“Neanche i cani vivono così”. Ragusa, il carcere “vergogna”

Un carcere vecchio, una struttura fatiscente e pericolosa che, senza tanti giri di parole, ha condizioni davvero disumane e degradanti. Insomma lo specchio della vergogna, tutta italiana, degli istituti penitenziari.

“Neanche i cani vivono così”, ci racconta un detenuto.

Una situazione ben oltre l’accettabile che dovrebbe scandalizzare ed invece viene accettata con atteggiamenti che sfiorano “l’indifferenza”, da una classe politica sempre più disattenta e dall’opinione pubblica, che è giusto sappia.

Stiamo parlando del Carcere di Ragusa, costruito negli anni ’30, quando il regime fascista (con il regolamento Rocco) prevedeva “l’isolamento dei detenuti all’interno”. La prima cosa che balza agli occhi, quando le porte dell’esterno si chiudono alle tue spalle, è proprio la “rigida divisione, fra esterno ed interno”. Un istituto tremendamente sovraffollato: 166 detenuti ospiti (dato aggiornato alla giornata di ieri), a fronte di una capienza regolamentare di 93 e tollerabile di 103. Insomma, ben 73 ospiti in più rispetto a quelli accettati “per regolamento”. Condizioni “fuori dalla grazia di Dio”, quelle che balzano agli occhi quando si entra nella sezione “giudiziaria”. 42 celle, divise su tre piani. La grandezza varia da quelle di circa otto metri – chiamate cubicoli -, che sono la maggior parte, a quelle di poco più di venti metri – chiamate cameroncini -. Sono celle molto piccole e buie, che da un punto di vista regolamentare dovrebbero ospitare un solo detenuto, ma generalmente sono ristretti in tre. Nel cubicolo in cui entriamo (la cui grandezza non supererà 1,70 di larghezza, per poco più di 3 di lunghezza) “vivono” tre ospiti, uno sopra l’altro in tre letti a castello, attaccata alla spalliera del letto, una tendina di plastica separa il wc “a vista” ed il lavabo, nel quale i detenuti lavano sé stessi e le proprie cose, per la mancanza della doccia, situata in comune con tutti gli ospiti. Si, proprio quello che state immaginando, così come ci riferisce uno degli ospiti che abbiamo intervistato, “quando andiamo in bagno, non abbiamo neanche un po’ di privacy. E se andiamo di corpo, l’aria diventa invivibile”. Dinanzi al wc, in questo spazio strettissimo, c’è il lavandino (con acqua rigorosamente fredda). “Nel lavandino siamo costretti a lavare di tutto – commenta il detenuto: la faccia la mattina, il nostro fondoschiena e le cose da mangiare”. Immaginate un po’, dove stia l’igiene e quali siano le condizioni (da rabbrividire) igienico – sanitarie delle celle. E fra letto a castello, wc, lavabo e piccole sedie, si deve trovare anche il posto per la dispensa, dove conservare i prodotti alimentari. Insomma, per le 20 ore che i detenuti passano all’interno della cella (ancora qui il “regime aperto” non esiste), si deve fare a turni per stare in piedi, perché più di uno alla volta non si può (siamo davvero troppo lontani dai 3 metri quadrati prescritti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, per ciascun detenuto). Le finestre, oltre alle sbarre, hanno reti metalliche a “maglia stretta”, un muretto che le copre per metà e le “bocche di lupo” applicate nella rimanente metà. Non migliore la situazione delle celle più grandi, perché a starvi dentro sono, addirittura, in sei; sempre con bagno in condizioni fatiscenti. Per di più l’acqua, dalle 20 di sera, fino a mezzanotte, viene interrotta. Quindi se si va in bagno in quel periodo di tempo, il wc rimane sporco ed ulteriormente maleodorante. Anche il “passeggio”, piuttosto che la zona d’aria per i detenuti “protetti”, riscontra molteplici pericolosità. “Le pietre si staccano – ci racconta un detenuto -, potremmo prenderle e usarle”. Cosa gravissima, a nostro giudizio, è lo stato del pavimento, nel quale durante l’ora d’aria, i detenuti giocano: particolarmente pericoloso poichè, in diverse zone, è caratterizzato dalla presenza di umidità, che favorisce le cadute.

Davvero troppo poco possono fare, sotto questi aspetti, il direttore Santo Mortillaro, il commissario, la Polizia Penitenziaria ed i molti volontari. Seppur tutto il personale della struttura ragusana vada particolarmente lodato, perché opera in condizioni tutt’altro che facili, con impegno e dedizione, per cercare di alleviare – il più possibile – i disagi alla comunità che vive all’interno. E’ certamente questa la nota positiva del carcere ragusano, cioè la grande umanità e professionalità di tutto il personale: conoscono bene i detenuti, i loro problemi e le loro esigenze. Dietro l’umanità e la professionalità ci sono, però, ulteriori grandi problemi. A causa della ridotta pianta organica,  ci sono soltanto 68 unità di Polizia Giudiziaria, a fronte delle oltre 100 che dovrebbero essere presenti.

“L’essere fortemente sotto organico – dichiara Salvatore Margani, responsabile della UGL -, ci penalizza moltissimo. Siamo costretti a turni massacranti di oltre otto ore (quando ci va bene) e non sempre sono garantiti i riposi. La struttura è fatiscente e con ciò, aggravato con le oltre 8 ore di lavoro, non può che risentirne la sicurezza. Torniamo a casa stanchissimi, certamente non siamo lucidi come vorremmo e dovremmo”. Ennesimo dato allarmante è proprio la vigilanza, di notte è stata alleggerita, con soltanto 6 agenti a vigilare su circa 170 detenuti.  La disponibilità dell’ispettore Margani, così come quella del collega del sindacato “Sap”, Francesco Accardi è massima. Per loro sarà difficilmente applicabile la sentenza “Torreggiani”, con il cosiddetto “carcere aperto”. “Il personale non è in grado di garantire la sicurezza per colpa della struttura fatiscente del carcere di Ragusa – commenta Margani -. Sono responsabilità che non ci possiamo prendere. Siamo molto scettici rispetto all’applicazione della Torreggiani”. Nell’Istituto (ed anche questa non è una novità) manca l’ufficio Sentinelle, così come molte altre misure di sicurezza. In conclusione, mi preme sottolineare come il carcere sia un argomento che spesso crea ripulso al pubblico, viene immaginato come un qualcosa che deve ingabbiare, togliere di mezzo i criminali e fare pulizia sociale. “Chiudilo dentro e butta via la chiave” dice un detto popolare. Poi, una volta dentro amen. Come se fosse una realtà a parte, come se chi sta dentro non è un cittadino al pari degli altri, come se fosse un luogo di serie B, come se i carcerati non avessero diritto a delle condizioni di vita dignitose. Se è vero, come è vero, che “Il grado di civiltà di un Paese, si misura dalle condizioni delle sue carceri”, questa ragusana rappresenta una autentica vergogna. Un carcere che dovrebbe essere bocciato senza appello e che è strutturalmente inaccettabile, in quanto andrebbe rimodernato in tutto e per tutto. Per tale ragione, essendo molto scettici sulla possibilità di attuare il cosiddetto “regime aperto”, chiediamo già da ora la possibilità di verificare le condizioni nel 2014.

Il parere del direttore, Santo Mortillaro

direttore carcere ragusa, santo mortillaro“Il Ministero sa molto bene le criticità strutturali del nostro Istituto. Crediamo molto nella possibilità del cosiddetto “regime aperto”, per tale ragione procederemo all’applicazione in due step. Entro il 31 dicembre dell’anno in corso – dichiara Santo Mortillaro -, 50 detenuti dovranno essere aperti, potendo circolare per almeno otto ore. Il secondo step, entro il 30 aprile del 2014, ci permetterà di aprire le porte delle celle degli altri detenuti”. Il direttore Mortillaro, che ci ha accolto con attenzione e disponibilità, tiene a precisare il grande apporto dei volontari. “Qui dentro si cerca di fare molto, nelle ristrettezze dell’organico della Polizia Penitenziaria. Grande importanza rivestono i volontari, che ci fanno dono del loro tempo e non solo. Spesso, questi ultimi, mettono mano anche alle proprie tasche, per aiutarci”. Diversi i progetti in “cantiere”, per favorire il reintegro nella società dei detenuti. “Abbiamo cinque progetti in cantiere, che partiranno a breve. Mi piace sottolineare – racconta Santo Mortillaro – l’ottimo rapporto di proficua collaborazione con il consorzio “La città solidale”, con la cooperativa onlus “Sprigioniamo sapori”. Proprio in questo contesto si inserisce l’insediamento di un’impresa esterna che gestisce, assumendo detenuti, le cucine e due laboratori: la pasticceria e la falegnameria. Questi due laboratori sono il fiore all’occhiello, perché venderanno all’esterno i prodotti realizzati all’interno delle mura carcerarie”.

Le interviste agli ospiti:

Raffaele Cirnigliaro, 52 anni

“Si vive male, perché siamo troppo stretti. Siamo in sei all’interno della nostra cella e per il bagno, se dobbiamo fare atti grandi, sono davvero problemi perché finisce la nostra dignità. Tutti sentono e vedono ed è umiliante. Partecipo ai corsi, questo è il modo per far passare il tempo. Il rapporto con il personale è ottimo, hanno tutti una enorme disponibilità.

Giovanni Giordano, 43 anni

“Una delle cose più brutte, qui dentro, è che siamo mischiati fra definitivi e giudicabili. Abbiamo un ottimo rapporto con la direzione e la Polizia Giudiziaria. Proprio gli agenti, spesso, ci aiutano anche psicologicamente. Il sovraffollamento, però, è qualcosa di inaccettabile. Stiamo chiusi per 20 ore, in spazi strettissimi come i cubicoli. Neanche i cani vivono così. Viviamo di speranze e i corsi che ci sono ci aiutano, almeno questo”.

Marlin Antonio Castillo Garcia, 32 anni

“Sono qui da un anno e mezzo ed è la mia prima detenzione. Tenerci così chiusi è sbagliato, siamo tre in stanza, in un ambiente piccolissimo. Posso solo dire che, se la cella non fa schifo, è perché la puliamo spesso, per il resto è vergognosa”.

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Nato a Ragusa il Primo febbraio del 1983 ma orgogliosamente Modicano! Studia al Liceo Classico "Tommaso Campailla" di Modica prima, per poi laurearsi in Giurisprudenza. Tre grandi passioni: Affetti, Scrittura e Giornalismo. "Il 29 marzo del 2009, con una emozione che mai dimenticherò, pubblico il mio primo romanzo: “Ti amo 1 in più dell’infinito…”. A fine 2012, il 22 dicembre, ho pubblicato il mio secondo libro: "Passaggio a Sud Est". Mentre il 27 gennaio ho l’immenso piacere di presentare all’Auditorium “Pietro Floridia” di Modica, il mio terzo lavoro: “Blu Maya”. Oggi collaboro con: l'Agenzia Giornalistica "AGI" ed altre testate giornalistiche".

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