La fine di un Partito, la fine del Renzismo…

Ieri abbiamo assistito ad una brutta pagina della storia politica del nostro paese. Abbiamo potuto constatare, nel corso di un’assemblea nazionale del PD, l’inizio di una fase congressuale e contemporaneamente la fine di un ciclo politico, quello del renzismo, di fatto sconfessato da quasi tutti i maggiori dirigenti del partito.

L’immagine è stata quella di un segretario nazionale arrabbiato, sopraffatto dal rancore, nei confronti degli italiani che hanno votato NO al referendum, incapace di comprendere le ragioni profonde della sua sconfitta elettorale, di leggere i motivi di quel rifiuto, manifestato in modo plebiscitario, nei confronti non solo della sua azione politica ma principalmente della sua cultura di governo del paese.

Questa rabbia è stata espressa nella sua relazione e proiettata sulla c.d. “minoranza”, identificata come la causa stessa di tutti i mali del partito e, per questo motivo, l’oggetto di strali rancorosi volti ad alimentare il vento scissionista che soffiava dalle regioni più intransigenti dello stesso mondo renziano.

Dopo mesi di “calci in faccia”, come ha detto qualche giorno fa Pier Luigi Bersani, quella “minoranza” si è trovata di fronte all’ultimatum, non c’è altro modo di definirlo, di un congresso lampo, pensato “in velocità” da chi, pur partendo dalla situazione vantaggiosa di essere il candidato favorito, per il solo stesso fatto di essere il segretario uscente, vuole stravincere (come voleva stravincere con il referendum!), negando agli altri candidati l’unico strumento necessario per spiegare le loro ragioni e il loro programma: il tempo.

Il tempo negato da Renzi e chiesto da Rossi, Emiliano e Speranza per partecipare ad un dibattito programmatico, democratico e paritario, sul futuro del paese e del partito, ma anche più tempo per dare risposte concrete alla martoriata società italiana, consentendo al governo Gentiloni di portare in parlamento pochi ma importanti correttivi agli errori (tanti) commessi dal governo Renzi: in materia di scuola, di sanità, di giustizia, di welfare, di diritti.

Più tempo, per ridurre l’uso distorto dei vaucher, per assumere importanti provvedimenti in materia di ambiente, per affrontare la questione del ruolo dell’Italia in Europa, per superare le più spinose difficoltà finanziarie e di bilancio dello Stato, per confezionare una legge elettorale riconosciuta dagli italiani nella sua legittimità e capacità rappresentativa.

A queste richieste, di metodo e di merito, il segretario (e l’assemblea composta prevalentemente da suoi grandi elettori) ha risposto picche, perché egli crede che più tempo per il paese equivalga a minori chances per lui in una sua futura candidatura.

E’ questo, e solo questo, il punto su cui bisogna porre l’attenzione ed è bene che ce lo diciamo senza infingimenti: Renzi vuole avere un’immediata legittimazione politica (“agibilità” diremmo se si trattasse di Berlusconi) al fine di liquidare Paolo Gentiloni e tornare al più presto alla guida di Palazzo Chigi. E badate bene, i sondaggi favorevoli all’attuale Premier acuiscono in modo morboso la frenesia del segretario dimissionario. E non è un caso che all‘ipotesi di scissione Renzi collega la caduta del Governo e le elezioni anticipate.

Come in ogni narrazione politica, però, egli ha la necessità di dissimulare le sue vere ragioni (personali), imbastendo la scenografia dei grandi valori e dei massimi principi. A questo scopo soccorre l’immagine dei D’Alema e dei Bersani, soccorre l’idea della “vecchia guardia” da rottamare perché “si pone come ostacolo al futuro del paese”.

Renzi ricorre ai luoghi comuni della rottamazione, non comprendendo che lui stesso è stato triturato e rottamato dal popolo italiano, e si chiude nel suo arroccamento preconcetto, spingendo, con il suo silenzio, verso la c.d. scissione.

Egli ritiene che senza quella parte, sia pure minoritaria, del partito le cose andranno meglio, perché resteranno solo quelli che dicono sì a tutto quello che dice e, così pensando, manifesta in modo plateale la sua totale mancanza di senso democratico.

Michele Emiliano, nel suo intervento di ieri, ha chiesto a Renzi di essere il segretario di tutti, un segretario super partes capace di mediare, di dialogare, capace di fare un passo indietro nelle sue posizioni pur di garantire la tenuta del partito, di essere leader e non più semplicemente un capo corrente ottuso e intransigente. Il silenzio del suo interlocutore ha dimostrato che Matteo Renzi non ha le qualità politiche per essere leader come ha già dimostrato di non avere le qualità politiche per essere un buon Premier.

Adesso, caduti tutti in una spirale infantilistica tipicamente renziana, passeremo il tempo a discutere  di chi è la colpa di questa imminente separazione. Passeremo il tempo a discutere del nulla, bruceremo il tempo, lo stesso tempo che avremmo potuto usare nell’interesse dei lavoratori, dei cittadini, degli imprenditori, degli studenti, delle casalinghe, dei pensionati, dei malati, dei bambini.

Il tempo, potremmo usarlo bene per fare cose buone!

Ma le cose buone si scontrano con le velleità di un uomo solo, destinato inesorabilmente alla sconfitta…

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