La buona politica non è un “prodotto da serra”

Alla preselezione del concorso pubblico per 800 cancellieri, indetto dal Ministero della Giustizia, si sono presentate diverse decine di migliaia di persone, secondo qualcuno addirittura 60.000.  Immaginate un attimo: l’intera popolazione di Modica animata dalla speranza di entrare a far parte di una ristretta comunità di lavoratori paragonabile, per numero, ad una piccola parrocchia di periferia.

E non pensiate che questo sia un fenomeno eccezionale o giustificato solo dalla portata nazionale del concorso! Ed infatti, proprio in questi giorni la ditta appaltatrice del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani di Modica è impegnata nella selezione di personale, per una decina di unità, da destinare nel proprio organico, anche in vista dell’inizio della raccolta differenziata.

Bene, per questi pochi posti di lavoro hanno presentato il curriculum in centinaia, secondo qualcuno addirittura mille persone.

Mi dicono che la ditta ha dovuto fare una prima importante scrematura, individuando una sessantina di potenziali lavoratori e nei prossimi giorni dovrà scegliere, tra questi, i pochi più fortunati.

Alle spalle di questi fatti, citati solo a titolo di esempio, c’è un problema sociale allarmante, che manifesta la grandissima necessità di lavoro rispetto alla quale, però, non corrisponde un numero altrettanto proporzionato di offerta occupazionale.

Ovviamente, in un simile stato di cose, il potere contrattuale dei lavoratori diventa estremamente debole, come accadeva cinquanta, cento anni fa, oltre che facile preda di una cultura clientelare, tipica della peggiore e più indegna classe politica italiana (tutt’altro che scomparsa dopo tangentopoli e dopo la fine della prima repubblica). Anzi, possiamo affermare che una certa classe politica trova nel disagio sociale, oggi più che mai, il proprio nutrimento, nel bisogno dei disoccupati la sua forza elettorale e di potere, creando un sistema malato dove anche l’impresa privata diventa oggetto di strumentalizzazione, perché rappresenta il mezzo attraverso il quale si riesce a tenere sulla graticola la grande massa di lavoratori. Ed ovviamente, in questo contesto, un’impresa, come anche una qualsiasi commissione chiamata a giudicare i partecipanti al concorso pubblico, non è più libera, come descrive la nostra Costituzione, di decidere chi e come assumere, ma resta ostaggio delle pressioni politiche, vista anche la facilità con la quale un certo sistema di potere riesce a condizionare l’aggiudicazione degli appalti pubblici o gestisce l’attribuzione diretta degli incarichi.

Il caso CONSIP denuncia anche questo stato di cose e manifesta l’insufficienza delle sole regole di legge.

Contro questa situazione c’è solo un modo di reagire: cambiando mentalità!

Proviamo a ragionare in modo diverso: pensiamo, partendo dal livello locale, ad una azione amministrativa che non si limiti, come accade oggi, ad investire su iniziative effimere, come quelle meramente ludico/ricreative, concluse le quali resta solo il ricordo di una passeggiata nel corso principale del paese oltre che un inutile dispendio di denaro, né circoscritta alla sola manutenzione minima, quella ordinarissima, che nessun valore aggiunto produce sul ciclo economico.

Pensiamo ad un governo locale che cerca di coagulare risorse, a vario titolo, per investire su infrastrutture e opere pubbliche di rilievo, che in Sicilia e nelle città siciliane ci vogliono come il pane, anche allo scopo di innescare un meccanismo virtuoso di occupazione sempre maggiore ed il conseguente circuito di drenaggio di liquidità nel tessuto commerciale.

Gli effetti, a medio-lungo termine sarebbero benefici sotto molteplici aspetti, perché in un ambiente nel quale c’è molto lavoro per le imprese, queste ultime non rischiano di cadere nella rete delle pressioni politiche, possono assumere un numero maggiore di personale, in un mercato nel quale l’offerta di lavoro sarebbe tale da liberare i lavoratori dal bisogno della “referenza”. In questo sistema si produrrebbe ricchezza e nello stesso tempo un insieme di servizi e opere a beneficio della collettività, con inevitabile innalzamento della qualità della vita.

E d’altra parte, quando guardiamo al modello tedesco parliamo proprio di questo!

Per raggiungere tali risultati dobbiamo tornare al concetto della Buona Politica, quella dotata di una visione e non limitata dal proprio bisogno di auto-alimentazione elettorale.

In un Comune come Modica, ad esempio, gli investimenti per opere pubbliche di un certo rilievo (es. viabilità e mobilità, parcheggi, edilizia scolastica, piazze, uffici, illuminazione pubblica) rappresentano uno dei tasselli indispensabili per creare lavoro e, quindi, libertà.

Un lavoro di sinergia, poi, tra diverse amministrazioni del territorio provinciale sarebbe auspicabile, ad esempio per incentivare la mobilità collettiva e nello stesso tempo creare lavoro attraverso la creazione di infrastrutture.

Occorre fare un grosso sforzo di rappresentazione del futuro ed avere pazienza, tanta pazienza, la capacità di attesa dell’artigiano che conosce la strada lunga del cesello per giungere alla bellezza del risultato finale.

Occorre uno sforzo di immaginazione, perché immaginare è il primo passo per cambiare il mondo.

Occorre uno sforzo contro se stessi, perché l’egoità è il limite più grande al progresso umano e produce solo disastri.

Se volessimo paragonare la Buona Politica al mondo agricolo, dobbiamo immaginarla come un campo all’aria aperta, sul quale cresceranno i frutti giusti nel tempo giusto, senza forzature e senza scorciatoie, perché essa ha bisogno di respiro lungo mentre è destinata a morire se limitata dentro le anguste e asfissianti forzature della “serricultura”…

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