Metti un duce al bar…

A Modica il titolare di un noto bar affigge una fotocopia con l’immagine di Benito Mussolini, nella sua tradizionale posa “volitiva”, e una frase allo stesso attribuita. Una giovane vede quella foto e chiama i carabinieri. Su facebook si apre una diatriba tra chi plaude il comportamento della ragazza e chi, invece, difende il povero esercente, alias “lavoratore che si alza ogni giorno alle cinque del mattino”, manifestando stupore e rabbia per la reazione della denunciante.CI sono, in questa storia, alcune cose da chiarire e alcuni punti da fissare.Partiamo da una premessa: nella comunicazione di massa capita spesso che personaggi famosi dello sport, dello spettacolo o della cultura vengano chiamati a dare autorevolezza ad un prodotto commerciale o ad una campagna d’opinione o ad ogni altro tipo di bene o servizio. Attraverso il personaggio, che assurge a livello di icona degna di emulazione, l’oggetto della comunicazione assume esso stesso una credibilità tale da essere giustamente condiviso.Il principio è lo stesso per il fatto in commento perché, a dispetto di ogni altra speculazione successiva, mettendo in bella mostra l’immagine di un dittatore, in un locale aperto al pubblico, dal quale passano migliaia di persone al giorno, compresi bambini e ragazzi, si è implicitamente lanciato un messaggio di ammirazione e di ritenuta autorevolezza nei confronti di quel personaggio, a maggior ragione perché l’immagine, con tutto quello che essa può evocare, è servita per uno scopo di conferma di una frase e di un concetto. Come dire: siccome lo ha affermato Mussolini, questo pensiero assume maggiore autorevolezza.Fino a prova contraria, però, azionare un simile comportamento comunicativo usando l’immagine del dittatore fascista, trasformandolo in icona, significa esaltarne, anche inconsapevolmente, presunte doti morali e politiche superiori, commettendo reato di apologia, cioè un reato introdotto nel nostro sistema penale per volontà di una generazione di italiani e italiane che ha vissuto quella tragica esperienza e ne ha subito le immani conseguenze, rendendosi conto, sulla propria pelle, che dietro il fascismo non c’è mai stato un pensiero politico ma una visione criminale della storia e del mondo (non è un caso che l’inizio di quel regime coincise con il delitto Matteotti).Turbano molto, quindi, le reazioni di alcuni commentatori social, per i quali il fascismo non è più percepito per quello che è stato realmente, cioè un’esperienza criminale costata milioni di vite, ma un fatto storico “anche positivo” (positivo in cosa nessuno lo sa dire esattamente o con fermezza di prova storica), ed anzi addirittura c’è chi auspica un referendum per consentire agli italiani di scegliere tra repubblica e dittatura (un ossimoro politico a tratti perverso…). Questo accade perché dopo 70 anni di vita democratica, con l’abbassamento generale del livello di conoscenza della storia e la diffusione (scientificamente programmata) di informazioni false per il tramite di strumenti potentissimi come internet e facebook, il revisionismo è diventato un’abitudine di cui ognuno si può occupare, al bar come dal barbiere, e con la stessa leggerezza dei commenti sulla Juve o sul Milan.La storia, però, non è una partita di pallone e incide sulla vita delle persone e conoscerla bene serve ad evitare che alcuni fatti drammatici possano ripetersi nuovamente.Fare facile revisionismo e/o non avvedersi della pericolosità di certi comportamenti comunicativi produce il rischio di emulazione da parte delle nuove generazioni e, quindi, il verificarsi di nuove e più drammatiche conseguenze.Ed allora, se proprio vogliamo farlo, mettiamo in bella mostra i buoni esempi: Nelson Mandela, che ha perdonato coloro che lo hanno imprigionato per venti anni, chiamandoli fratelli, o Ghandi, che ha lottato per il suo paese predicando la non violenza, M.L. King, Einstein o Madre Teresa e chi più ne ha più ne metta.Per concludere, poi, e per smentire la sciocchezza stessa del pensiero mussoliniano citato dal nostro malcapitato barista, non dobbiamo mai pensare agli altri come nemici o potenziali tali, ma dobbiamo temere fermamente il vero nemico che vive in un angolo recondito del nostro stesso animo, perché esso è un fantasma dispettoso e cattivo che, a volte, ci spinge a fare cose di cui finiamo sempre e inevitabilmente per pentirci.

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