L’oro nero di Modica…

Dal mio recente viaggio a Modica ho avuto la fortuna di poter riscoprire… l’oro nero.

Sto parlando del celeberrimo cioccolato di Modica, che ha origini antichissime e affonda le radici nella civiltà azteca. Furono poi gli spagnoli, per opera di Hermes Cortes, intorno al 1519, a portare in Europa dall’America Centrale i primi chicchi di cacao.

Nel XVI secolo, poi il cacao approdò anche nella Contea di Modica, la più grande del Regno di Sicilia, che si conquistò l’appellativo de “Il Regno nel Regno”, sia per la vastità del territorio (che arrivò a estendersi fino alle porte di Palermo), sia per la florida economia, le risorse del territorio, la magnifica arte barocca nonché e –non ultime- le tradizioni dolciarie.
Contrariamente a quanto avvenne in seguito nel Regno d’Italia e in tutta Europa, nella Contea di Modica non si passo mai alla lavorazione industriale del cioccolato, conservando così nel corso dei secoli, sino ai nostri giorni, una manifattura rigorosamente artigianale di ingredienti di assoluta purezza.
Tra i tanti “campioni” della ghiotta categoria, il cioccolato di Modica spesso viene visto come il brutto anatroccolo: come il protagonista della famosa fiaba, però, riserva a chi ci si accosta, piacevoli sorprese.

Se il primo assaggio può lasciare qualche perplessità, la successiva “frequentazione” suscita incondizionati elogi.
Nel suo saggio “La Contea di Modica” Leonardo Sciascia scrive:
“Di inarrivabile sapore, sicché a chi lo gusta sembra di essere arrivato all’archetipo, all’assoluto”
Oggi, grazie alla produzione nel Laboratorio solidale Quetzal, il cioccolato viene distribuito in tutte le botteghe solidali, mantenendo vivo il rapporto tra sud e nord del Mondo. Uno squisito prodotto che ho avuto la fortuna di sperimentare personalmente grazie al percorso sensoriale effettuato insieme agli allievi della scuola Nosco di Ragusa, capitanata dallo chef Peppe Barone. Il cioccolato di Modica qui viene prodotto rispettando la tradizione, lavorato quasi a freddo (max 45/50 gradi c.): ciò comporta che, non essendo sottoposto alla fase di temperaggio, lo zucchero rimanga cristallizzato.

Il cioccolato è un alimento polivalente e può essere utilizzato in cucina per la preparazione di piatti sia dolci che salati. Sciolto in acqua diventa una bevanda al cacao, come veniva servita un tempo.
Originariamente esistevano solo due versioni aromatizzate con l’aggiunta d vaniglia o di cannella. Da alcuni anni è stata rivisitata e rilanciata, con grande successo, la versione antica “alla maniera azteca”, con il peperoncino. Tra le essenze troviamo inoltre caffè, agrumi, gelsomino, anice, carruba, pistacchio, menta, pepe rosa… e quant’altro suggerisce la fantasia dei maestri pasticcieri modicani, pur nel costante rispetto dell’antica tradizione.

La barretta di cioccolato tradizionale è quella da 100 gr, con quattro linee a indicarne il dosaggio per la cioccolata in tazza.
Attualmente, per ragioni di mercato, si è peraltro deciso di immetterla sul mercato anche nelle versioni da 50 gr. (o monoporzione) a richiesta.
Ora però assaporiamolo insieme. In tutti i “sensi”:

GUSTO: il cioccolato è una forma d’arte e l’arte lo ha eletto a fonte d’ispirazione?

OLFATTO: il profumo sprigionato dalle varie essenze induce in chi l’assapora suggestioni esotiche, tali da farlo viaggiare nell’altro emisfero.

UDITO: per poterlo assaporare in tutta la sua pienezza è consigliabile prestare attento ascolto al crepitare dello zucchero tra palato e labbra.

TATTO: o meglio, la prima voluttuosa carezza delle dita che lo avvicinano alla bocca. Suscitando un desiderio quasi morboso, come quello del neonato che porta alla bocca la tetta della mamma.

VISTA: osservare la peculiarità che rappresenta questo cioccolato, con i suoi riflessi bruni e il lampeggiare dello zucchero cristallizzato in superficie.


Un vero e proprio tripudio dei sensi, insomma.
Il cioccolato modicano, veramente, squisito e prezioso com’è, meriterebbe anche i sette mancanti dalla lista di Rudolf Steiner. Vi ricordate quali sono?
Buona riflessione con gusto

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Enza Iozzia modicana di origini, dal 2001 vive a Piacenza. Nello stato di famiglia risulta sposata con 2 figli. Professionalmente è impegnata nel sociale. Per apparire nelle varie testate giornalistiche si è “inventata” un nuovo modo di fare cultura Il suo motto: Non è l’arte a rendere la donna diva, ma è la DONNA a rendere l’arte divina.

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