Le sfide social che portano alla morte ma di cui si parla ancora troppo poco

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Blue whale, tide pods, bird box, e ancora black out challange sono solo alcuni dei nomi che definiscono pericolose sfide in cui gli adolescenti si cimentano per dimostrare di essere parte di un gruppo. Ma qual è questo gruppo per cui sono disposti a rischiare la vita? È il popolo di internet, sterminato, infinito e soprattutto sconosciuto.

Qualche settimana fa, nelle nostre case è entrata la storia di Igor Maj, un ragazzo giovane di appena 14 anni, sportivo, sereno e con una meravigliosa vita sociale caduto nella trappola delle challenge. Igor è stato ritrovato morto il 6 settembre dello scorso anno con un cappio al collo, motivo che ha conseguentemente indotto a pensare al suicidio, ma di suicidio non si trattava. Il quattordicenne ha infatti perso la vita dopo essersi imbattuto in un video che spiegava come procurarsi lo svenimento.

Conosco Ramon May, ingegnere, papà di Igor e di altri due bambini. La mia telefonata comincia chiedendogli della sua famiglia, benestante e amante dello sport. Non mi addentro su cosa fosse successo quel 6 settembre scorso, perché la finalità della mia intervista non è sviscerare nuovamente quel dolore lancinante, ma quello di capire in quale modo noi adulti possiamo confrontarci con i pericoli del web che minacciano i nostri figli e le nostre famiglie. Gli domando in che modo fosse arrivato a capire che la causa della morte del figlio fosse stata una sfida finita male:

– La persona (Igor) era inconciliabile con l’ipotesi di un suicidio, sia il carattere, la situazione familiare, la posizione in cui si trovava, ( toccava con i piedi per terra), nulla era compatibile con un’ipotesi di suicidio. Nella cronologia del web abbiamo trovato questo filmato, poi parlando col fratello è venuto fuori che avevano parlato di un amico che era svenuto, che era quasi soffocato, Igor si era incuriosito di questa cosa, come per dire, lui ha fatto una cosa che io non ho fatto-

– Esiste un canale preferenziale dove si diffondono queste sfide?

– No, cercando sfide challenge si trovano diverse cose analoghe, non è difficile arrivarci, anzi, non è legato al dark web, Igor non andava sul dark web e non passava molto temo al computer, non vorrei che qualcuno pensasse che perché il figlio non va nel dark web non è esposto al pericolo, sono cose molto più accessibili –

– Chiunque può dunque visualizzare queste sfide ?-

– Si, io avevo guardato quelli che fanno i selfie estremi, li ho guardati con i miei figli, noi facciamo arrampicata, quindi facciamo qualcosa che è collegata con le altezze e proprio in quell’ottica gli spiegavo che quello era un pericolo e gli ho spiegato che noi facciamo arrampicata in sicurezza, quella è una sfida, una cavolata che non serve a niente-

– Lei ha spiegato la pericolosità di quei selfie estremi, in che modo possiamo fare capire ai nostri ragazzi che devono mettersi un limite? Io come mamma, come posso aiutare mia figlia a comprendere i pericoli in cui può imbattersi?-

-informandola e spiegandole che ci sono tante situazioni dove loro che sono giovani  non sanno valutare il pericolo, bisogna considerare che la propria capacita di valutare il pericolo è limitata quindi non mettersi nella situazione dove il pericolo è grave. –

La prevenzione e l’informazione diventano dunque le nostre armi per tutelare i nostri ragazzi.

Ramon Maj è impegnato nel diffondere la pericolosità di questo fenomeno, ma nella stessa intervista viene rimarcato il fatto che su cento scuole solo due hanno accettato di organizzare delle conferenze divulgative sul fenomeno challenge.

  • Le uniche scuole dove hanno fatto prevenzione è stato dove qualcuno ha avuto la sensibilità per motivi personali di impegnare il suo tempo per organizzare gli interventi-

Per tutte le altre, evidentemente, il fatto che non fosse ancora successo nulla, diventa un valido motivo per non interessarsi al fenomeno. Ma se di prevenzione si tratta,  deve necessariamente avvenire prima che il danno si verifichi.

Conoscere il fenomeno challenge e comprendere il motivo per cui i giovani si approcciano senza timori ai rischi di una sfida estrema diventa dunque fondamentale:

La blackout challenge consiste nell’autoprocurarsi lo svenimento attraverso la compressione della carotide, con conseguente iperventilazione, che blocca l’affluenza del sangue al cervello.

I ragazzi utilizzano cappi, o più semplicemente le mani per emulare il fenomeno del  blackout anche detto choking game. On line è ancora possibile reperire diversi metodi per arrivare a questo scopo, mentre l’informazione riguardante i rischi che corrono è ancora minima. In Italia già due ragazzi hanno perso la vita nel tentativo di superare i propri limiti. Intanto un adolescente su dieci conosce la blackout challenge e di questi dieci, uno su cinque ha giocato almeno una volta, tutto rigorosamente ripreso e postato online. Perché la finalità è proprio questa, postare i video su internet per ricevere visualizzazioni o più semplicemente superare i propri limiti per sentirsi parte di un gruppo, senza, però, essere realmente capaci di valutarne le le disastrose conseguenze.

Ma perché per sentirsi parte di un gruppo è necessario mettere alla prova se stessi sfidando i limiti umani?

Le neuroscienze hanno fornito delle spiegazioni a riguardo. Il lobo frontale del cervello, ancora in via di sviluppo negli adolescenti, risulta essere determinante nella spiegazione dei comportamenti a rischio, in quanto è responsabile dell’attivazione di pensieri e riflessioni riguardanti le conseguenze delle proprie azioni. La “sfida” il cui significato stesso della parola riconduce a una competizione il più delle volte estrema, trova la sua pericolosità nel sentimento che la parola stessa suscita. In qualunque campo si eserciti, la sfida prevede un superamento, una tentata vittoria nei confronti di qualcuno o di qualcosa. Il settore in cui si esercita questa sfida diventa, chiaramente, determinante se ad accettare  sono ragazzi che per i motivi precedentemente menzionati, non sono ancora capaci di valutarne le conseguenze. Gli adolescenti di qualunque generazione si sono confrontati con il desiderio di appartenere ad un gruppo che accetta però solo i più forti. La sfida diventa così lo strumento per affermare il proprio coraggio.

Lo stesso “black out” non è nato con internet, che porta comunque la colpa di una divulgazione del fenomeno “challenge” incontrollata, ma già negli anni ’90 questo “gioco”  veniva utilizzato dai ragazzini di appena dodici anni che si procuravano lo svenimento utilizzando esattamente la stessa metodologia che oggi troviamo dettagliatamente spiegata in rete. La differenza sostanziale sta nel fatto che, se trent’anni fa imbattersi in una sfida simile era fortemente legato alla casualità, oggi il vero rischio è nascosto dietro la possibilità di reperire facilmente informazioni e video che fra i ragazzi diventano virali, esponendo chiunque alla possibilità di sperimentare qualcosa che può rivelarsi fatale.

La prevenzione fatta attraverso la divulgazione dei rischi legati ai pericoli del web, diventa oggi necessaria per limitare le disastrose conseguenze di un fenomeno che, essendo facilmente fruibile, sfugge al nostro controllo.

Le scuole continuano, chiaramente, ad essere il canale preferenziale per affrontare tutte le tematiche legate ai ragazzi, abbiamo quindi la necessità di vedere un reale interessamento da parte loro, nella speranza che il concetto di prevenzione venga considerato per quello che realmente significa, ovvero: “ Adottare di una serie di provvedimenti finalizzati a cautelarsi da un male futuro”.

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