Mafia: processo a Messina Denaro su stragi, depongono due pentiti

“Cosa nostra rimase delusa dagli esiti del maxi processo e aveva la necessita’ di organizzare gruppi di persone incensurate, insospettabili, stipendiate, per acquisire informazioni e dati su personaggi delle istituzioni, della politica e dell’imprenditoria per poi colpirle con minacce o attentati per creare terrore. Questi atti intimidatori bisognava poi rivendicarli con la sigla Falange Armata”. E’ quanto ha affermato oggi, Filippo Malvagna, collaboratore di giustizia, nipote e uomo di fiducia del boss Giuseppe Pulvirenti, deponendo al processo che si celebra in Corte d’Assise a Caltanissetta, nei confronti del super latitante Matteo Messina Denaro, accusato dalla procura nissena di essere uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il collaboratore, rispondendo alle domande del pm Gabriele Paci, ha parlato di una riunione che si svolse a Enna spiegando di aver ricevuto delle confidenze da suo zio Giuseppe Pulvirenti, detto U Malpassotu. “Si trattava della commissione regionale che si riuni’ fra la fine del 91 o inizi 92. Dopo il maxi processo, c’era la necessita’ di dover trovare una soluzione, bisognava reagire a questo attacco che stava subendo Cosa nostra e si dovevano mettere in atto delle azioni con ripercussioni per le istituzioni e la popolazione. Toto’ Riina “era molto arrabbiato”. Il pentito ha anche aggiunto che “dopo via d’Amelio arrivo’ una direttiva secondo la quale bisognava bloccare tutto e stare fermi. Nessuno espresse riserve rispetto alle strategia da intraprendere, tutti aderirono anche se qualcuno aveva delle perplessita’”.

Rispondendo ad una domanda del Pm a proposito dell’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, per il quale furono accusati Nitto Santapaola e Francesco Mangione, il teste ha riferito di aver appreso da Giuseppe Pulvirenti che “questo processo venne aggiustato perche’ intervennero esponenti di alto livello appartenenti alla massoneria trapanese che era in contatto con i servizi segreti”.
E’ stata poi la volta del collaboratore di giustizia Giuseppe Grazioso, genero di Giuseppe Pulvirenti. Anche lui ha riferito che la riunione di Enna di Cosa nostra venne convocata a livello regionale perche’ “bisognava adottare delle strategie e c’erano persone da uccidere. Noi catanesi, alleati da sempre con i corleonesi, non eravamo pero’ d’accordo”. Grazioso ha anche spiegato di aver incontrato in un’occasione persone appartenenti ai servizi segreti: “Chiedevano la consegna di mio suocero con l’accordo di sistemare i processi ma non si e’ fatto nulla perche’ mio suocero non accetto’ alcune condizioni”.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

Aggiungi una immagine