L’amore al tempo dei social…

Seconda tappa del viaggio: le relazioni ai tempi del virtuale.

Argomento complesso, eppur così alla portata di tutti. Siamo tutti vittime e complici del virtuale, dell’ineffabile ed inafferrabile non-realtà che ogni giorno diventa sempre più reale e parte della nostra vita.

Nessuna demonizzazione dei social, nessuna guerra all’utilità che possono avere nel rintracciare amori perduti, amicizie lontane e, perchè no, anche nuove amicizie, nuove conoscenze, ma il confine? Dove sta il confine tra ciò che è e ciò che appare, tra ciò che esiste e ciò che si maschera?

Ci si conosce tramite una chat, ci si scrive anche per mesi o, addirittura per anni, spesso nascondendosi dietro il romantico alibi che conoscersi senza svelarsi abbia qualcosa di magico, di misterioso, di profondo.

Ma dove sta la magia se non nel gioco iniziale di una nuova avventura che rappresenta “incontrare” qualcuno che non si conosce? Dove sta la magia che può dare uno sguardo, un profumo, una sensazione quando le mani si sfiorano, quando gli abbracci si palesano e trasmettono sensazioni, vibrazioni, brividi?

Forse bisognerebbe chiedersi perchè si ha così tanta paura di incontrarsi davvero, di parlarsi, di ascoltarsi; bisognerebbe capire perchè si preferisce mandare uno smiley piuttosto che fare un sorriso vero, bisognerebbe interrogarsi sul perchè si tema tanto farsi vedere e non tanto fisicamente, ma nell’intimo, mostrando occhi colmi di emozioni, anche quelle che fanno male, perchè persino far due chiacchiere al telefono faccia terrore.

Ma ciò su cui bisognerebbe inorridire maggiormente è che il controaltare a questa immensa paura di ESSERE è l’estrema e spaventosa voglia di APPARIRE mostrando i “selfie” e le foto anche dei momenti più intimi, scrivendo qualsiasi cosa su un diario che vedono tutti e nessuno e che nulla ha di quell’affascinante diario con il lucchetto che tenevamo nascosto sotto il letto e che nessuno poteva permettersi di aprire e leggere.

Non voglio risultare antiquata o fuori dalla realtà e, ripeto, non voglio dire che, in assoluto, questa forma di comunicazione non abbia la sua utilità, ma mi piacerebbe credere che i bambini del domani ritorneranno a corteggiarsi incontrandosi in riva al mare, assaporando un gelato insieme, ascoltando le onde del mare e il rumore del vento e non solo il bip di una e-mail, che sapranno donarsi in espressioni facciali più che in faccine smorfiose e colorate di what app.

Mi piacerebbe credere che qualcuno gli insegnerà che esiste altro e che il fascino che può dare una lettera scritta a mano che odora di inchiostro a carta e che ha le tracce del profumo di chi l’ha composta, pensata, imbustata e l’attesa che separa l’invio al momento in cui la si riceverà da una pienezza impagabile. Mi piacerebbe che sapessero che conoscersi davvero è un’altra cosa e che ci si può mostrare per ciò che si è davvero senza nascondersi dietro una maschera che non protegge affatto, ma che, anzi, ha solo l’effetto di renderci più fragili e soli. Mi piacerebbe credere che nessuna ragazza di 13 anni si toglierà la vita per una umiliazione pubblica di un finto fidanzato insensibile che ha sporcato la sua innocenza. Mi piacerebbe pensare che ci fosse semplicemente un ritorno all’equilibrio e alla misura e una riscoperta del vero….

Perdonate la franchezza.

Alla prossima puntata…

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