Adriana Faranda: una vita da “leggere” e non da “banalizzare”

faranda con cossigaUna fotografia, una pennellata sulla tela, una parola, un discorso in un pensiero. Questa è Adriana Faranda, una donna che, pur perdendo, ha vinto senza accampare scuse e pagando il fio della propria colpa. E chi ne banalizza la storia, affermando che “sia pur sempre una brigatista”, sappia che neanche per un momento Adriana Faranda cerchi indulgenze, ma la semplificazione di una storia, che sia drammaticamente positiva o drammaticamente luttuosa, nuoce all’intelligenza di chi la applica. La normalità nella voglia di esistere, l’evoluzione che Adriana Faranda ha vissuto e vive in ogni istante della sua vita, per chi quegli istanti li ha contati singolarmente, in sedici anni di reclusione, fino al 1994, che testimoniano i suoi sbagli, ma anche la voglia di ricominciare, anzi forse di continuare. Continuare con l’arte, per chi afferma che: “Ho cominciato a dipingere quando ero bambina, quando frequentavo a Palermo una scuola privata di pittura. Il mio lato, diciamo artistico, non è mai morto dentro di me. Come dico spesso, anche con amarezza, persino durante la clandestinità avevo sempre dietro una scatola di colori, erano il mio legame con me stessa”. quadro farandaE poi la fotografia, una passione che nasce da un fortunato incontro, “un amore frustrato – commenta Adriana -, perché non avevo mai i soldi per comprare una macchina fotografica decente. Poi, quando ho conosciuto Gerald Bruneau – un ritrattista francese che oggi vive in Italia – mi sono riappassionata. All’inizio lo accompagnavo quando lavorava, mi occupavo delle luci e scattavo qualche immagine in bianco e nero”.  Così nasce “Curve di transizione”, che  è una galleria di immagini digitali, ideate e realizzate da Adriana Faranda, attraverso la rielaborazione creativa di ritratti fotografici di Gerald Bruneau. In questa serie di lavori il filo conduttore è la trasformazione del concetto di identità nella cultura di oggi, una riflessione sugli innumerevoli volti che l’identità assume, dismette, modifica e reinventa. Adriana oggi conserva il sorriso puro di chi ha sofferto, perché ha fatto soffrire. Una ragazza bellissima allora, una donna affascinante oggi che con voce calda ma sicura, comprensibilmente provata, racconta i momenti drammatici di faranda fotquella stagione “maledetta”, la genesi ed il rapporto con la politica. “Credo che la politica in quella stagione abbia avuto una grandissima carenza proprio nel dialogo con chi, come noi, era portatore di bisogni nuovi, di desideri nuovi, di critiche anche a molti aspetti del sistema in cui vivevamo. Questa mancanza di dialogo ha portato ad una radicalizzazione, ad una chiusura, ad una incomunicabilità, è diventata rifiuto del dialogo anche da parte nostra, molto presto. Il fatto che non si venga compresi si trasforma in un punto di forza e nella radice di una nemicità assoluta”. Così si arriva all’episodio che segnerà per sempre uno dei punti più bui dello Stato, i 55 giorni del sequestro del Presidente della Dc, Aldo Moro. “Dal punto di vista della mia storia all’interno delle Brigate Rosse, sono stati sicuramente i più brutti. Giorni in cui si mescolava una grandissima ansia per quello che stava per succedere, una lacerazione umana molto profonda ed un senso di impotenza a quel punto, il momento in cui avevamo perso la battaglia interna per la liberazione senza contropartita del Presidente Aldo Moro. E, poco per volta, maturò la sensazione di non poter più far nulla. L’ultima speranza, che era la dichiarazione di Bartolomei, naufragò miseramente davanti alla televisione che trasmetteva il suo discorso”. faranda e morucciPer chi lotta, seppur sbagliando, per le proprie idee e che perde miseramente. Una crisi che nessuno chiede di comprendere, ma di leggere attentamente sì, perché non solo frutto di uno strazio interiore, ma di una lacerazione che si viveva in quel momento in Italia, un Paese che nascondeva e nasconde segreti non raccontabili. Nessun parallelismo con la sofferenza inenarrabile della famiglia di Aldo Moro, nessuna assoluzione per chi ha sbagliato (e lo sa), ma soltanto il tentativo di spiegare scelte errate e momenti vissuti. “In quei momenti veramente ho vissuto una crisi profondissima, in cui alla fine davo la colpa a tutti. A noi, a me stessa che ero stata dentro un’operazione che stupidamente non avevo previsto sarebbe diventata una trappola, ai miei compagni che non riuscivano a pensare, come me, che quello era un atto mostruoso che avrebbe segnato l’inizio della fine. Davo la colpa allo Stato che aveva abbandonato Moro, a i suoi compagni di partito, al Pci che aveva immediatamente imposto sin dall’inizio la fermezza. Non sopportavo più la ragione rivoluzionaria e la ragion di Stato, che erano i due poli di questa tragedia e paradossalmente mi sentivo solidale in quel momento solamente con Moro e con la sua famiglia”. I dubbi, quelli hanno da sempre accompagnato Adriana Faranda, anche prima di quei “maledetti 55 giorni”. Quei dubbi certamente non l’hanno salvata allora e, in cuor suo siamo certi, la condannano ancora oggi che, da nonna e da artista, continua a cercare risposte. “Da buona siciliana ho sempre Adriana_Faranda_amato molto Vittorini e la domanda che si pone, “morto cane nero, abbiamo risolto il problema”? Ciò mi tormentava perché secondo me comunque, nonostante si fosse sempre detto che la violenza fosse la levatrice della storia, non si poteva più credere che la violenza potesse essere la levatrice di un mondo migliore e questa è una distinzione fondamentale. Perché la storia non porta sempre ad un mondo migliore, come in questo caso”. La dissociazione arriva dopo, ma intimamente era già presente la sera prima dell’uccisione di Aldo Moro. “Purtroppo in quei momenti ero ancora convinta di volere rivoluzionare tutto. Mi ero già dissociata nel mio intimo, ma non dando ragione allo Stato che aveva abbandonato Moro. Ma all’umanità, che era il mio principio ispiratore. In quel momento mi stavo rendendo conto in maniera irrimediabile che la strada della violenza e della lotta armata non fosse praticabile, perché contraddiceva tutti i principi da cui eravamo partiti. È stato un errore nell’essenza della scelta stessa. Fra le altre cose io ho sempre criticato il principio che il fine giustifica i mezzi, perché se i mezzi non sono congrui ai fini, non si va da nessuna parte. Il fine viene inficiato immediatamente”. La conclusione della conversazione con Adriana Faranda, tocca un aspetto molto intimo, cioè le sensazioni vissute all’appello del Pontefice Paolo VI e quella che doveva essere, secondo Adriana, la soluzione pacifica della “drammatica questione”. “Quando Paolo VI si rivolse a noi, chiamandoci uomini delle Brigate Rosse, si appellava alla nostra umanità, quindi si appellava a quello che noi, in quanto rivoluzionari dovevamo esprimere, cioè una qualità diversa che non siamo riusciti a mettere in pratica. Colpì me ed impressionò tutti, ma molti lo interpretarono come un altro colpo assestato alle loro richieste. Nel momento in cui il Pontefice invitasse a liberare “senza contropartite”, ricevevamo un riconoscimento come uomini, ma in quel momento, in quello specifico scontro, contava poco, perché contava la loro identità politica (delle BR, n.d.r.) ed è qui che naufragò il discorso di Paolo VI, perché nella richiesta di liberare Moro senza contropartita, che poi riproponemmo anche io e Valerio, mancava il riconoscimento non in quanto uomini ma in quanto entità politica”. Si, perché Adriana Faranda e Valerio Morucci (compagni all’epoca), cercarono di convincere le Br, dall’interno, della “necessità di liberare Moro senza contropartite”. faranda_ADN--400x300“Noi la sostenevamo, perché dicevamo potesse diventare, in quel momento, una nostra condizione di forza. Le Br stavano simulando uno Stato in sedicesimo, avevano i tribunali del popolo, le carceri del popolo, le condanne in nome del popolo, allora invece di trasgredirla la convenzione di Ginevra, che ti vieta di fare del male ai prigionieri, figuriamoci di ucciderli, si doveva farla quella simulazione fino in fondo e dare la grazia ad Aldo Moro. Allora si, che ci saremmo dimostrati, anche eticamente, superiori al nemico che stavamo combattendo”. Una donna che ha lottato, nel male e nel bene. Due occhi che spesso brillano, bagnandosi di lacrime sincere, un’artista che non chiede nulla a chi continua a giudicarla e che assolve gli altri, ma non se stessa. Un nuovo percorso di vita, che non per forza deve piacere o esser condiviso, ma rispettato sì. Perché il rispetto lo si deve comunque, anche al tuo peggior nemico. E soprattutto a chi continua a ripetersi: “Da molto tempo ho segnato la mia distanza, ho chiesto perdono, ho significato il mio dolore ed il mio strazio, mi sono presa tutte le mie responsabilità, eppure so che non potrò mai lavarmene le mani”. Avvicinatevi alla sua arte, non pensando chi sia Adriana Faranda, ma soltanto che si tratti di Adriana. Una donna che sogna e quindi trasforma, in arte, sensazioni e pensieri.

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Nato a Ragusa il Primo febbraio del 1983 ma orgogliosamente Modicano! Studia al Liceo Classico "Tommaso Campailla" di Modica prima, per poi laurearsi in Giurisprudenza. Tre grandi passioni: Affetti, Scrittura e Giornalismo. "Il 29 marzo del 2009, con una emozione che mai dimenticherò, pubblico il mio primo romanzo: “Ti amo 1 in più dell’infinito…”. A fine 2012, il 22 dicembre, ho pubblicato il mio secondo libro: "Passaggio a Sud Est". Mentre il 27 gennaio ho l’immenso piacere di presentare all’Auditorium “Pietro Floridia” di Modica, il mio terzo lavoro: “Blu Maya”. Oggi collaboro con: l'Agenzia Giornalistica "AGI" ed altre testate giornalistiche".

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