La festa di Sant’Agata dieci anni dopo le indagini per mafia: non è cambiato nulla…

Sono passati più di dieci anni dall’avvio delle indagini che condussero ad ipotizzare l’esistenza di una pressante cappa di condizionamento mafioso su quella che è la festa per antonomasia dei catanesi, quella che tradizione, devozione e folklore hanno negli anni trasformato in un evento, anche mediatico, di portata internazionale. Alla luce degli ultimi eventi che hanno macchiato la conclusione dei festeggiamenti di quest’anno, la processione interrotta e semplificata nella sua fase finale, il Capo Vara e un importante prelato sottoposti a protezione perché destinatari di gravi minacce, è lecito chiedersi cosa sia cambiato in questi anni e se quella verità giudiziaria, consacratasi con le sentenze di assoluzione, rispecchi veramente la realtà odierna dei fatti.

Forse è bene ripercorrere sinteticamente il lungo iter giudiziario, conclusosi, come è noto, con l’assoluzione di tutti coloro – appartenenti a Cosa Nostra o alla stessa in qualche modo vicini – che erano stati incriminati in quello che, anche nell’immaginario collettivo, era divenuto “il processo per le infiltrazioni di Cosa Nostra nella festa di S. Agata”

Cosa Nostra accusata di realizzare profitti e vantaggi ingiusti derivanti dalla gestione della tempistica dei festeggiamenti, determinando tempi e luoghi dell’esplosione dei fuochi d’artificio, soste della processione, orari di rientro del fercolo; accusata di gestire i flussi economici leciti come la vendita della cera e illeciti come le scommesse collegate alle vere e proprie “gare” tra le candelore e ad altre manifestazioni di pseudo-devozione; accusata in particolare di favorire quegli ambulanti vicini all’associazione o da essa “protetti”, mediante un’abile gestione dell’intera processione e di tutte le attività collaterali; Cosa Nostra, accusata di aver monopolizzato la festa che si celebra tra il 3 e il 5 febbraio in onore a Sant’Agata, allo scopo di ottenere il profitto più importante per un’associazione mafiosa: l’aumento del proprio prestigio criminale e del proprio radicamento nella popolazione, venne assolta in primo grado, l’8 febbraio 2013, dal tribunale di Catania “perché il fatto non sussiste non essendo stata fornita la prova dell’esistenza di una specifica organizzazione (o ramificazione della stessa organizzazione-madre) finalizzata esclusivamente al raggiungimento di tale fine; questo stesso fine dovrebbe essere ricompreso tra quelli dell’organizzazione per la partecipazione alla quale gli imputati hanno riportato condanna o sono comunque sotto procedimento…”.

Nella visione del tribunale, in sostanza, non esistendo un’organizzazione specifica, all’interno dell’associazione mafiosa, destinata ad occuparsi della gestione della processione di Sant’Agata, e non essendovi comunque le prove dell’esistenza della stessa, non poteva che giungere ad un’unica decisione: “l’assoluzione di tutti gli imputati”.

L’accusa rivolta agli imputati era, però, quella di appartenere all’associazione mafiosa Santapaola-Ercolano e non di aver istituito una ramificazione di essa per il controllo della manifestazione catanese. Di conseguenza la formula di assoluzione ”il fatto non sussiste” avrebbe semmai dovuto essere sostituita da un più esatto “l’imputato non ha commesso il fatto”, dato che l’appartenenza degli imputati alla famiglia mafiosa in questione – la ramificazione catanese di Cosa Nostra – è dimostrata dalle numerose sentenze passate in giudicato. Gli imputati erano infatti accusati di appartenere alla medesima associazione mafiosa e di aver mirato ad accrescere il potere della stessa esercitando il controllo sulle festività agatine. C’è da chiedersi, piuttosto, in che modo veniva esercitato questo controllo.

Tutti i devoti conoscono l’importanza del Circolo Cittadino S. Agata, che svolge un ruolo determinante nei festeggiamenti e ritenuto il più importante dei cinque circoli a ciò dedicati, insieme a quello della Cattedrale. Nonostante il Circolo vanti l’appartenenza di centinaia di persone encomiabili, risultava inquietante la presenza tra i soci di esponenti del gruppo Santapaola-Mangion e, in particolare, che la tessera numero 1 e la tessera numero 2 appartenessero rispettivamente ai due imputati. Nel 1999, inoltre, due degli imputati appartenenti alle famiglie sopracitate erano stati nominati revisori dei conti e, poco più avanti, nel 2002 il consiglio del circolo aveva nominato Rettore del cereo per l’anno 2003 uno degli imputati appartenente alla famiglia Mangion. E ancora, nel 2002, gli imputati Mangion e Santapaola si erano candidati come presidenti del circolo Sant’Agata, sebbene poi venisse eletto Diolosà, che, per quanto non appartenesse a nessuna delle due famiglie, risultava essere molto vicino a esse.

Questo iter giudiziario, ripercorso sinteticamente, si pone l’obiettivo di spiegare non la vicinanza delle famiglie mafiose alla festa di S.Agata, ma l’intromissione di queste all’interno dell’organizzazione della festa.

Alla luce dei fatti che sono recentemente accaduti il 5 febbraio di quest’anno, quando per motivi di sicurezza il Capo Vara Claudio Consoli ha impedito la salita del fercolo per la via di San Giuliano, innescando in molti fra i presenti, non un semplice dissenso, ma atteggiamenti aggressivi sfociati in vere e proprie minacce, quanto ci sentiamo realmente di escludere ancora oggi un’infiltrazione mafiosa nell’organizzazione della festa?

E possiamo realmente asserire che la mafia sia circoscritta a un’organizzazione costituita da nomi e cognomi ormai conosciuti e non sia più genericamente un atteggiamento che ormai sta contaminando anche chi non può realmente definirsi appartenente a quelle famiglie?

La frase di Monsignor Scionti “Cari delinquenti, siete soli ed isolati e adesso fate silenzio perchè dobbiamo pregare”, con cui è riuscito a toccare il tallone d’Achille delle organizzazioni mafiose che nell’isolamento vedono la loro debolezza e che ha avuto come ripercussione gravi minacce ai danni del capo vara Claudio Consoli e dello stesso Monsignore, che sono stati tempestivamente messi sotto protezione, portano a chiedersi quanto questa sentenza di assoluzione rispecchi la reale situazione dell’organizzazione della festa di S. Agata e quanta strada si debba ancora percorrere per restituire il senso reale della festa in onore della nostra Santa Patrona che altro non dovrebbe essere se non quello di riunire tutti i fedeli sotto un comune Spirito di preghiera e devozione.

Flavia Petralia e Paolo Borrometi

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