La cultura e le strategie di adattamento

Le varie teorie antropologiche sembrano concordare sul fatto che la cultura sia l’elemento distintivo della specie umana, definendola come la capacità di trasmettere conoscenze alle generazioni future e soprattutto come la possibilità di compensare alle carenze naturali, in termini di istinti e di dotazioni fisiche, modificando l’ambiente circostante e permettendo l’adattamento dell’uomo a molteplici e problematici contesti naturali.

La cultura sarebbe la seconda natura che ha permesso all’homo sapiens sapiens di sopravvivere nella prima.
Questa mia definizione è certamente molto ampia e include una serie di banalizzazioni e semplificazioni che fanno torto alla moltitudine di seri studi sull’argomento, ma serve per cercare di chiarire il senso che la parola cultura ha assunto per noi e quello che potrebbe assumere considerando i vari contesti a cui tale parola si potrebbe applicare.

Questo punto di vista ci permette, infatti, di divergere dal facile accoppiamento cultura-erudizione, in quanto per l’antropologo è cultura qualsiasi azione specificamente umana che serva al sapiens per adattarsi all’ambiente che lo circonda, e questo ci permette di definire cultura cose anche molto negative, che vengono percepite come appropriate a seconda del contesto in cui accadono.

Quanto appena descritto è definito relativismo culturale ed è stato la cifra di molta antropologia del novecento, ma era anche il pensiero di fondo dei sofisti ai tempi di Socrate e Platone, contro cui questi ultimi si battevano in nome della vera conoscenza che coincideva con una presunta virtù. Cosa ci insegna il relativismo culturale però nel momento in cui il mondo si fonde, in modo assolutamente caotico, in una pretesa globalizzazione? Che lo scontro e il conflitto diventano gli strumenti con cui una cultura pretende di assorbire dentro di sé le altre.

La colpa di tutto ciò? In occidente la farei risalire ai modelli dialettici di stampo hegeliano che trasformano il conflitto in un momento necessario allo sviluppo e soprattutto alla conferma del potere, in altri contesti l’applicazione onnivora di principi religiosi che copre copiosi interessi economici.

In entrambe le visioni il conflitto ha un ruolo purificatore e progressivo, e la cultura da strumento di adattamento diventa strumento di conflitto.
Ma se la Cultura fosse, invece, capace di smascherare la follia del conflitto? Se fosse l’ultimo tentativo di umano adattamento a un mondo sempre più affollato e complesso?

Se diventasse strumento di comprensione non di discussione, capacità di approfondimento e di indagine e non di ribaltamento e rivoluzione?
La Cultura, oggi, dovrebbe delineare la capacità dell’uomo di recuperare un rapporto benefico di reciprocità con la natura e, pur non potendo eliminare del tutto il conflitto, proporsi di smascherarlo per quello che realmente rappresenta.

La Cultura dovrebbe recuperare il concetto di specie umana, come organismo solidale che rispetta le individualità, le persone, che la compongono e che non riduca strumentalmente tutto a fatti numerici statisticamente più o meno rilevanti.

Cosa prevede l’impegno culturale partendo da questa prospettiva? Interessarsi ai fenomeni, studiarli e analizzarli per cercare soluzioni, a dispetto della dialettica come arte del confronto e del dibattito argomentativo che è solo sublimazione della competitività, vera cifra del modello che sta distruggendo il nostro pianeta.

La comunità studiante, se possiamo usare questo termine, collabora, parla, conversa, dissente e spiega perché lo faccia, non prevarica, non aspetta il consenso, si confronta e non compete, cerca soluzioni vere, non facili, costruisce nuove tradizioni che rinnovano la possibilità per la specie umana di adattarsi a nuove dinamiche di relazione con l’ambiente naturale e sociale in cui è immersa.

(di Gianni Raniolo, Professore di Scienze Umane e Filosofia all’Istituto Giuseppe Mazzini di Vittoria)

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