La colpa di restare vivi e la “gestione” dei necrologi…

   “Per le mafie controllare i propri territori, garantirsi impunità, costruire consenso e legittimità sociale vuol dire anche sottomettere la libera informazione, pretendere rispetto, costringerla al silenzio”.    

Con queste parole si apre la relazione , approvata il 5 agosto scorso dalla Commissione Antimafia, sulle minacce criminali alla libertà di informazione.

Nei primi dieci mesi del 2014 in Italia si sono registrati 421 episodi di violenza o intimidazione agli operatori dell’informazione. Ma queste sono le cifre relative solamente agli episodi conosciuti, la dimensione del fenomeno è ben più vasta. Secondo l’autorevole osservatorio “ Ossigeno per la stampa” (diretto da Alberto Spampinato) nella realtà questa cifra deve essere moltiplicata per dieci: vale a dire circa quattromila episodi l’anno.

Lettere e telefonate minatorie, macchine incendiate, pallottole spedite a casa, linciaggi mediatici e sfacciate minacce sui social network, aggressioni fisiche e danneggiamenti. E poi ci sono le intimidazioni più subdole, quelle recapitate con la “carta bollata”, con le minacce di risarcimento per milioni di euro che spesso inducono al silenzio e all’autocensura sia chi scrive, che il direttore e l’editore.

Chi scrive con la schiena dritta ben presto avverte attorno a se quell’isolamento che nei piccoli centri lo fa sentire come un corpo estraneo. Gli sguardi maligni per la strada, i consigli dispensati anche da persone insospettabili: “ma chi te lo fa fare tanto non cambia nulla” , oppure “ non hai capito il problema è un altro” e ancora “encomiabile il tuo impegno ma devi pensare alla tua famiglia”.

Vengono apostrofati come “gli infami” perché svelano le collusioni tra soggetti economici, ambienti politici e le mafie che controllano il territorio e quindi tradiscono il buon nome della comunità in cui vivono. E poi ci sono le mezze parole sussurrate dai bene informati dopo un attentato o un’aggressione: “ è tutta una montatura organizzata per mania di protagonismo e prepararsi per le prossime elezioni” oppure “ se volevano farlo tacere lo avrebbero ammazzato già da tempo” e voler lasciare intendere che restare vivi è una colpa.

Attualmente in Italia più di trenta giornalisti vivono sotto tutela delle forze dell’ordine e a tale proposito va ricordato che la Sicilia ha pagato un prezzo altissimo con otto giornalisti caduti per mano mafiosa. Ma non è soltanto il Mezzogiorno, come si legge nella relazione della Commissione, che registra il numero maggiore di intimidazioni. Infatti tra i casi più recenti si segnalano l’attentato sventato contro Giovanni Tizian in Emilia e le gravi e ripetute minacce alla giovanissima Ester Castano in Lombardia . Nel Lazio nei primi sette mesi del 2015 si sono registrati ben 26 episodi di intimidazioni e minacce a giornalisti. Vale la pena sottolineare che spesso i giornalisti che scrivono di mafia sono definiti “ freelance” perché non hanno neppure un regolare contratto di lavoro, ma una semplice lettera di incarico. Sono sottopagati a cottimo e non godono di alcuna copertura assicurativa quando subiscono danneggiamenti e aggressioni. Giovanni Tizian, figlio di una vittima innocente di ndrangheta, dichiara che la sua collaborazione ad un quotidiano di Modena era retribuita con quattro euro per ogni articolo.

Sappiamo bene che la pressione mafiosa si manifesta con diversi volti e linguaggi e spesso raggiunge l’effetto intimidatorio attraverso le complicità che provengono dall’interno del sistema dell’informazione. Su questo aspetto la relazione della Commissione si sofferma a lungo e cita dettagliate circostanze e numerosi episodi. A pagina 43: “ Valter Rizzo ha ricordato la vicenda del pesante intervento di Mario Ciancio, direttore ed editore del quotidiano La Sicilia, nei confronti di un giovane redattore del suo giornale, Concetto Mannisi, che alla presenza di uno dei capi di cosa nostra catanese, Giuseppe Ercolano, fu pesantemente redarguito da Ciancio che gli disse « tu non devi più nominare questa persona come boss mafioso anche se te lo dovessero dire i carabinieri ! ». Chiaramente l’azione fu assolutamente intimidatoria e venne fatta di concerto con la volontà del capomafia (Giuseppe Ercolano che era presente all’incontro fra Ciancio e Mannisi, ndr) “ . In merito ai rapporti tra Mario Ciancio e gli ambienti mafiosi la relazione della Commissione dedica molte pagine ricche di dettagliati riscontri e sull’ argomento andrebbe scritto un intero volume.

Forse qualche lettore si sarà stupito perché nel titolo di questo intervento si fa riferimento ai necrologi. Purtroppo anche attraverso la gestione di queste pubblicazioni si rivelano le infestazioni della cultura mafiosa. In tal senso appare    particolarmente significativo l’atteggiamento del quotidiano La Sicilia nella pubblicazione, o meno, di alcuni necrologi. Non a caso nella relazione della Commissione, pagine 46 e 47, se ne fa cenno : “ricorrendo il terzo trigesimo dell’omicidio del commissario Beppe Montana il padre, Luigi Montana, si vide respingere il necrologio presentato allo sportello del giornale La Sicilia « su disposizione del vice direttore Corigliano e del direttore Mario Ciancio », come risulta in calce al testo del necrologio. La spiegazione del quotidiano catanese venne affidata all’inviato Tony Zermo: il necrologio in ricordo di Beppe Montana – scrisse Zermo – era stato rifiutato perché « il testo parlava di un delitto di mafia dagli alti mandanti ». In realtà il testo del ricordo funebre di un uomo dello Stato ucciso da cosa nostra diceva semplicemente: « La famiglia con rabbioso rimpianto ricorda alla collettività il sacrificio di Beppe Montana, commissario P.S. Rinnovando ogni disprezzo at mafia et suoi anonimi sostenitori ». Anni dopo La Sicilia non mostrerà gli stessi scrupoli quando –il 30 luglio 2012, il giorno dopo la morte del capomafia Giuseppe Ercolano (lo stesso ricevuto da Ciancio nel suo ufficio in occasione della reprimenda verso il suo cronista) – il giornale pubblicherà ben tre necrologi di amici e parenti che ricordano l’Ercolano, compreso il figlio Aldo, oggi all’ergastolo in qualità di autore materiale dell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava.”

Gianfranco Motta

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Ha ricoperto per quattordici anni l’incarico di segretario provinciale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato di Ragusa . Dal 1993 al 2000 presidente della Camera di Commercio e successivamente, fino al 2010, presidente del Consorzio dell’area Industriale. Nel 1994 è stato il primo presidente di una Camera di Commercio in Italia a costituirsi parte civile in un processo di mafia. Nel 2000 ha sottoscritto il primo protocollo di legalità sugli appalti in Sicilia. E’ tra i fondatori dell’associazione antiracket di Ragusa. Attualmente dirige il dipartimento sviluppo territoriale della CGIL di Ragusa. E’ volontario della Protezione Civile.

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