l’attribuzione delle sue stesse colpe a facili capri espiatori del momento: l’antefatto raccontato all’inizio del film e cioè l’eliminazione del randagismo attraverso la pratica brutale dell’abbattimento di tutti i cani randagi presenti in paese è un esempio, non solo per noi ragusani, doloroso tanto quanto difficile da dimenticare, perché ci ammonisce severamente sulle nostre azioni, le nostre più gravi omissioni e le conseguenze che ne possono derivare per le incolpevoli vittime. 

Fortunatamente l’uomo che incontra Italo è destinato a ricredersi, a riconoscere i cattivi insegnamenti dati ai figli e il dolore che ne può derivare e per questo capisce di dovere aprire il cuore per agire con generosità, la stessa generosità disinteressata e spontanea di cui Italo è stato un esempio nella realtà prima ancora che nella fictio narrativa.

Alla fine, quando le luci del Cinema Aurora si sono accese, avevamo tutti gli occhi lucidi per la commozione e abbiamo rivolto uno sguardo fugace alla regista, presente in sala con noi e per noi, uno sguardo fugace di ringraziamento per averci ricordato che la cattiveria, l’indifferenza, l’incomprensione sono sentimenti esclusivamente dell’uomo, da combattere e da vincere attraverso la cultura dell’amore e della solidarietà, un piccolo miracolo per nostri figli, nei cui cuori non è giusto che alberghi la tristezza, un piccolo miracolo per i grandi, per i dubbiosi, per quelli convinti di sapere tutto, per quelli consapevoli che, in fondo, “tutto può essere” e tutto può accadere se non si perde la speranza di credere, se non si perde il bisogno di attendere in silenzio, nel frinire tenace delle cicale ed il frusciare leggero di un canneto, seduti ad una panchina di una stazione qualsiasi in un posto qualsiasi, il ritorno improvviso, stupefacente e meraviglioso, di chi ci ama…

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