L’ira funesta di Vittoria. In nome di Alessio e Simone, ora o mai più!

Personalmente fin quando Simone D’Antonio, 12 anni, è rimasto in vita pure se mutilato ho coltivato in un angolino del mio cuore una piccola luce di speranza, quasi che il sopravvissuto potesse serbare in sé anche il ricordo e il soffio dell’anima del cuginetto Alessio di 11 anni. E questa sensazione e dimensione “immateriale” ha contenuto la rabbia e l’ira per i fatti materiali che già parlavano chiarissimo. Perché è vero che l’omicidio stradale con le aggravanti del caso è un fatto in sé e come tale andrà perseguito e giudicato. Ma è altrettanto limpido che il SUV che ha tranciato gli arti e falciato le vite dei due innocenti ragazzini aveva a bordo personaggi minacciosi e malavitosi che da anni andavano avanti così, con storie personali e familiari che indicano prepotenza, cattiveria, disprezzo delle regole, mafia. Tutto in passato descritto, filo per segno, dall’amico e collega Paolo Borrometi che in questi giorni aveva notato le sfumature di costume, di comportamento e di viltà di molti. Rifacendo i nomi, ricordando i fatti, ragionando sulle conseguenze di uno “stile di vita” rabbioso, dannoso e pericoloso per gli altri. Grazie Paolo.  

E se la dimensione “immateriale” di cui sopra a me come ad altri poteva ancora lasciare uno spiraglio per tenere distinti l’omicidio stradale dalla storia dei suoi protagonisti ora che Alessio è morto non è più così. La dietrologia non cambia le umane vicende, in casi rarissimi però può servire a ragionare almeno sul futuro ed evitare che fatti analoghi accadano di nuovo. Questo è lo spirito di ciò che scrivo, spero di essere compreso. Due ragazzini sono stati falciati, maciullati, uccisi da soggetti socialmente pericolosi che se ne fottevano del codice della strada e dei codici delle altre leggi. Se fossero stati segnalati, fermati e puniti nelle precedenti scorribande oggi parleremmo d’altro. Se fossero stati isolati, disprezzati, rimproverati da tutta (tutta) la comunità a cui appartengono per i loro disdicevoli e illegli comportamenti e atteggiamenti forse avrebbero fatto un passo indietro. I “se” in questa storia adesso contano, eccome! 

E allora ora più che mai a Vittoria devono scomparire le consuetudini, l’omertà, l’amichevole complicità, la rassegnazione. Ora la musica che si deve suonare e sentire nella città di Alessio e Simone deve cambiare. Ora per Saro Greco, l’omicida stradale, e per i suoi compari, simili, affiliati, estimatori e complici deve restare solo la fermissima condanna dei 70.000 vittoriesi! 

Ora anche Simone è in cielo … il suo corpicino lottando tra la vita e la morte nell’ospedale di Messina custodiva quella lucina fioca di riscatto … la sua vita pur malferma avrebbe potuto, in parte, riscattare l’altra andata perduta. Leonardo Sciascia scrisse un racconto straordinario intitolato “Reversibilità” (andatelo a leggere). Ma ormai la reversibilità non esiste più, almeno in questo lembo di Sicilia. E’, la reversibilità, forse in cielo, per chi ha il dono delle fede … in cielo da dove Alessio e Simone ci guardano senza soffrire … ma in terra, a Vittoria come ovunque, la reversibilità non c’è più! Qui, da noi, c’è altro, o almeno ci dovrà essere altro. 

“Cantami, o Diva, del pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse 
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò”.

E’ il prologo dell’Iliade, il poema inimitabile, universale e fulgente da cui, per convenzione, si fa partire la storia della letteratura occidentale. L’ira funesta di Achille si manifestò compiutamente quando i troiani uccisero il suo grande amico, Patroclo. Pianse Achille, a lungo, e si disperò per la perdita di Patroclo. Poi venne la sua ira funesta …

Oggi dopo aver pianto per l’uccisione di Alessio e Simone siano le decine di migliaia di cittadini onesti di Vittoria a dare corpo alla loro ira funesta. Lo facciano con lucidità, con gli strumenti della legge, seguendo i principi della costituzione; lo facciano con severità ma con lucidità, con intransigenza ma con temperanza; lo facciano con il coraggio della giustizia. Mandino metaforicamente all’Orco quelli che “a niautri na puonu sulu sucari”, mandino al diavolo coloro i quali hanno sfidato le regole del vivere civile, hanno fatto dell’essere e dell’apparire mafiosi il fondamento della loro storia personale e hanno goduto di strizzatine d’occhio, accondiscendenza, complicità morale e indulgenza da parte di troppe persone. Vanno cacciati, vanno tutti messi in condizione di non nuocere, non vantarsi, non intimorire, non schiacciare l’acceleratore del macchinone brilli, strafatti di coca e con un’aurea di impunità addosso. Vanno “assicutati” dalla città, fisicamente e moralmente. Vadano via loro, non chi a loro si ribella. Vadano via e basta. In nome di Alessio e Simone. Sia benvenuta l’ira funesta della comunità vittoriese. Condividiamo questo sentimento, l’ira sia ferma, asperrima e giusta assieme. Ora o mai più. E nessuno vittoriese onesto vada via da Vittoria. E venga il presidente della Repubblica ai funerali di Simone D’Antonio. 

Emiliano Di Rosa 

   

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43 anni, giornalista da 20 e professionista da 12, una lunga esperienza di cronista parlamentare alle spalle, tanto a Roma quanto a Palermo, assieme alla passione per tutte le vicende politiche che riguardano, in particolare, gli enti locali siciliani.

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