Piero Gurrieri: “Salvini, mai più tra noi, non ne sei degno”

“Mi meraviglio che questa città non abbia saputo rispondere con atti di legalità e di collaborazione, tenendo invece un profilo omertoso, di fronte ad una tragedia del genere compiuta da un folle omicida, drogato che con un’auto potente andava a 160 km all’ora in pieno centro”.
Così ha detto alla stampa il ministro Salvini, in pellegrinaggio elettorale a Vittoria.
Salvini dovrebbe vergognarsi, e con lui dovrebbero vergognarsi coloro che gli danno un qualsiasi credito.
Dovrebbe vergognarsi, innanzitutto, perché non è da uomini speculare elettoralmente, per una manciata di voti, come lui ha fatto stamane, su una tragedia che ha colpito due famiglie ed una comunità intera. Come è stato detto, il dolore non è propaganda. Il dolore è dolore e basta, è un movimento del cuore, è stare vicini a chi soffre nel silenzio, nella pietà, nella preghiera.
È prossimità, accompagnamento, condivisione di (e in nome di) una comune umanità che non necessita di alcuna parola, perché è sufficiente uno sguardo.
Salvini dovrebbe ancora vergognarsi per i suoi insulti ad una comunità viva e coraggiosa, la nostra. Comprendo il comportamento dei commissari che reggono il Comune – la cui gentilezza e signorilità teme pochi confronti – ma, per conto mio, il ministro Salvini o non sarebbe stato ricevuto, o sarebbe stato, pur con tutto il garbo istituzionale possibile ed immaginabile, messo alla porta subito dopo aver rilasciato tali dichiarazioni. Di certo, sarebbe adesso denunciato per diffamazione ai danni di una intera città, che è stata nella sua storia recente violentemente assaltata da gruppi criminali e mafiosi, e ha resistito, pagando il proprio coraggio con dei morti, e non merita quello che ha detto questo ministro. Un coraggio, quello di Vittoria e dei Vittoriesi che, se fosse stato presente – ma non lo era perché semplicemente non corrispondeva ai suoi interessi esserlo – avrebbe potuto attingere a piene mani dai diecimila Concittadini presenti, in silenzio e profondamente commossi, ai funerali di Alessio e Simone, dall’eccezionale intervento del provveditore agli Studi, dalle lacrime di migliaia di giovanissimi studenti, scout, animatori del Grest e pastori, dalle preghiere e dall’assunzione di impegno di una città intera, delle sue istituzioni, dei commissari, dei suoi imprenditori, di tante persone umili e sconosciute che ne fanno l’ossatura e la ricchezza. Certo, in tutti i gruppi esiste anche un’omertà diffusa. E lui dovrebbe saperlo bene, perché altrimenti i suoi compagni di partito non avrebbero potuto arrivare a rubare allo Stato 49 milioni di euro, che ancora non sono stati restituiti ed invece devono esserlo fino all’ultimo centesimo. Circostanza che dovrebbe impedire ad un uomo che abbia una minima spina dorsale di andare in giro a parlare di legalità.
Dovrebbe ancora vergognarsi, questo ministro, perché ha parlato di tutto, ad eccezione della sola circostanza su cui avrebbe avuto il dovere di fornire spiegazioni, e cioè come sia stato possibile che, lui ministro, il Ministero abbia continuato a pagare centinaia di migliaia di euro ad un imprenditore gelese fortemente discusso e indiziato di gravissimi reati, a titolo di affitto dei locali del locale Commissariato di polizia. E perché dovremmo fidarci di uno che, anche a voler credere alla buona fede, non è capace di accertarsi sulla dirittura morale di chi contrae con una istituzione della Repubblica.
Salvini dovrebbe, infine e soprattutto, vergognarsi per non avere avuto alcun ritegno, nemmeno al cospetto di persone straziate dal dolore più grande che possa essere sofferto da un essere umano, quello della perdita di un figlio in tenerissima età e per mano violenta, ad utilizzare quelle immagini e quei simboli che appartengono alla storia di tutti noi: la Croce, il Rosario, l’immagine della beata Vergine di Medjugorje. Storie, simboli che parlano all’intimo di ciascun uomo che venga in questo mondo, che interpellano le coscienze, che hanno animato, lungo i secoli, straordinarie vicende di solidarietà, accoglienza, silente attenzione agli ultimi, ai diseredati, agli afflitti. Simboli che anche Uomini e Donne grandi come Madre Teresa e papa Wojtyla solevano utilizzare con parsimonia e discrezione, sapendo che non i simboli e i gesti esteriori possono garantire la salvezza, ma ciò che si è capaci di fare e disposti a fare, i comportamenti. Ed infatti è scritto che “non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E da un’altra parte: “Misericordia io desidero e non sacrifici”, là dove il termine “misericordia” è aprire il cuore ai miseri. Il contrario del rifiuto, del respingimento, dell’ostracismo. Il resto è perdizione umana e non solo, qualsiasi croce, rosario o immagine si possa brandire : “Pensi di essere un re perché sei riuscito a costruirti un palazzo lussuoso e spazioso? Ricordati di tuo padre Giosia, che praticava il diritto e la giustizia,
e così era veramente re. Difendeva la causa del povero e dell’oppresso, e così era veramente re.
Non è forse questo che significa conoscermi?”.
Ricordo che una delle poche volte che Karol Wojtyla, fuori dal tempio, brandì la Croce, lo fece non a caso in Sicilia, nella splendida Valle dei Templi, quando lanciò Il suo anatema contro i mafiosi, ponendoli fuori definitivamente dalla comunità cristiana, che crede e si riconosce, sia pure imperfettamente, in principi del tutto incompatibili con con quelli del ministro della propaganda e dell’ateismo.
È tempo di parlare, ed alcune parole chiare bisogna cominciare a dirle, sia pure con l’umiltà di quelli che nulla hanno da insegnare, ed ancor meno da giudicare, il prossimo soprattutto.
Salvini faccia dunque ritorno nelle proprie terre e sappia che non è gradito nella nostra città, neppure se vi ritornasse a proprie spese, considerato che in questa occasione la sua campagna elettorale è stata lautamente pagata dallo Stato. Qui non è desiderato adesso e non lo sarà neppure in futuro. Se anche diventasse, per assurdo e per disgrazia di noi tutti, premier, le porte di Vittoria dovrebbero essere chiuse a doppia mandata per impedirgli di tornare qui.

Piero Gurrieri

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