Mafia: dal blitz dei Ros emerge l’ira del boss per inchieste Borrometi

Gli uomini di Cosa nostra non temono solo le indagini dell’autorita’ giudiziaria, ma “anche le inchieste realizzate nei loro confronti da alcuni giornalisti”, la cui attivita’ “impedisce agli uomini d’onore quella strategia dell’inabissamento che ormai da lungo tempo connota il loro agire criminale”. E’ un passaggio dell’ordinanza dell’operazione coordinata dalla Dda di Palermo ed eseguita oggi dal Ros con l’obiettivo di scardinare la rete di protezione del super boss Matteo Messina Denaro. Cosi’ viene registrata l’insofferenza mostrata da Simone Castello, fedelissimo di Bernardo Provenzano e che ha scontato lunghi anni di detenzione, per le attivita’ d’inchiesta che sul suo stile di vita e sulle sue attuali occupazioni stava a suo dire svolgendo in questi mesi un giornalista impegnato sul fronte antimafia, Paolo Borrometi, vice direttore dell’AGI. Sottolinea chi indaga che il malumore di Castello “soltanto apparentemente traeva origine dal mero fastidio per l’ingerenza nella propria vita privata o nella violazione della sua privacy”. 

Castello parlava con Giancarlo Buggea, rappresentante del capomafia agrigentino Giuseppe Falsone: “Ce ne sono articoli, questo qui, Borrometi, questo che e’ scortato”, diceva Castello, “a parte il libro che ha fatto, ha fatto un post, pubblicato su La Sicilia di Catania, e vuole fare un film, vuole farlo su di me a quanto pare…”. E ribadisce: “Siccome ha fatto prima il libro ora mira a fare il film tipo Saviano… e io sono stato pure dall’avvocato… dice ‘che dobbiamo fare?’. Che dobbiamo fare? Ho detto: ca niente, che dobbiamo fare?, dissi, ‘pero’ teniamo presente…’. Dice “perche’, vede, se ci fai una querela e il pubblico ministero l’archivia, non ce lo leviamo piu’ di sopra’. “.

Per chi indaga, l’esigenza di Castello “era di mantenere un profilo sempre basso, quello dell’inabissamento che aveva rappresentato per il suo mentore, Bernardo Provenzano una regola di vita”. E che una simile vicenda non riguardasse soltanto il singolo associato bersaglio delle inchieste giornalistiche, “ma coinvolgeva le necessita’ dell’intera associazione di rimanere invisibile rispetto alle possibili iniziative investigative che tavolta conseguono alle inchieste, si intuiva chiaramente nella decisione di Castello di richiedere ospitalita’ in altri paesi siciliani presso altre famiglie mafiose – quale quella capeggiata da Buggea – che dal canto loro si mostravano senza tentennamenti pronti a fornire protezione e assistenza logistica”. 

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