Mafia, le motivazioni della sentenza sull’omicidio Rostagno: non regge la prova del dna

Vito Mazzara aveva “le physique du role del soggetto che dovette commettere l’omicidio di Mauro Rostagno”, ma quando fu ucciso il giornalista torinese, il 26 settembre 1988 a Trapani, l’imputato non faceva ancora parte del gruppo di fuoco di Cosa nostra in quella provincia. Lo scrive la Corte d’Assise d’Appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza che ha assolto Mazzara, condannato all’ergastolo in primo grado, confermando invece la condanna del boss di Trapani, Vincenzo Virga. Mazzara, che sta scontando la massima pena per altri procedimenti, era stato accusato da alcuni pentiti, viene scagionato anche dalla prova del Dna. I giudici del collegio presieduto da Matteo Frasca, a latere Roberto Murgia, autore delle 541 pagine in cui si articola la motivazione, parlano di “drastico ridimensionamento, con riguardo alla valenza indiziaria degli esiti degli accertamenti scientifici espletati sul dna” e sugli aspetti balistici. La Corte ritiene insufficiente il quadro emerso rispetto al fatto che Mazzara avesse maneggiato il fucile utilizzato dal killer, raggiungendo una conclusione opposta a quella espressa in primo grado a Trapani. Rimarrebbe, osservano i giudici di Appello, “unicamente l’apodittica ‘deduzione’ tratta dal collaboratore di giustizia Francesco Milazzo sulla presenza di Mazzara nella squadra di ‘picciotti’, nonche’ il suo ruolo di uomo d’onore, di abile sparatore e di collaudato killer svolto per conto del mandamento di Trapani, id est per conto del Virga, in altri importanti omicidi, pero’ commessi a distanza di anni da quello in argomento”. Quanto alle ragioni dell’assassinio di Rostagno, sociologo, animatore della comunita’ Saman e giornalista dell’emittente trapanese Rtc, erano legate alla sua forte attivita’ di denuncia nel territorio della provincia in cui aveva scelto di vivere con la sua compagna, Chicca Roveri, dando vita a trasmissioni giornalistiche di approfondimento, molto seguite e che davano fastidio ai boss. La Corte considera “indubitabile che un omicidio eccellente, perpetrato da Cosa Nostra e commesso nel territorio di Trapani, non potesse che essere frutto di una deliberazione adottata dall’organo di vertice della provincia, previo consenso di Salvatore Riina e che il capomandamento (Virga, ndr) dovesse essere stato necessariamente coinvolto”. Questo perche’ faceva parte dell’organismo trapanese, “all’epoca capeggiato da Francesco Messina Denaro”, boss di Castelvetrano e padre del superlatitante Matteo. Virga era “l’autorita’ mafiosa ‘di riferimento’ e dunque il ‘responsabile’ delle attivita’, soprattutto degli omicidi effettuati nel mandamento”

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