Mafia: 40 anni fa la Strage della circonvallazione, restaurata la lapide

Sono trascorsi 40 anno dalla ‘Strage della circonvallazione”, avvenuta a Palermo per mano di Cosa Nostra il 16 giugno 1982. Obiettivo dell’attentato era il boss catanese Alfio Ferlito che, durante una traduzione dal carcere di Enna a quello di Trapani, mori’ nell’agguato insieme ai tre carabinieri della scorta e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti e che venne poi insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile. Furono uccisi i carabinieri Silvano Franzolin, Luigi di Barca e Salvatore Raiti. 

La vicenda e’ stata inquadrata, nel corso dei processi, nello scontro che si era venuto a creare tra i Santapaola e i Ferlito per il predominio criminale sul territorio di Catania. Il mandante della strage fu identificato in Nitto Santapaola. Questa mattina a Palermo, in via Ugo La Malfa, hanno avuto luogo le celebrazioni per ricordare le vittime di quel massacro. Alla presenza del Comandante della Legione Carabinieri “Sicilia”, generale di Brigata Rosario Castello, del Prefetto di Palermo, Giuseppe Forlani, del Comandante Provinciale di Palermo, generale di Brigata Giuseppe De Liso, e di altre autorita’ militari e civili, sono state commemorate le vittime con la lettura della biografia, della vicenda delittuosa e della motivazione della concessione della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria ed e’ stata deposta una corona d’alloro sul luogo dell’eccidio. Alla cerimonia erano presenti i familiari delle vittime, una folta rappresentanza di insegnanti e studenti dell’Istituto d’Arte ‘Mario d’Aleo’ di Monreale, che hanno restaurato la lapide commemorativa dell’eccidio, e una delegazione dell’Associazione Nazione Carabinieri di Palermo. Il Presidente della Repubblica, il 28 aprile 1995, ha conferito la “Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria” ai tre militari dell’Arma dei Carabinieri con la seguente motivazione: “Militari impegnati in un servizio di scorta, venivano raggiunti da numerosi colpi d’arma da fuoco esplosigli contro alcuni malfattori, al fine di uccidere il detenuto tradotto. Sebbene gravemente feriti, impugnavano l’arma in dotazione per affrontare gli aggressori ma, colpiti a morte, si accasciavano al suolo e sui sedili. Splendidi esempi di spezzo del percolo ed alto senso del dovere, spinti sino all’estremo sacrificio”.

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