Politica e mafia: il voto di scambio nel Comune di Vittoria: la Tesi di laurea

UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – MILANO

Facoltà̀ di Scienze politiche e sociali
Corso di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali

Elaborato finale Laurea Triennale:

POLITICA E MAFIA: IL VOTO DI SCAMBIO NEL COMUNE DI VITTORIA

Candidata/o: Sara Piccione Matricola

Anno Accademico 2018/19

L’unico ringraziamento va a mia madre per essermi sempre stata vicina in questi anni, nonostante io sia una persona difficile da gestire, con un carattere e una personalità complicati da trattare. Grazie per avermi insegnato l’indipendenza e avermi dato la libertà di fare e di scegliere quello

che volevo sempre, anche a costo di sbagliare. Grazie perché nonostante i miei grossi sbagli e le tante delusioni non hai smesso un attimo di credere in me, cogliendo un tesoro straordinario dietro quel “difficile” che mi contraddistingue. Infine, grazie per l’amore incondizionato che mi dai ogni giorno e scusa se il mio amore nei tuoi confronti non è mai all’altezza del tuo.

INTRODUZIONE

Questo elaborato si propone di mettere in evidenza la commistione di due fenomeni apparentemente agli antipodi: la politica, che si muove nella legalità e alla luce del sole e la mafia, che si muove nell’illegalità e nella circospezione. Da questa unione i risultati che ne derivano sono: clientelismo politico, corruzione elettorale, voto di scambio, comuni sciolti per mafia. Fenomeni che evocano solo sentimenti spiacevoli ai quali spesso magari si fa poca attenzione perché si pensa che non riguardino la nostra sfera di competenze. Ma quando ad essere sciolta per mafia è la tua città di provenienza allora le cose cambiano. Non si riesce più a rimanere distaccati, neutrali, si vuole capire cosa è successo, perché è successo. Perché il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio ed attanaglia ormai un numero elevato di amministrazioni comunali.

«Negli ultimi decenni si è osservato un interesse crescente nell’agenda pubblica, nei confronti delle politiche anticorruzione. Queste politiche sono ritenute importanti in quanto la corruzione è stata individuata come uno dei principali pericoli alla stabilità e alla sicurezza delle società, che indebolisce le istituzioni, i valori della democrazia, della giustizia compromettendo lo sviluppo e il principio di legalità».1

Questa ricerca intende analizzare, in termini necessariamente sintetici, considerata la complessità e la vastità della tematica in esame, il delicato tema della corruzione e delle infiltrazioni mafiose degli enti locali sciolti con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta de Ministro degli Interni.

Il lavoro si sviluppa su tre capitoli. Nel primo capitolo più in generale si è voluto analizzare l’evoluzione del fenomeno del clientelismo politico nel corso del tempo con particolare attenzione al ruolo che ha ricoperto il partito politico della Democrazia Cristiana, considerato uno dei principali responsabili dello sviluppo di tale fenomeno in Italia. Fenomeno che può sfociare, come nel caso in esame, nella corruzione elettorale e nel reato di voto di scambio politico mafioso interessando l’art. 416 /ter del C.P.

Nella seconda parte si entra più nel particolare descrivendo le anomalie successe durante le elezioni amministrative del 2016, a tre giorni dal ballottaggio, nel comune di Vittoria, cittadina della parte sud- orientale della Sicilia, in provincia di Ragusa, dove la DDA di Catania ha emesso nove avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Exit Pool”. Tra questi tre erano candidati sindaci, due di questi andavano al ballottaggio, oltre al sindaco uscente e a compenti delle vecchie amministrazioni.

1 Organizzazione delle Nazioni Unite, 2003

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Nella terza ed ultima parte si parla del conseguente scioglimento del consiglio comunale da parte del Presidente della Repubblica, consequenziale alla indagine della DDA, suffragato dalla relazione finale della Commissione ispettiva prefettizia. Si tratteggiano altresì, i punti salienti del procedimento giudiziario, ancora in itinere con rinvii a giudizio e una condanna già emessa.

Si cerca di mettere in evidenza come la piaga delle infiltrazioni mafiose soprattutto all’interno nelle amministrazioni comunali provoca effetti negativi su tutta la gestione dei servizi che si ripercuotono su chi ne usufruisce: i cittadini. La corruzione dei politici porta ad una cattiva gestione delle risorse pubbliche e questo comporta gravi distorsioni e quindi un peggioramento, come noteremo nel caso Vittoria, dell’intera economia locale.

Nel lungo periodo la presenza di organizzazioni criminali nella pubblica amministrazione aumenta l’incertezza e la rischiosità dell’imprenditoriale locale oltre che la disaffezione verso le istituzioni.

Capitolo primo
CLIENTELISMO POLITICO, CORRUZIONE E VOTO DI SCAMBIO POLITICO MAFIOSO

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.” (Paolo Borsellino – citato in I complici, p. 36.)

1.1

Clientelismo politico: Definizioni

Con clientelismo si identifica una relazione o un insieme di relazioni volte a portare vantaggi in capo a due soggetti che si scambiano promesse e favori a discapito di altri soggetti e, in ultima analisi, alla collettività. Tra le varie tipologie di clientelismo vi rientra il cosiddetto clientelismo politico, Simona Piattoni a riguardo ci fornisce la seguente definizione:

«Il clientelismo politico consiste nell’utilizzo a fini di vantaggio politico, personale e partitico, dei poteri decisionali conferiti dall’occupazione di un pubblico ufficio, di natura elettiva o amministrativa, in modo da distribuire benefici selettivi unicamente ai sostenitori del candidato o del partito d’appartenenza a ricompensa del sostegno elettorale ricevuto»2.

Avremo quindi come attori il politico e l’elettore e lo scambio che riguarderà l’elargizione di favori in cambio del voto. I vantaggi per entrambi i soggetti sono identificabili nella possibilità per il politico di essere eletto ed acquisire posizioni di potere mentre l’elettore otterrà in cambio favori di varia natura. Se da un lato i comportamenti in parola, definiti pratiche clientelari, non comportano necessariamente violazioni normative, provocano però altri effetti, sia sotto il profilo etico che per quanto riguarda i principi di equità e giustizia.

Le pratiche clientelari sono così in grado di provocare un duplice svantaggio3: in prima analisi a discapito di terzi che si vedono scavalcati dai beneficiari ed esclusi delle pratiche stesse. In seconda analisi l’effetto negativo si verifica in capo a tutta la collettività perché questi comportamenti sono antitetici ad una concorrenza basata sulla meritocrazia. Le pratiche clientelari in politica e nell’amministrazione pubblica incrementano inoltre un senso di sfiducia verso le istituzioni, distorcono i processi decisionali e indeboliscono l’economia, provocando danni irreparabili poiché si

2 S. Piattoni, Le virtù del clientelismo. Una critica non convenzionale. Laterza, Roma-Bari 2007, p.7.
3 M. Santoro, Corruzione politica e scienze sociali. Modelli e stereotipi (non solo) di casa nostra, in “Polis” n.3, pp. 483- 503. p.492.

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induce sfiducia4 anche nei confronti di quelle istituzioni che sono estranee dalle pratiche clientelari. Gli effetti più negativi che si manifestano a livello sociale si hanno quando la diffusione di comportamenti clientelari diventa talmente usuale, che buona parte della società si convince della necessità di coltivare pratiche clientelari per non essere scavalcata da coloro che le attuano.

In Italia il clientelismo politico è stato molto utilizzato nella costruzione del consenso elettorale in un contesto di incertezza politica legata all’imprevedibilità degli esiti che definiscono i ruoli politici, la cui transitorietà deriva proprio dalle regole del gioco democratico.5 Infatti, si parla di sistema clientelare della politica per indicare una anomala evoluzione della democrazia che ha contraddistinto la vita politica ed istituzionale dell’Italia nel II dopoguerra, una vera e propria «corruzione della democrazia»6. La particolare situazione geopolitica dell’Italia nel secondo II dopoguerra aveva determinato da un lato una forte contrapposizione ideologica tra comunisti e democristiani, dall’altro la necessità di alimentare con ogni mezzo il consenso elettorale della Democrazia Cristiana. I mezzi per alimentare questo consenso sono stati proprio le pratiche clientelari, tant’è vero che sono state così largamente utilizzate dai partiti italiani che ne ha risentito parecchio l’assetto dello Stato, permettendo da un lato, come conseguenza utile, il controllo dei voti ma provocando, allo stesso tempo, una crescita incontrollata dei centri di potere, un’elevata frammentazione all’interno dei partiti, (le cosiddette correnti, la cui competizione risulterà in accordi instabili), la proliferazione di enti pubblici inutili, l’inefficienza e la corruzione nella pubblica amministrazione.

Anche nella seconda Repubblica il clientelismo ha ricoperto un ruolo determinante nel contesto politico-istituzionale e infine anche sociale. Gli esponenti politici non sono stati capaci di liberarsi dai vincoli e dai condizionamenti generati da un rapporto viziato con i propri elettori, dalle relazioni di tipo utilitaristico e dai rapporti «do ut des», che hanno condizionato e distorto il potere politico facendo prevalere interessi particolari sull’interesse generale e determinando il fallimento di qualsiasi serio tentativo di riforma per lo svecchiamento del paese.

Paradossalmente, uno dei rovesci della medaglia del clientelismo politico in Italia è stato l’indebolimento del potere politico nel lungo periodo, poiché è stato alimentato un altro fenomeno che ha scavalcato le pratiche clientelari: la corruzione.

4 S. Piattoni, Le virtù del clientelismo, cit., p. 8.
5 M. Santoro, Corruzione politica e scienze sociali, cit., p.159. 6 S. Piattoni, Le virtù del clientelismo, cit., p. 19.

Dal clientelismo alla corruzione elettorale: evoluzione nel tempo

Continuando l’analisi che ci fornisce Simone Piattoni «L’escalation della corruzione e direi quasi il sorpasso nei confronti del clientelismo – in Italia può essere collocata verso la fine degli anni settanta, quando, esauritosi il centrosinistra e fallito anche il compromesso storico, inizia la stagione del pentapartito»7. Man mano che la società diventava più florida e l’attività politica si faceva «capital-intensive» piuttosto che «labor-intensive», il clientelismo cede sempre più il passo alla corruzione. Per una comprensione più accurata può esserci utile la definizione che il sociologo Marco Santoro utilizza per spiegare il fenomeno, in particolare quando avviene nel contesto politico:

«La corruzione politica si manifesta, in termini sociologici, come uno scambio illegale (e per questo occulto) in cui è coinvolto almeno un agente dotato di poteri pubblici e in cui si scambiano diritti di proprietà su rendite politiche: il modello prevede che il corruttore sarà disposto a pagare una tangente non superiore all’ammontare della rendita, mentre il corrotto – cioè il pubblico ufficiale che controlla l’accesso a posizioni di rendita – ottiene una quota di questa rendita sotto forma di tangente»8

In particolare, la strategia di corruzione utilizzata dalla criminalità organizzata nei confronti dei partiti o dei candidati per insediarsi nel tessuto politico-istituzionale è quella del «controllo dei voti»9 che è una delle strategie che distingue il mafioso dal semplice gangster. Grazie a questa strategia, come spiega ancora Santoro si viene a creare un rapporto più stabile e duraturo e di simbiotica protezione tra l’attore politico e il protettore mafioso, che mette il primo parzialmente al riparo da fonti d’incertezza associate a possibili sconfitte elettorali e insieme salvaguardano a vicenda le rispettive sfere d’interessi e attività fino a diventare egemoni ed influenti nei rispettivi mercati.

L’attrazione fatale verso la corruzione che ha pervaso il sistema politico-economico italiano ha cause storicamente determinate. Infatti, la forte diffusione del clientelismo, del voto di scambio e della corruzione nella pubblica amministrazione trae origine anche da una peculiare organizzazione dello Stato, determinata da una serie di circostanze e avvenimenti stratificatisi nel corso del tempo che hanno un’origine sistemica e possono essere rappresentati come una sorta di malattia genetica che ha colpito la politica e la società italiana.

Infatti, se ci si sofferma sulla peculiare situazione politica italiana nel periodo che va dal secondo dopoguerra ai primi anni ’80 occorre evidenziare che: era in essere una totale contrapposizione tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano che rappresentavano i

7 S. Piattoni, Le virtù del clientelismo, cit., Pag. 20
8 M. Santoro, Corruzione Politica e Scienze sociali, cit., p.486
9 M. Santoro, Riconoscere le mafie. Cosa sono, come funzionano, come si muovono. Il Mulino, Bologna 2015, p. 169

1.2

8

due principali partiti e che, in ambito nazionale, riproducevano quello che era il clima esistente a livello mondiale tra U.S.A. ed U.R.S.S. Al fine di evitare una vittoria elettorale comunista, ogni governo espressione parlamentare era appoggiato dalla Democrazia Cristiana e suoi alleati

In ambito politico l’Italia aveva aderito alla NATO con il sostegno delle forze di governo e la contrarietà del partito comunista che veniva ritenuto più vicino all’area di influenza sovietica. La guerra fredda da un lato e la presenza sul territorio politico italiano del più grande partito comunista dell’occidente faceva si che nel nostro paese fosse in atto una contrapposizione che superava i confini nazionali e che, in ambito nazionale, era caratterizzata da fenomeni terroristici che per decenni hanno contraddistinto la vita politica e sociale del paese. Lo scopo di parte di questi episodi era quello di influenzare l’opinione pubblica al fine di evitare una vittoria elettorale del Partito Comunista.

In questo contesto, nonostante l’Italia esteriormente apparisse come una democrazia a tutti gli effetti, la ratio ultima che operava era da ricercarsi in interessi sovranazionali in quanto, sistematicamente era prevista la vittoria della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati politici andando, di fatto, ad impedire il verificarsi della normale alternanza politica facendo sistematicamente ricorso al controllo mediante il voto di scambio e le pratiche clientelari. Due erano gli effetti evidenti: i politici al governo avevano la possibilità di occupare centri di potere e potevano promettere ed effettivamente distribuire favori e risorse pubbliche in cambio di voti e fedeltà e, allo stesso tempo, aumentavano i centri di potere occupati dalla classe politica, creando un sistema burocratico elefantiaco ed inefficiente tipico della cosiddetta struttura “ad arcipelago” dello Stato italiano.

Tutto il sistema in essere aveva lo scopo fondamentale di mantenere la situazione politica esistente. Nonostante un clima difficile l’Italia, anche grazie alla sua classe politica riuscì comunque a progredire economicamente. Ne derivava che, fenomeni quali clientelismo, corruzione, voto di scambio, venivano giustificati dall’essere finalizzati ad uno scopo inseriti come erano all’interno di un periodo fortemente ideologico. Si è quindi sostituito il connotato ideologico che aveva caratterizzato il periodo antecedente gli anni 80’ con comportamenti sempre più individualistici caratterizzati, nel sistema in cui erano inseriti, da una sempre maggior frequenza di episodi di corruzione e arricchimento del singolo a tutto svantaggio del partito di appartenenza.

Con il termine dell’ideologia comunista che fino a quel momento aveva caratterizzato il panorama politico lo scenario che si presentava era quantomeno drammatico: una definitiva degenerazione della politica, un ricorso costante a clientelismo e voto di scambio con distribuzione a pioggia di finanziamenti pubblici erano ormai all’ordine del giorno, mentre il debito pubblico aveva

raggiunto livelli preoccupanti non riuscendo ad arginare una crisi economica ormai alle porte. In questo clima scoppiò lo scandalo Tangentopoli10.

Il triangolo corruzione, voto di scambio clientelismo, rappresenta un problema che attanaglia l’Italia e bisogna sottolineare che questo fenomeno non è esclusivamente appannaggio della realtà meridionale. Il Sud ha sicuramente costituito l’incubatore iniziale di questo fenomeno, ma lo stesso non ha tardato ad espandersi in tutto il resto del paese, ovunque vi fosse la possibilità di elargire favori in cambio di consensi elettorali. Per rendersene conto basta leggere le notizie di cronaca o le statistiche giudiziarie. Caso emblematico della diffusione su larga scala di questi avvenimenti e di conseguenza della capacità di ambienti malavitosi di infiltrarsi nelle istituzioni è l’inchiesta Mafia Capitale11: questi fenomeni di devianza diventano sempre più devastanti essendo sfruttati dalla criminalità organizzata per insinuarsi nella rete di relazioni politiche ed economiche della classe dirigente: infatti «uno dei traffici più importanti della mafia è stato effettivamente il traffico dei voti e i capibastone fungevano spesso da grandi elettori di parlamentari nazionali».12

La radice dei “tre lati del triangolo” è da ricercarsi in una percezione diffusa dell’assenza dello stato o quantomeno di una sua resa13 in cui ha avuto modo di crescere ed affermarsi una sorta di ordinamento parallelo ed alternativo improntato sulla illegalità e sulla convinzione che le norme consuetudinarie che prevedono tali pratiche siano più effettive ed utili rispetto alle norme previste dall’ordinamento vigente14.

Il problema della corruzione è il simbolo della degenerazione che ha ormai colpito ed imperversa nel contesto politico italiano. A tutti i livelli ed in tutti gli ambiti, i fenomeni sono sempre più diffusi e ricorrenti, tanto da indurre le massime cariche ad appellarsi ad istituzioni e forze politiche per una lotta al fenomeno stesso. E tale richiesta trova la sua logica cassa di risonanza nell’opinione pubblica, così come era successo nel periodo di Tangentopoli, dove fu un movimento popolare scevro da indirizzi politici e rivendicare ed auspicare azioni in tal senso. In quel periodo, sull’onda del moto

10 “Tangentopoli è insomma una social issue: non semplicemente la somma di tanti comportamenti illegali, ma una vera e propria organizzazione sociale con routine, sanzioni e parametri certi, utilizzabili per il calcolo razionale da parte degli attori sociali.” M. Santoro, Corruzione Politica e Scienze sociali, cit., p. 491
11 Mafia Capitale è un’organizzazione di stampo mafioso nata e attiva a Roma, la cui esistenza è stata rivelata il 2 dicembre 2014 dall’Operazione Mondo di Mezzo, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 101 persone e all’arresto di 37, 29 delle quali già in carcere, per associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio di denaro e altri reati.

Da: https://www.wikimafia.it/wiki/index.php?title=Mafia_Capitale
12 S.Piattoni, Il clientelismo. L’Italia in prospettiva comparata. Carocci, Roma 2005, p.44
13 “La diffusione ed il radicamento della corruzione in Italia sembrano costituire un supporto ovvio alla tesi che l’Italia sia caratterizzata, specialmente in alcune delle sue parti, da un debole senso dello stato o, come si dice, da una scarsa “civicness”. M. Santoro, Corruzione Politica e Scienze sociali, cit., p.496
14 Ivi, p.486

10

popolare, ci furono anche risultati apprezzabili quali la riforma dell’immunità parlamentare15 che permetteva ai magistrati di procedere nei confronti di un parlamentare senza avere il preventivo parere positivo della Camera di appartenenza. Sempre con riferimento allo scenario politico, nello stesso periodo è da ricordare l’abrogazione della legge elettorale e del finanziamento pubblico ai partiti (tornate referendarie del 1991 e del 1993) a dimostrazione di quanto questi due argomenti fossero considerati dalla popolazione alla base degli episodi connessi al voto di scambio e all’ambiguità del contesto politico.

Ma ad iniziali segnali di risposta positiva da parte delle istituzioni in merito alle richieste popolari di moralizzazione della politica e della cosa pubblica, seguirono nuovi fenomeni di corruzione, di voto di scambio e di clientelismo e ci si torna a chiedere se la classe politica riuscirà se non a debellare quantomeno ad arginare tali fenomeni.

Le condizioni sociali, politiche ed economiche italiane sono molto diverse da quelle dei primi anni ’90 antecedenti ed immediatamente successivi a Tangentopoli. Una maggiore coscienza e volontà di cambiamento sembrano accompagnare tutti gli attori dell’agone politico: da un lato la popolazione sembra esserci finalmente resa conto di quelli che possono essere i danni provocati da fenomeni quali quelli in discussione, a differenza di quanto accadde nel periodo di Tangentopoli, quando il sentimento di moralizzazione derivava principalmente dalle vicende giudiziarie in essere.

Probabilmente, negli anni ’90 la maggioranza della società e della classe dirigente italiana non era ancora pronta ad affrontare un cambiamento così radicale dei costumi, visto che nei quaranta anni precedenti, il clientelismo, il voto di scambio e la corruzione finalizzata al finanziamento occulto dei partiti erano state pratiche abituali. Santoro considera ciò «la prova che si è dinanzi ad un processo

15 “L’articolo 68 della Costituzione, nel testo approvato dall’Assemblea costituente ed entrato in vigore il 1° gennaio

1948, stabiliva che i membri del Parlamento: – non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati

nell’esercizio delle loro funzioni (primo comma); – non possono essere sottoposti a processo penale senza autorizzazione

della Camera di appartenenza (secondo comma); – in assenza di analoga autorizzazione, non possono essere arrestati o altrimenti privati della libertà personale (anche in esecuzione di una sentenza), né sottoposti a perquisizione personale o

domiciliare, salvo il caso di flagranza di un delitto per il quale sia obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura (secondo e terzo comma). La L.Cost. 3/1993 ha modificato la disciplina dell’immunità parlamentare riformulando l’art. 68. Il nuovo

testo, tuttora vigente: – conferma insindacabilità delle opinioni espresse e dei voti dati dai parlamentari nell’esercizio delle

loro funzioni, adottando peraltro una formulazione più ampia (“non possono essere chiamati a rispondere”), rispetto alla

precedente (“non possono essere perseguiti”); – sopprime la richiesta di una previa autorizzazione della Camera di

appartenenza al fine di sottoporre i parlamentari a procedimento penale; l’autorizzazione resta dunque limitata alle ipotesi di perquisizione personale o domiciliare, di arresto o di altra misura privativa della libertà personale; sono altresì soggetti

ad autorizzazione le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni e il sequestro di corrispondenza; – esclude la

necessità di richiedere l’autorizzazione qualora si tratti di dare esecuzione ad una sentenza irrevocabile di condanna, oltre che nel caso (già previsto) in cui il parlamentare sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.”
Da: https://www.camera.it/cartellecomuni/leg14/RapportoAttivitaCommissioni/testi/01/01_cap06_sch01.htm

riuscito di istituzionalizzazione, il fatto che la gente dia per scontata una certa pratica al punto di non considerarla oggetto di scelta ma di adeguamento cerimoniale».16 In sostanza, sia la società civile che la classe dirigente, al di là delle dichiarazioni di principio, non furono capaci di elaborare modelli di comportamento diversi da quelli abituali nelle relazioni politiche con l’elettorato, con le imprese e con le lobby economiche.

Se immediatamente dopo Tangentopoli ad eccezione di proclami e dichiarazioni di principio non si riuscirono ad elaborare modelli relazionali diversi da quelli che fino a quel momento avevano caratterizzato la vita economica e politica del periodo precedente, lo scenario attuale risente imprescindibilmente di due aspetti non ancora così preponderanti nel periodo dei primi anni ’90: gli effetti politico economici della caduta del muro di Berlino e la formazione dell’Unione Europea.

Gli effetti della caduta del muro di Berlino, con la fine della guerra fredda, nel contesto politico italiano provocarono il passaggio da un lunghissimo periodo di sostanziale immobilismo a vantaggio della Democrazia Cristiana ad un panorama caotico ed in continuo cambiamento che si rifletté in una tangibile sensazione di smarrimento anche a livello istituzionale. Il crollo delle ideologie e della fedeltà ai partiti provocò frequenti episodi di camaleontismo dettati da un individualismo crescente, permettendo quindi indirettamente il ritorno al circolo vizioso che aveva come suo culmine la corruzione per fini personali. Il ruolo dei mezzi di comunicazione contribuì ad inasprire gli animi e a favorire la deriva giustizialista in quanto pose sullo stesso piano le tangenti pagate dagli imprenditori per il finanziamento illecito dei partiti con la corruzione vera a propria.

Bisogna inoltre ricordare che la maggioranza della società italiana era ancora disposta a “perdonare” gli scandali attribuibili alla classe politica dirigente in quanto rimaneva intimamente convinta che, alla fine, le risorse pubbliche razziate dalla politica sarebbero comunque state rimesse in circolo e condivise con la popolazione.

L’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht dal canto suo provocò conseguenze immediate ancora prima dell’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea. La necessità di rientrare in determinati parametri richiesti dall’Unione per accedervi sfociò in notevoli sacrifici economici a carico della popolazione, sacrifici la cui individuazione e quantificazione fu demandata ad un governo tecnico ad hoc. Ma la percezione in capo agli italiani che l’ingresso nell’Unione avrebbe rappresentato la fine dei loro sacrifici e la diminuzione della pressione fiscale, andò ben presto disillusa in quanto non erano consapevoli che, dal momento del suo ingresso, l’Italia avrebbe dovuto costantemente fare i conti con le politiche di bilancio dell’Unione Europea. Le risorse che erano state fino a quel momento andate disperse in corruzione, voto di scambio e politiche clientelari non avrebbero più potuto essere mitigate

16 M. Santoro, Corruzione Politica e Scienze sociali, cit., p.488 – 489 12

da politiche di aumento del debito pubblico e di svalutazione della lira, ma anche in questo caso la classe dirigente non colse l’effettiva portata del problema e non si adoperò nel senso di una concreta lotta agli sprechi di risorse pubbliche. Al contrario, approfittò del diffuso malcostume per continuare a “comprare” il consenso politico e ottenere privilegi o arricchimenti personali con reiterata voracità, mentre la maggioranza degli italiani era ammaliata dal cosiddetto sogno berlusconiano, ben disposta a chiudere gli occhi di fronte agli scandali e leggi e leggine ad personam.

“…ne possiamo trarre la conclusione che non solo la mafia ha una natura profondamente culturale, ma la cultura che essa esprime (la cultura in cui essa consiste) si configura essenzialmente come una cultura politica.” (Somers 1994).

Voto di scambio politico-mafioso e modifica dell’art. 416 ter del codice penale

Per meglio comprendere quanto previsto dall’art. 416 ter è necessario iniziare dalla definizione di voto di scambio. Con voto di scambio infatti si intende il comportamento di un politico che promette favori o benefici in cambio di voti.

Per la configurazione del reato in parola elemento essenziale è la promessa o il relativo accordo tra le parti mentre non viene richiesto il materiale scambio di quanto oggetto della promessa: ciò è ribadito anche dalla Cassazione la quale ha così individuato il reato in questione quale reato di pericolo astratto dove non è richiesta la effettiva realizzazione dell’evento, di pura condotta a dolo specifico in quanto orientato al raggiungimento dello specifico obiettivo dell’ottenimento dei voti.

Secondo l’art. 416 ter del Codice Penale:

«Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416 bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni. La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma

Analizzando la norma si nota immediatamente il riferimento all’art. 416 bis 3° comma del codice penale il quale, a sua volta, definisce il reato di associazione di tipo mafioso stabilendo che questi ricorre

«quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali».17

Il reato in questione è definibile come reato plurioffensivo.18 in quanto in grado di ledere contemporaneamente diversi interessi: il libero diritto al voto senza nessun condizionamento di tipo mafioso, l’imparzialità della Pubblica Amministrazione e, nondimeno, la tutela dell’ordine pubblico. Dal punto di vista dei soggetti ai quali può essere imputato, essendo prevista la possibilità di

17 “La forza – anche imprenditoriale – delle organizzazioni mafiose è attribuita alla loro spiccata capacità di “fare rete”, di costruire legami sociali con altri mafiosi, ma soprattutto con imprenditori, politici e una molteplicità di figure professionali, da mobilitare in modo strategico e differenziato a seconda dei contesti e della opportunità”. M. Santoro, Forme di capitale mafioso e risonanza culturale. Studio di un caso regionale e proposta di una strategia concettuale. In «Polis», 2017, XXXI, pp. 375 – 408 , p.376

18 Si veda Brocardi.it

1.3

attribuirlo anche al promittente i voti oggetto dello scambio, siamo in presenza di un reato plurisoggettivo. La condotta rilevante è quella con cui si promette il procacciamento dei voti secondo le modalità mafiose ex art. 416 bis c.p. dietro pagamento di una somma di denaro o altro beneficio. Per la perfezione del reato non è quindi necessaria la dazione del voto in quanto è sufficiente la promessa mentre la dazione in sé è in grado di provocare effetti ulteriori, per quanto riguarda la prescrizione e l’eventuale concorso di persone nel reato.

Per meglio comprendere e delineare tutta la materia fondamentale risulta essere il Codice Antimafia che prevede, nel suo art. 67 ai commi 7 ed 819 quelli che sono i limiti che operano nei confronti di determinati soggetti in materia di propaganda elettorale. Allo stesso modo, le modifiche al Codice Antimafia hanno introdotto delle misure preventive che precedentemente mancavano quali, ad esempio, la confisca dei beni in caso di corruzione.

La nuova proposta di legge

In data 7 Marzo 2019 la Camera dei deputati ha approvato, con modifiche, la proposta di legge A.C. 1302-A, “Modifica dell’articolo 416-ter del codice penale in materia di voto di scambio politico- mafioso”.20

In particolare, la nuova formulazione legislativa così si esprime:

«Chiunque accetta, direttamente o a mezzo di intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti appartenenti alle associazioni di cui all’articolo 416-bis o mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416- bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità o in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa è punito con la pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis. La stessa pena si applica a chi promette, direttamente o a mezzo di intermediari, di procurare voti nei casi di cui al primo comma. Se colui che ha accettato la promessa di voti, a seguito dell’accordo di cui al primo comma, è risultato eletto nella relativa consultazione elettorale, si applica la pena prevista dal primo comma

19 Codice Antimafia (D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159) 
Art. 67 comma 7: «dal termine stabilito per la presentazione delle liste e dei candidati e fino alla chiusura delle operazioni di voto, alle persone sottoposte, in forza di provvedimenti definitivi, alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza è fatto divieto di svolgere le attività di propaganda elettorale previste dalla legge 4 aprile 1956, n. 212, in favore o in pregiudizio di candidati partecipanti a qualsiasi tipo di competizione elettorale». 
L’art. 76 comma 8 «salvo che il fatto costituisca più grave reato, il contravventore al divieto di cui all’articolo 67, comma 7 è punito con la reclusione da uno a sei anni. La stessa pena si applica al candidato che, avendo diretta conoscenza della condizione di sottoposto in via definitiva alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, richiede al medesimo di svolgere le attività di propaganda elettorale previste all’articolo 67, comma 7 e se ne avvale concretamente. L’esistenza del fatto deve risultare anche da prove diverse dalle dichiarazioni del soggetto sottoposto alla misura di prevenzione».

20 Sul punto si veda “La Camera ha approvato la modifica del delitto di voto di scambio politico mafioso (art. 416-ter c.p.)” in Giurisprudenza Penale.

dell’articolo 416-bis aumentata della metà. In caso di condanna per i reati di cui al presente articolo consegue sempre l’interdizione perpetua dai pubblici uffici».

Una delle caratteristiche principale della nuova formulazione normativa è sicuramente quella di innalzare la risposta punitiva equiparando il reato in questione con quello di cui associazione di tipo mafioso innalzando la reclusione da 10 a 15 anni.

Rispetto alla formulazione previgente dell’art. 416 ter, la proposta di legge comporta le seguenti novità:

punibilità estesa anche ai casi in cui la condotta incriminata sia stata realizzata mediante il ricorso ad intermediari.

un notevole inasprimento della pena in quanto si prevede un periodo di reclusione che va dai 10 ai 15 anni (contro i 6 ai 12 anni previsti dall’attuale 416 ter). Tale aumento di pena si applica ad entrambe le parti del sodalizio, con reintroduzione della equiparazione al trattamento sanzionatorio previsto il per delitto di partecipazione associativa mafiosa (art. 416 bis comma 1 c.p).

pena è aumentata della metà se chi ha concluso l’accordo viene eletto (cosiddetta aggravante d’evento).21

pena accessoria della interdizione perpetua dai pubblici uffici in caso di comminazione della condanna.

Dall’esame delle novità introdotte con la nuova formulazione dell’art. 416 ter c.p. pare quindi non si possa non dare un giudizio negativo, sia per la presenza di elementi ridondanti, sia per quelli che potrebbero essere problemi applicativi vista la presenza di altre norme incriminatrici, sia per dubbi di legittimità costituzionale in relazione ai principi di proporzionalità, ragionevolezza e rieducazione previsti dal dettato costituzionale. Quello che è certo, dalla lettura e dalla disamina dei contenuti della norma in parola, è che siamo nuovamente in presenza di una norma rivolta a soddisfare la richiesta giustizialista dell’opinione pubblica indipendentemente dalla sua conciliabilità con quanto previsto dalla Carta Costituzionale.

Capitolo 2
ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2016 DEL COMUNE SICILIANO DI VITTORIA

2.1
Vittoria: città “irredimibile” nella provincia “babba”?

Da un’approfondita disamina della letteratura storiografica del fenomeno della mafia in Sicilia fornitaci dal giornalista Giorgio Caccamo22 emerge la lunga assenza della provincia di Ragusa, considerata da sempre un’area immune alla mafia. L’eco di questa assenza ha avuto una portata talmente ampia da far meritare alla bonaria area Iblea l’epiteto di “babba”, etichetta che di fatto fu utilizzata anche da due blasonati scrittori autoctoni, quali Gesualdo Bufalino e Leonardo Sciascia.

La discriminante che più di tutte ha evidenziato la tranquillità ragusana è da ricercare nel paragone con altre due città siciliane, decisamente più sanguinarie e cruenti. Il contesto e la cronaca palermitana prima e quella catanese poi, infatti, hanno rafforzato la discrepanza tra queste realtà sicule portandole agli antipodi. Se per un lungo periodo questo stereotipo corrisponde al vero, le analisi storiche sull’argomento, basate principalmente sul giornalismo d’inchiesta, basti pensare a Giovanni Spampinato23, giornalista dell’ ”ORA” assassinato nel 1972, mostrano però che alla fine degli anni Sessanta inizio anni settanta anche negli Iblei si diffondono organizzazioni criminali, tanto legate a Cosa Nostra quanto autonome, come la “stidda”.

La nascita della mafia nel contesto ragusano, seppur ricollocabile in un preciso momento storico, presenta sicuramente un esordio in sordina. Questo lento e insidioso incipit è stato reso possibile dall’assenza della cronaca nera, poiché la cronaca interessata era quella giudiziaria. Pur ricorrendo talvolta alla violenza la mafia ragusana occupa all’inizio soprattutto gli spazi della politica e dell’economia legale. La cronaca giudiziaria, infatti, dimostra che la provincia di Ragusa è stata per tanto tempo interessata da una “mafia dei colletti bianchi24”, impegnata soprattutto nel riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti. Dunque, a questo punto, appare chiaro che l’appellativo di “babba”, correlato all’idea di una provincia pura e pacifica tanto da essere considerata ingenua, faceva

22G. Caccamo, “La mafia a Ragusa. La provincia babba nel “cono d’ombra””, in: Diacronie. Studi di Storia Contemporanea. Dossier: Luoghi e non luoghi della Sicilia contemporanea: istituzioni, culture politiche e potere mafioso, N. 3 2|2010,

23 “Giovanni Spampinato fu ucciso per il suo coraggio, punito per aver voluto spingersi oltre la superficie, per aver squarciato il velo di ipocrisia e di falso perbenismo che regnava in una tranquilla città di provincia e per averne messo in luce misfatti e lati oscuri, al punto che all’epoca del delitto si insinuò di una morte “cercata”, conseguenza naturale di quegli scritti imprudenti con cui aveva finito per provocare il suo assassino.” Daniele Ferrara, Quel morso in più, in Operaincerta, 12 Maggio 2010, n. 58, p.14

24 Secondo la definizione di Edwin Sutherland: “Il crimine dei colletti bianchi può definirsi come il reato commesso da una persona rispettabile e di elevata condizione sociale nel corso della sua occupazione».

in realtà molto comodo al substrato mafioso ormai insidiato. La non presenza della cosiddetta mano armata di Cosa Nostra, ha sviato l’opinione pubblica dalla palese presenza della criminalità organizzata che non si occupava di conclamati traffici illeciti ma di silenzioso riciclo di denaro. La cronaca, infatti, arriva a sostenere che la provincia di Ragusa non sia altro che una grande lavatrice, in cui il denaro sporco viene pulito e reinvestito. La “babbitudine” ragusana, perciò, era solo una maschera ben architettata, era solo l’altra faccia dell’omertà, quella imperturbabile, capace di intimorire ammorbidendo ogni forma di opinione.

Il decennio in cui la mafia Iblea registra il suo più ambizioso salto di qualità sono gli anni Ottanta. A questo punto della storia fa capolino un importante punto nevralgico del suddetto fenomeno, localizzabile nel comune di Vittoria. Quest’ultima infatti, nona città per popolazione della Sicilia, offre un fertile terreno per la proliferazione della criminalità organizzata. Gli illeciti e gli affari locali trovano nella cittadina una vera e proprio holding, e spaziano dalla droga al racket delle estorsioni, ai trasporti, agli imballaggi e alla plastica di riciclo delle serre. Proprio a Vittoria ha, infatti, sede il principale Mercato ortofrutticolo siciliano, il secondo d’Italia, già oggetto delle attenzioni della criminalità organizzata. Concretizzatasi nel tempo nell’assumere il controllo dell’accesso, da parte dei produttori agricoli, agli spazi ed alla rete commerciale, a penetrare la rete di gestione degli imballaggi25 per le derrate, nonché a gestirne i trasporti26, praticando intimidazioni27 ai danni di coltivatori e commercianti del settore. Da questo splendido lembo di terra, vengono immesse nella filiera nazionale ed internazionale ortaggi, pomodorini, frutta, vino che poi arrivano sulle nostre tavole tramite il transito dai mercati di Milano, Fondi, passando dai mercati esteri. I prodotti provengono dal lavoro e dal sudore della fronte di imprenditori e di braccianti agricoli che, per la stragrande maggioranza, sono onesti lavoratori, ma la contaminazione mafiosa inizia già diversi decenni orsono.

La conclamazione della mafia ragusana si è fatta dunque aspettare, ma nel corso del suo divenire ha assunto caratteri peculiari fino al completo consolidamento della sua stessa realtà. Il background in cui si insedia, sempre negli anni ottanta del novecento, è sicuramente già saturo di cosche appartenenti alla stessa Sicilia ma anche ad altre regioni. In un’ipotetica “tassonomia” delle mafie italiane il primo posto, per importanza e ferocia, è sicuramente occupato da Cosa Nostra. Al

25 L’operazione “Ghost trash” del dicembre 2017 aveva rivelato, tra l’altro, l’interesse di associazioni di tipo mafioso

all’acquisizione di posizioni dominanti in seno al comparto della realizzazione di imballaggi per prodotti agricoli.

26 Si ricordi, ad esempio, l’incendio appiccato, nella notte del 18 febbraio 2017, in un’area adiacente al mercato

ortofrutticolo di Vittoria (RG), ad autoarticolati facenti capo a locali imprese di autotrasporti, provocando gravissime ustioni ad un autista che riposava all’interno di uno dei veicoli dati alle fiamme.

27 Nell’aprile 2017 sono stati dati alle fiamme due impianti serricoli per la coltivazione di ortaggi, mentre nel successivo mese di maggio veniva danneggiata da un incendio un’azienda intestata ad un pluripregiudicato.

secondo posto della nostra gerarchia troviamo la Camorra, seguita dalla ‘Ndrangheta e dalla Sacra Corona Unita, mentre annoverata come “quinta mafia” troviamo la stidda.

La stidda nasce a Palma di Montechiaro, nell’Agrigentino, ma troverà la sua maggiore diffusione nella provincia di Caltanissetta ed appunto tra Vittoria e Comiso. Ancora oggi, il ministero degli Interni identifica una zona geo-criminale della Sicilia sud-orientale (Caltanissetta e Ragusa), contrassegnata proprio dalla presenza della stidda, impegnata anche in traffici illeciti internazionali. Con la diffusione della stidda nel vittoriese, si assiste ad una riorganizzazione delle cosche e delle famiglie mafiose.

Il rapporto tra stato e mafia e, più precisamente, tra stato e provincia di Ragusa, germoglia già nel secolo scorso. Storicamente la città di Vittoria diventa teatro di numerosi e importanti eventi di cronaca tra il 1989 e il 1992, in questi anni infatti accadono numerosi: scontri, omicidi, operazioni di polizia e soprattutto arresti. Da un’analisi statistica sul caso della città di Vittoria emerge che in quegli anni vennero effettuati circa 1500 arresti, vale a dire un carcerato o un inquisito per mafia ogni duecento abitanti, inoltre, gli investigatori stimano che attualmente siano cinquecento gli affiliati alle bande criminali nella sola città di Vittoria. Tra i numerosi eventi sopracitati soltanto gli arresti, sempre all’inizio degli anni Novanta, dei capi dei clan Dominante e Carbonaro hanno scongiurato la quasi inevitabile faida tra le due famiglie. Quanto appena detto risulta corroborato dalla dichiarazione dei tre fratelli Carbonaro, i quali, divenendo collaboratori di giustizia, svelarono successivamente i segreti dell’organizzazione mafiosa ipparina. La presenza della stidda avrebbe frenato e contrastato apparentemente la dilagante espansione di Cosa Nostra nella provincia iblea, ma in realtà la “quinta mafia” è stata in qualche modo funzionale alla mafia della Sicilia occidentale, perché l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura è stato rivolto prevalentemente alla sconfitta dei clan stiddari, lasciando invece a Cosa Nostra una certa libertà di agire sul territorio.

Per spiegare l’incidenza della criminalità mafiosa a Vittoria, si è spesso fatto ricorso alla «tesi del confine»28: la malavita ipparina sarebbe quasi esclusivamente il risultato di un contagio con il Nisseno, si fermerebbe a Vittoria e non avrebbe intaccato la serenità del resto della provincia. Al di là delle contaminazioni dovute alla contiguità con aree già ad alta densità mafiosa, come appunto la provincia di Caltanissetta, sono in realtà i mafiosi palermitani, inviati dalla magistratura a Ragusa, proprio per la sua caratteristica di provincia babba, in “soggiorno obbligato”29, a preparare il terreno per la diffusione capillare della mafia nel tessuto economico vittoriese e della provincia.

28 G. Caccamo, “La mafia a Ragusa. La provincia babba nel “cono d’ombra”, cit., p. 6

29 “L’utilizzo del soggiorno obbligato come misura di prevenzione viene considerato come una delle cause principali di ramificazione territoriale della mafia.” M. Massari, Gli insediamenti mafiosi nelle aree non tradizionali, in: Nella rete criminale, Vol. XLIL, 1998, 18, pp. 5-27, p.17

Nel momento in cui Cosa Nostra si trovò, in quegli anni, costretta a ricercare nuovi spazi di investimento, il comprensorio ibleo, ed in particolare vittoriese, si rivelò da subito adatto ad accogliere il riciclaggio dei capitali mafiosi: un territorio ricco, un’economia florida, una diffusa situazione di benessere, una presenza delle forze dell’ordine assai limitata.

Gli stessi verbali della commissione Antimafia, che a partire dagli anni Ottanta cominceranno ad includere in pieno il nome di Ragusa nella geografia mafiosa siciliana, denunciano l’impegno diretto delle mafie “occidentali” ad occupare gli spazi economici della provincia iblea. È noto, ad esempio, che diversi mafiosi hanno acquistato migliaia di ettari di terreni agricoli nei territori di Acate, Santa Croce, Vittoria e Comiso, adibiti a colture di agrumi, vigneti e serre. Il 1969 può essere considerato l’anno in cui comincia la penetrazione di Cosa Nostra nella provincia più meridionale dell’Isola.

Da allora è stata una escalation senza soluzione di continuità. Si è passati dagli anni delle centinaia di morti ammazzati per avere il sopravvento della gestione degli affari illeciti, alla pax mafiosa, in cui le organizzazioni criminali fanno squadra, non si fanno la guerra così da tenere lontani i controlli sul territorio da parte delle forze dell’ordine. Tant’è che l’attenzione delle istituzioni per questo territorio è stata ad “ondate”, così si è passati dal negazionismo, fino alla grande attenzione a seguito della strage di San Basilio30 (2 gennaio 1999). Poi, passati quegli anni, nuovamente poco o nulla. Negli ultimi anni nuove ondate di arresti, ogni operazione aveva sempre come protagonisti i mafiosi che controllavano la filiera del mercato e dell’indotto, ma senza coinvolgimento della politica.

30 Venti anni fa la strage di San Basilio a Vittoria. All’interno del bar del distributore di carburante Esso, poco dopo il tramonto, un commando mafioso uccise 5 persone. Ad essere crivellati di colpi di arma da fuoco anche due tifosi del Vittoria Rosario Salerno di 28 anni e Salvatore Ottone di 27 anni. Ma l’obiettivo del ‘commando’ erano Angelo Mirabella, referente del clan della ‘Stidda’ di Vittoria, Rosario Nobile, e Claudio Motta, ritenuti affiliati al clan Dominante. Si salvò per miracolo solo il barista che si nascose dietro il bancone e fu risparmiato dai sicari. Dopo 14 anni di indagini, processi e testimonianze dei collaboratori di giustizia, nel gennaio del 2013, fu ricostruita la verità sulla strage: venne ordinata dai clan Piscopo ed Emmanuello di Gela, rivali della “Stidda” vittoriese, che intendevano così estendere il proprio predominio anche nella provincia di Ragusa. Per quella strage sono stati condannati all’ergastolo i fratelli Giovanni ed Alessandro Piscopo ed il cugino, omonimo, Alessandro Piscopo, ritenuti i mandanti; oltre che Enzo Mangione, ritenuto il basista. In: “Mafia: 20 anni fa la strage di San Basilio a Vittoria. www.blogsicilia.it

2.2
Campagne e risultati elettorali dei candidati

Tutto cambia nel bel mezzo delle ultime elezioni amministrative del 2016 e la collusione tra mafia e politica diventa evidente quando, prima del ballottaggio, la Guardia di Finanza, per il tramite della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, irrompe a Vittoria, immersa nel clima elettorale per la scelta del sindaco. Questo evento ha scosso molto la comunità cittadina, poiché la notizia ha fatto aumentare quel senso di disaffezione e sfiducia nei confronti delle istituzioni e del voto, probabilmente già insito nella maggioranza della popolazione a causa dei casi di malgoverno sia a livello locale che nazionale, facendo sviluppare la voglia di praticare l’astensionismo. E’ in questo clima che arrivano anche notevoli risvolti negativi per i politici locali, ai quali vengono notificati importanti avvisi di garanzia.

Andando a ritroso nel tempo e analizzando nel dettaglio sia la campagna elettorale che i risultati conseguiti, può emergere un quadro più ampio del contesto che ha comportato questo increscioso epilogo per la città. Decisamente combattuta e molto articolata è stata la campagna elettorale dei candidati sindaci. Ovviamente fin da subito netta è stata la convinzione dei vittoriesi che dei nove candidati solo pochi, ed in particolare quattro, avrebbero avuto la chance di potere diventare sindaco di Vittoria. Questi erano, i già citati, Giovanni Moscato, candidato per la destra; Francesco Aiello, da decenni espressione della sinistra vittoriese; Carmelo Giurdanella candidato del Movimento 5stelle; Lisa Pisani, candidata per il PD.

Molto diversa nella comunicazione la tipologia di propaganda elettorale organizzata dai vari candidati. Il primo ad iniziare con una propaganda definita all’ americana, utilizzando segreti e strategie derivanti dal marketing politico ed elettorale, è stato il candidato Giovanni Moscato. Suoi i primi manifesti anonimi, 3 metri per tre metri, posizionati nei vari punti strategici della città, in cui capeggiavano le immagini di importantissimi personaggi storici Martin Luter King, Nelson Mandela, Che Guevara per citarne alcuni, con lo slogan Se La Ami La Cambi. L’anonimato e l’incidenza dei manifesti hanno suscitato parecchia curiosità nei cittadini. Solo in un secondo tempo i manifesti elettorali di cui sopra sono usciti con la sua candidatura a Sindaco. Campagna elettorale incentrata in particolar modo contro la sinistra, il cui diretto avversario Aiello, per ben cinque volte sindaco delle città, era ben intenzionato, dopo due amministrazioni Nicosia sempre di sinistra, a riprendersi il governo di Vittoria. L’efficacia della strategia comunicativa di Moscato continua online attraverso un uso massiccio dei social media che gli hanno permesso di attirare e possiamo dire anche ammaliare quella fetta di popolazione solitamente disinteressata alla politica: i giovani. Chi è in grado di

padroneggiare le parole, ma soprattutto di saperle vendere, rappresenta meglio l’attore principale della scienza del marketing politico: deve essere in grado di ipnotizzare i governati esprimendo una reale convinzione nel cambiamento; deve essere in grado di dimostrare il proprio impegno al rispetto dei valori morali, etici e democratici se vuole conquistare un maggiore numero di seguaci. Strategica anche l’idea di “nascondere” l’ideologia politica (di estrema destra, militata da anni) del candidato e della futura giunta. E’ arrivato primo con il 36,61%31 al primo turno per poi vincere al ballottaggio contro Francesco Aiello.

Francesco Aiello, l’unico reale avversario di Giovanni Moscato, per contro, ha utilizzato un tipo di campagna elettorale più umile, tradizionale ma, possiamo dire anche superata, concentrandosi maggiormente su un target di elettori diverso da quello del sopracitato candidato. Ha incentrato la sua propaganda elettorale sui comizi, nella agorà principale, ma molti nei quartieri più in periferia e diseredati della città. Nessun manifesto gigante in giro per la città e nessuno slogan identificativo, tanto volantinaggio porta a porta fatto personalmente e dai sui candidati al consiglio comunale. Un pulmino tappezzato con le sue foto con cui si spostava giornalmente nelle campagne, nei quartieri per incontrare gli elettori faccia a faccia e presentare il suo programma. Gridava forte Aiello contro le infiltrazioni mafiose al mercato ortofrutticolo, mentre altri candidati dicevano che a “Vittoria la mafia non esiste, tant’è che in tanti gli consigliavano di non mettersi contro il mercato se non voleva perdere le elezioni. Oggi potremmo dire come volevasi dimostrare. E’ arrivato secondo al primo turno con il 26,69%32 per poi perdere al ballottaggio contro Giovanni Moscato.

Carmelo Giurdanella, candidato 5 stelle. Una campagna elettorale poco incisiva se non quasi assente. Nessun comizio, pochi manifesti elettorali, scarsi contatti con gli elettori. Si classifica comunque terzo con il 15,63%33, non grazie ad un impegno personale e dei suoi sostenitori, ma grazie al successo che in quel periodo il partito che lo appoggiava, il Movimento 5 Stelle appunto, riscuoteva a tutti i livelli di elezioni.

Lisa Pisani, imprenditrice cittadina, ha condotto una campagna elettorale un pò in sordina, si capiva che il PD cittadino, monopolizzato dai fratelli Nicosia, riponeva poca enfasi nella sua candidata, tant’è che la stessa di ferma al primo turno con un misero 9,3%34, arrivando quarta. Oggi possiamo spiegarci il perché di questo, altri accordi, poco puliti, interessavano i fratelli Nicosia a scapito della loro candidata, utilizzata semplicemente come una marionetta.

2.3
Inchiesta “Exit Pool” a tre giorni dal ballottaggio

L’inchiesta intitolata “Exit Pool” ebbe inizio qualche anno fa nella cittadina di Vittoria, con esattezza il 16 giugno 2016, a seguito delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Biagio Gravina e Rosario Avila,

I finanzieri di Catania quel giorno perquisirono i comitati elettorali di quasi tutti i candidati alla carica di sindaco, oltre agli uffici del comune. Erano passati appena undici giorni da quando il primo turno elettorale delle elezioni amministrative aveva fatto perdere il potere politico della cittadina ai Nicosia, fratelli che negli anni avevano fatto il pienone di voti in città, e mancavano tre giorni al ballottaggio in cui poi verrà eletto il giovane avvocato Giovanni Moscato, primo sindaco legato alla destra nella storia della città.

Grazie a questa inchiesta venne sgominata una vera e propria organizzazione a delinquere che vedeva posizionati ai vertici della gerarchia nomi di spicco della politica locale.

L’accusa cardine di tutta la vicenda e sulla quale si basava l’inchiesta stessa era da circoscriversi al voto di scambio politico-mafioso, perciò, inizialmente a ricevere l’avviso di garanzia furono in nove:

  • Giuseppe Nicosia, il sindaco uscente;
  • Fabio Nicosia, fratello dell’ex primo cittadino e candidato consigliere, poi eletto con una abbondanza di voti;
  • Lisa Pisani, candidata PD alla carica di sindaco e appoggiata dai due fratelli Nicosia;
  • Francesco Aiello, già sindaco della città in passato e al ballottaggio;
  • Maurizio Di Stefano;
  • Raffaele Di Pietro;
  • Raffaele Giunta;
  • Cesare Campailla, candidato nelle liste a sostegno di Moscato
  • Giovanni Moscato, che pochi giorni dopo vincerà la tornata elettorale con il 55% dei consensi.
    La notizia di un’inchiesta sulle amministrative del 2016 ebbe una risonanza non indifferente nella cittadina sicula che, a pochi giorni dal ballottaggio, vide al suo risveglio i nomi di ben nove concittadini associati al malaffare.

Con l’evolversi dell’inchiesta e il prosieguo delle indagini si arrivò a una chiusura delle preliminari con un totale di dieci imputati.

L’accusa di 416 ter è stata confermata per l’ex sindaco uscente Giuseppe Nicosia, il fratello e consigliere comunale Fabio, Giombattista Puccio, Venerando Lauretta e Raffaele Di Pietro.

Rimanevano, invece, indagati per corruzione elettorale il sindaco Giovanni Moscato, insieme a Raffaele Giunta e Vincenzo Gallo, componente dello staff del sindaco Nicosia e mantenuto nella stessa posizione di staff dal sindaco Moscato che venne accusato di condizionamento del settore socioassistenziale, in particolare di un’anomala gestione della distribuzione di voucher. Infine, i dirigenti del PD locale Francesco Cannizzo e Nadia Fiorellini, ex assessori della giunta Nicosia, quest’ultima accusata di falso in atto pubblico.

Definitivamente archiviate le altre posizioni, quella dell’ex sindaco Francesco Aiello, di Lisa Pisani e di Cesare Campailla.

Le indagini condotte fino a quel momento portarono alla luce che alcuni esponenti della consorteria mafiosa della stidda, avevano avuto la possibilità di condizionare le scelte di voto. Con l’andare del tempo e l’evolversi delle indagini la guardia di finanza di Catania, a seguito dell’indagine coordinata dalla Procura etnea, ha eseguito sei misure di arresti domiciliari. Questi ultimi, infatti, vennero condotti per via dello scambio elettorale politico-mafioso in relazione proprio alle elezioni amministrative del 2016 del comune di Vittoria.

Dunque, nel primo decennio del 2000, precisamente tra il 2006 e il 2011, la provincia di Ragusa vide i suoi nomi più celebri cadere nelle mani della giustizia. Vennero infatti arrestati per associazione mafiosa l’ex sindaco di Vittoria Giuseppe Nicosia, eletto per due mandati consecutivi e il fratello Fabio, all’epoca consigliere comunale PD, Giambattista Puccio e Venerando Lauretta. Oltre che per i fratelli Nicosia e per Puccio e Lauretta, i domiciliari scattarono anche per Raffaele Di Pietro e Raffaele Giunta, entrambi con precedenti penali, in particolare i due risultavano aver svolto un ruolo di intermediazione attiva nell’accordo criminale stretto tra politica e mafia. Tra i nomi appena citati spicca il particolare quello di Giombattista Puccio, detto “Titta u ballerinu”, nella cui lunga “carriera” si annovera l’appartenenza alle associazioni mafiose Cosa Nostra e stidda, infatti è stato più volte coinvolto in diverse operazioni condotte nei confronti del clan stiddaro “Dominante – Carbonaro”35, ed è attualmente indicato da più collaboratori di giustizia quale attuale esponente di spicco della stidda.

Nonostante la relativa vicinanza della cronaca appena trattata, le radici che hanno dato alla luce la florida organizzazione affondano già nei primi anni del duemila. Un approfondito articolo di giornale sulla vicenda nel quotidiano “La Sicilia” ci permette di ricostruire i fatti per avere un quadro più chiaro delle dinamiche avvenute. Durante il lasso di tempo che va dal 2006 al 2011, durante le amministrative, i fratelli Nicosia avevano ricevuto a Vittoria il sostegno elettorale della stidda. Il sindaco Giuseppe Nicosia ricompensava la “donazione” di voti con l’assegnazione di appalti e posti di lavoro a favore dei sopracitati co-indagati Giunta e Di Pietro

E’ stato possibile evidenziare questi eventi di cronaca grazie al lavoro delle Guardia di Finanza. Le Fiamme Gialle, infatti, sotto la Direzione della Procura Distrettuale Antimafia di Catania, effettuarono intercettazioni telefoniche, perquisizioni, sequestri e acquisizioni documentali. Inoltre, un contributo notevole, venne altresì fornito dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia da cui è emerso con chiarezza l’intreccio affaristico- politico-mafioso che, nella città di Vittoria, ha condizionato e orientato le scelte elettorali anche prima delle elezioni amministrative del 2016. In questo allarmante scenario le attività dei Finanzieri del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Tributaria di Catania hanno consentito di tracciare ed attualizzare i contatti avvenuti tra i fratelli Nicosia ed esponenti di vertice della stidda: sodalizio mafioso che risulta essere particolarmente attivo, come detto precedentemente, in area vittoriese, nella gestione economica di interi settori quali la raccolta della plastica37, e nella produzione degli imballaggi per i prodotti ortofrutticoli.

Secondo gli investigatori, la strategia politica dei fratelli Nicosia che si inserisce in questo quadro, era soprattutto orientata a mantenere e consolidare anche nella futura amministrazione che si sarebbe andata a formare, nonostante le remote possibilità di vincita delle elezioni, il peso e l’autorevolezza conquistati nel corso dell’ultimo decennio nelle decisioni del governo locale.

Il fenomeno che trovarono essere più collaudato era sicuramente il sistema clientelare.

La maggioranza dei voti che i fratelli si aggiudicarono proveniva dai loro stessi operatori ecologici: alle ultime elezioni, il sindaco uscente Giuseppe Nicosia, avrebbe assicurato infatti l’assunzione di 60 dipendenti dalla società subentrante nella gestione dei rifiuti a Vittoria.

Nel corso delle indagini è stata tra l’altro monitorata una riunione, sollecitata dal Di Pietro, tra i fratelli Nicosia e i lavoratori dell’azienda di gestione dei rifiuti, finalizzata a sancire il sostegno elettorale di quest’ultimi in favore degli stessi. L’intricato e profondo rapporto che intercorreva tra i vertici della politica locale e i vertici del clan era sicuramente antecedente alla competizione elettorale di tre anni fa. In particolare, è emerso che il candidato al Consiglio Comunale, Raffaele Giunta, richiedesse al mafioso Lauretta i voti a suo favore. Quest’ultimo, come le intercettazioni hanno poi evidenziato, avrebbe risposto a Giunta di aver già promesso di fornire quanto chiesto perché già in accordo con l’allora sindaco in carica Nicosia. Tra Nicosia e Lauretta, infatti, lo scambio sarebbe stato reciproco. Al sindaco uscente sarebbero stati forniti i voti necessari alla conferma della sua carica a patto che, quest’ultimo, approvasse lo sgombero di un edificio pubblico all’interno del quale Lauretta avrebbe avviato un centro di assistenza per persone con handicap.

Perciò, poco prima della conclamazione dell’inchiesta, in particolare il primo giugno del 2016, gli investigatori avrebbero assistito a un incontro tra i due. Fabio Nicosia e Giombattista Puccio, infatti, si sarebbero incontrati presso la sede di una società di imballaggi in cartone. Dalle intercettazioni che ne scaturirono emerse la disponibilità di Puccio a fornire sostegno elettorale in cambio di benefici connessi allo svolgimento delle attività economiche gestite dal proprio figlio Luigi Puccio nel settore della rimozione dei rifiuti.

Poche settimane dopo, il Riesame annullò il provvedimento del gip di Catania per il venir meno di esigenze cautelari e i sei tornarono liberi. Ma intanto ebbero inizio i lavori della commissione di acceso al Comune inviata dal prefetto, per verificare se gli accordi fra mafia e politica fossero presenti anche nella nuova giunta e fossero tali da procedere al suo scioglimento e quindi capire il ruolo che il sindaco Moscato avrebbe svolto nel patto politico-mafioso.

Capitolo 3
SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE DI VITTORIA

3.1
Relazione d’accesso prefettizia e decreto di scioglimento del presidente della Repubblica 2 agosto 2018

Se la struttura politica della Sicilia è stata storicamente contrassegnata da una persistente debolezza degli organi del potere ufficiale, «l’incapacità di essere leali nei confronti delle organizzazioni formali non è da vedersi come un fatto irrazionale, ma al contrario è spiegabile

come modello di comportamento razionalmente orientato al raggiungimento del fine»” (Hess 1970; trad. it. 1973, 23 s.).

Preso atto delle gravi vicende emerse dall’inchiesta “Exit Pool” Il prefetto di Ragusa, con decreto del 29 settembre 2017, successivamente prorogato, ha disposto l’accesso presso il comune di Vittoria, insediatosi effettivamente il 2 ottobre 2017.

Al termine delle indagini, la commissione incaricata dell’accesso ha depositato le proprie conclusioni, alla luce delle quali il prefetto, ha inviato relativa relazione che costituisce parte integrante della proposta di scioglimento38 del Ministro degli Interni, in cui emerge l’effettiva presenza di elementi di congiunzione tra gli amministratori locali e gli esponenti della criminalità organizzata della cittadina e di conseguenza forme di condizionamento nel buon andamento delle attività comunali. Si riscontrano quindi i presupposti per l’applicazione dell’art. 14339 del decreto legislativo n. 267 del 2000.

38 DPR 2 agosto 2018, ved. Allegato, pp.11-12
39 Art. 143 dlgs 267/200 relativo allo “scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso”: i consigli comunali e provinciali sono sciolti quando, anche a seguito di accertamenti effettuati a norma dell’articolo 59, comma 7, emergono elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o su forme di condizionamento degli amministratori stessi, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi alle stesse affidati ovvero che risultano tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica. Lo scioglimento del consiglio comunale comporta la cessazione dalla carica di consigliere, di sindaco, di presidente della provincia e di componente delle rispettive giunte, anche se diversamente disposto dalle leggi vigenti in materia di ordinamento e funzionamento degli organi predetti, nonché di ogni altro incarico comunque connesso alle cariche ricoperte. Lo scioglimento e’ disposto con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri.

Proposta accettata dal presidente della Repubblica che il 27 Luglio 2018 decreta ufficialmente lo scioglimento del comune di Vittoria e il conseguente affidamento alla commissione straordinaria per la durata di 18 mesi.

La decisione fu resa pubblica dal vicepremier Luigi Di Maio, che su Twitter la dedico al lavoro giornalistico di Paolo Borrometi, giornalista e scrittore d’inchiesta sempre in prima linea nelle vicende riguardanti la criminalità organizzata del territorio. Una dedica che si può considerare oggettivamente infelice, poiché lo scioglimento di un comune per mafia è da considerare un fallimento, un evento riprovevole per la città e l’intera collettività che lo subisce e quindi non un risultato che merita un riconoscimento.

La suddetta decisione quindi afferma il coinvolgimento, seppur in misura minore, nel patto tra la mafia locale e gli esponenti delle due vecchie amministrazioni, dell’attuale compagine di governo appena formatasi. Nella relazione prefettizia allegata al decreto di scioglimento è emerso che:

«Non c’è stata nessuna soluzione di continuità tra i dieci anni di amministrazione di Giuseppe Nicosia e quella iniziata nel 2016 con Giovanni Moscato, dimostrata dalla prosecuzione negli incarichi di numeroso personale amministrativo…manifesta ancora di più la sostanziale prosecuzione degli interessi comuni tra le diverse amministrazioni.»40

A tal proposito alcuni estratti della suddetta relazione delineano chiaramente la posizione dei vari esponenti dell’accordo politico-mafioso:

«L’alleanza dei Nicosia con elementi di spicco del clan della stidda è stata orientata oltre che all’elezione di Fabio al consiglio comunale, anche allo spostamento dei bacino di voti nel turno del ballottaggio a favore dell’attuale sindaco Giovanni Moscato individuato quale persona in grado di perpetuare la linea dei Nicosia».41

E ancora:

«Nicosia Giuseppe diceva a Giunta di scatenarsi nella ricerca di voti per Moscato. I fratelli Nicosia avrebbero appoggiato Moscato in virtù di un accordo politico con lo stesso, finalizzato alla sconfitta di Aiello al mantenimento della loro egemonia sulle decisioni amministrative»42, una volta compresa l’impossibilità di formare la “propria” giunta comunale attraverso la loro candidata Lisa Pisani.

Il decreto di scioglimento conserva i suoi effetti per un periodo da dodici a diciotto mesi prorogabili fino ad un massimo di ventiquattro mesi in casi eccezionali, dandone comunicazione alle commissioni parlamentari competenti, al fine di assicurare il buon andamento delle amministrazioni e il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati. Il decreto di scioglimento, con allegata la relazione del Ministro, è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. In: Camera.it

40 DPR 2 agosto 2018, ved. Relazione del prefetto, p.37 41 Ivi, p.6
42 Ivi, p.9

«L’accordo con il politico Moscato Giovanni, rappresentava il punto cardine della strategia dei fratelli Nicosia»43. Di conseguenza alcuni esponenti della criminalità organizzata della stidda in virtù di questo accordo hanno avuto la possibilità di influenzare le scelte di governo.

Due risultano essere i punti cardine del patto, i due settori più nevralgici per la città che hanno accresciuto i rapporti tra mafia locale e amministratori pubblici e quindi meritano un’attenzione maggiore: la gestione del mercato ortofrutticolo e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, oltre ai settori meno salienti quali compromissione di gare d’appalto, abuso nell’attribuzione di incarichi dirigenziali, gestione dei vouchers, falso ideologico in atto pubblico.

Il mercato ortofrutticolo è stato sempre considerato un settore delicato e di facile permeazione della criminalità organizzata allettata dal giro d’affari non indifferente che ruota attorno ad esso. Non a caso è stato un settore più volte protagonista di svariate inchieste44. Alla luce di ciò le varie amministrazioni susseguitesi avrebbero dovuto attuare iniziative volte a una sana gestione della struttura come controlli più stringenti e azioni di contrasto per impedire l’accesso alle organizzazioni mafiose. Invece come si evince dalla relazione della commissione si è potuto constatare che:

«La macchina comunale di controllo e gestione del mercato si è rivelata del tutto insufficiente a contrastare il sistema di interessi economici illeciti ad esso correlato e concreti elementi inducono a ritenere la presenza di taluni condizionamenti da parte della criminalità organizzata sulla gestione del Mercato e sulle attività commerciali e la sussistenza di inerzie, debolezze omissioni di vigilanza e controllo, incapacità di gestione della “macchina amministrativa” da parte degli organi politici che si sono rivelati idonei a beneficiare soggetti appartenenti alla criminalità organizzata»45

In sostanza sia le amministrazioni Nicosia, che, per linea di continuità, l’amministrazione Moscato sarebbero responsabili di gravissime omissioni nelle attività di controllo e nella gestione del mercato ortofrutticolo consentendo così una continua influenza negli interessi economici mercatali dei personaggi sopracitati affiliati alla stidda con cui avevano stretto l’oramai celeberrimo patto politico mafioso, nonché un’ assidua presenza fisica, solo in qualità di visitatori, all’interno dello stesso. Il condizionamento di questi esponenti della consorteria mafiosa si è palesato nella formazione dei prezzi dei prodotti e attraverso intimidazioni e minacce continue nei confronti dei membri della commissione giudicatrice che di fatto, ha paralizzato lo svolgimento della gara d’appalto per l’assegnazione di alcuni box all’interno del suddetto mercato. Il tutto con il lascia fare delle amministrazioni comunali che si sono susseguite negli ultimi anni.

Nonostante l’importanza che il mercato ortofrutticolo ha assunto nella vicenda, secondo gli inquirenti il vero fulcro di tutta l’inchiesta e quindi l’affare più importante per i Nicosia riguardava la spazzatura. Ci riferiamo nello specifico agli affari della Tek.r.a, la ditta che in quel periodo gestiva ai rifiuti solidi urbani. Continuando la lettura della relazione d’accesso emergono intercettazioni telefoniche che palesano quanto detto:

«Le conversazioni captate farebbero evincere “il rapporto di sudditanza che legherebbe da tempo Moscato all’ex sindaco Nicosia Giuseppe…” e la circostanza che l’eventuale avvento di Moscato avrebbe potuto favorire la stabilizzazione dei dipendenti della ditta TEK.R.A Srl, impresa che all’epoca gestiva il servizio rifiuti solidi urbani».46

«Al riguardo, si segnala la conversazione del 7 giugno 2016 (due giorni dopo il primo turno elettorale) fra l’allora candidato Sindaco Moscato – ammesso al ballottaggio – e un dipendente della TEK.R.A, che viene così rassicurato da Moscato: “tu gli puoi dire ai picciotti che in questo momento votare me non è tradire i Nicosia è solo stare tranquilli con la famiglia, punto e basta».

Dopo la TEK.R.A subentra una nuova ditta a cui viene affidata la gestione dei rifiuti: la EF Servizi Ecologici Srl. Anche questo affidamento non manca di controversie. Innanzitutto, emergono anomalie nella gara d’appalto, infatti l’aggiudicazione di questa era stata facilitata dal fatto che l’impresa risultava essere l’unica ammessa in gara. Altro elemento non indifferente è che l’amministratore unico della suddetta ditta di rifiuti è tale Vincenzo Guglielmino, tratto in arresto in quanto, secondo un’operazione48 svolta nella zona del catanese, ritenuto vicino ad elementi di spicco dei clan mafiosi Cappello e Laudani di Catania. Operazione che ha determinato, fra l’altro lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Trecastagni (CT).

Alla luce di quanto detto questo patto politico mafioso dagli inquirenti fu definito “scellerato”. «Perchè scellerata, ovviamente era la scelta di consegnare le chiavi della città alla mafia.»

Secondo il presidente della commissione regionale Antimafia in Sicilia, On. Claudio Fava, questo provvedimento:

«conferma quanto, già nei primissimi mesi dopo l’operazione Exit Pool, la Commissione antimafia dell’Ars aveva avuto modo di accertare e cioè che settori cospicui dell’economia Siciliana sono in mano alle cosche anche grazie alle pervasive ingerenze nella pubblica amministrazione».

«La storia del mercato di Vittoria sembra il paradigma della Sicilia delle occasioni perdute, il mercato ortofrutticolo più importante a sud di Napoli ha garantito condizioni di sviluppo fin quando ha iniziato a somigliare al

bottino di guerra delle organizzazioni criminali. Vittoria è diventata “una terra di nessuno e di tutti, di conquista mafiosa”. Abbiamo approvato questa relazione all’unanimità e non parliamo di passato ma di un presente che continua ad essere dolente».

3.2
Procedimento giudiziario: dall’inchiesta “Exit Pool” ai processi

In quest’ultimo capitolo saranno accennate le conseguenze giudiziarie in capo agli indagati derivate dall’inchiesta “Exit Pool”. Non si entrerà nel merito del procedimento giudiziario, quindi lungi dall’essere un’analisi giuridica dei processi e delle relative sentenze. Ci si limiterà a un racconto prettamente descrittivo delle conclusioni a cui si è arrivati finora e delle reazioni degli indagati e condannati, nonché dell’opinione pubblica.

Antecedente ai processi è stato il ricorso al Tar del Lazio sottoscritto dall’ ex sindaco, ex assessori e consiglieri, contro il Viminale per lo scioglimento del comune di Vittoria, poiché Moscato ha definito il decreto del Consiglio dei Ministri, controfirmato dal presidente della Repubblica Mattarella, “iniquo, illogico, contradditorio e in alcuni tratti addirittura paradossale”. Ma il Tar respinge il ricorso amministrativo proposto osservando che «i fatti che hanno condotto allo scioglimento del consiglio comunale di Vittoria, riportati correttamente negli atti prefettizi, costituivano un quadro indiziario più che sufficiente a condurrete tale decisione. Il provvedimento ha correttamente individuato i presupposti di fatto, di conseguenza lo scioglimento è legittimo».50

Da qui la convinzione da parte dell’ex sindaco e la sua giunta di essere vittime di un “complotto giudiziario”, convinzione che si è diffusa in gran parte dell’opinione pubblica. Infatti Moscato, nonostante le vicende incresciose che l’hanno colpito, gode sempre di grande sostegno da parte della cittadinanza

L’ex primo cittadino, infatti, denuncia come la Commissione d’indagine non abbia mai inviato al Ministro, al Tribunale di Catania ed a quello di Ragusa gli allegati alla sua relazione, circa 1500 pagine, che riguardavano l’attività di contrasto che il Comune di Vittoria aveva svolto nei confronti della criminalità organizzata. “Quando abbiamo depositato il ricorso al Tar – ha detto Moscato – e ci siamo costituiti al tribunale di Ragusa e quando ho potuto verificare i documenti inviati al Ministro, che era quello che doveva decidere, ho scoperto che i documenti da me inviati non erano mai stati inviati”. Conclude affermando con convinzione che la città di Vittoria doveva essere colpita a prescindere dal suo operato e che perciò lui e la sua giunta si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.51

La convinzione del “complotto” viene portata avanti anche dopo la sentenza del Tribunale di

Catania nell’ambito del processo “Exit Pool”. Dopo aver scelto il rito abbreviato, nonostante i legali
ne avessero chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, l’ex Sindaco Giovanni Moscato viene

condannato a un anno e 4 mesi per corruzione elettorale e alla sospensione dai pubblici uffici per due anni. Assolto invece l’ex assessore Francesco Cannizzo, dopo aver scelto anch’egli di essere giudicato con rito abbreviato.

Deciso invece il rinvio a giudizio per gli altri 8 imputati che hanno chiesto di essere giudicati con rito ordinario, tra cui il predecessore di Moscato, Giuseppe Nicosia, e il fratello di quest’ultimo, Fabio, all’epoca dei fatti consigliere comunale. Rinviati a giudizio anche Nadia Fiorellini, Vincenzo Gallo, Giombattista Puccio, Venerando Lauretta, Raffaele Di Pietro e Raffaele Giunta.

E’ tramite uno sfogo sul suo profilo Facebook che l’ex sindaco di Vittoria Giovanni Moscato commenta l’amara condanna. Si descrive come il protagonista di un vicolo cieco giudiziario poiché condannato per un atto obbligatorio. Infatti – racconta – fu costretto, nove giorni dopo il suo insediamento, «a firmare una proroga di un’ordinanza contingibile ed urgente per prorogare il servizio di raccolta dei rifiuti che scadeva proprio in quella data». Una scelta che, si difende Moscato nel suo post, «è stata obbligata, non c’erano alternative. Se non l’avessi fatto i rifiuti sarebbero rimasti per strada e nei cassonetti per settimane con la conseguente emergenza sanitaria».

Nonostante la condanna, continua la solidarietà della cittadinanza nei suoi confronti. Annientato dal punto di vista politico da questa inchiesta, Moscato può vantare ancora di un elevato sostegno morale di gran parte della popolazione vittoriese. Infatti, all’indomani dalla condanna molti si sono attivati sui Social Network con un gesto di cameratismo, condividendo immagini e post nei profili personali con lo slogan a lui dedicato: “Io so chi sei”.

Viene da chiedersi, se continuare a sostenere un condannato, nei confronti del quale sono stati accertati e confermati dagli inquirenti i legami con la mafia, sia un gesto d’ingenuità e ignoranza dell’importanza di una sentenza della magistratura italiana o se, cosa ancor più grave, si giustificano, accettano e si considerano ordinari questi tipi di legami a causa di una mentalità “mafiosa” insita nel substrato culturale.

Conclusioni e considerazioni finali

Il presente elaborato ha cercato di illustrare attraverso un’inziale excursus storico che il clientelismo politico, seppur in forme diverse, esiste dai tempi più remoti e continua a esistere sfociando nelle degenerazioni quali corruzione e voto di scambio. Degenerazioni che, di fatto, diventano ancora più gravi quando subentra la mafia. La mafia negli ultimi anni, possiamo affermare, che ha cambiato terreno di gioco: non è più interessata a sequestri e omicidi ma ha iniziato a sedersi al tavolo della politica.

Dai saggi di Marco Santoro, utilizzati come oggetto di studio di questo elaborato, emerge a tal proposito un’interpretazione “culturale” dell’universo mafioso. Grazie alla suddetta interpretazione si mettono in evidenza, nel frattempo, anche le specifiche dimensioni politiche. Per comprendere a pieno il fenomeno, secondo l’autore, bisogna portare alla luce i codici che strutturano da un lato il discorso sulla mafia – solitamente costruito anche nelle scienze sociali, come proiezione negativa della retorica liberal-democratica dello stato – dall’altro il discorso sulla mafia rappresentato dalla voce stessa dei mafiosi. Santoro spiega che è solo nella continua e irrisolta tensione fra questi due discorsi che la mafia può prendere forma e identità e si può dar vita a una “sociologia politico- culturale della mafia, che sia critica ma anche riflessiva. Diversamente da altri studiosi, che pongono la mafia prevalentemente nelle dimensioni economiche e criminali, la novità dagli studi di Santoro è considerare, per la prima volta, la mafia come “sistema culturale” e, insieme, “forma del politico”. E’ solo in questo modo che, secondo l’autore, possiamo sperare di penetrarne le radici più profonde e quindi le ragioni del suo radicamento e della sua sempre velata ambiguità.

L’obbiettivo della mafia è quello di infiltrarsi in tutti gli ambiti della società e diventare quindi parte integrante del sistema culturale. Quale modo è più efficace se non quello di “governare” indirettamente la suddetta società? Ciò è possibile farlo cercando di penetrare nel tessuto politico oltre che in quello sociale, infatti cercherà di diventare essenziale nella ricerca del consenso in modo tale da condizionare i risultati elettorali. Ciò si fa più evidente a livello locale, come è emerso nel caso specifico preso in analisi del comune siciliano di Vittoria. Il clan che riesce a garantire consenso ai candidati in gara sarà in futuro ricompensato con il controllo di settori nevralgici di un territorio quali: trasporti, sanità, appalti e assunzioni. Ma la relazione tra mafia e politica che si viene a creare è deleteria per il territorio, poiché l’amministrazione agirà in funzione della cosca invece che della cittadinanza come è successo nella cittadina di Vittoria. Considerata addirittura irredimibile, aggettivo che ha macchiato l’intera comunità che vi abita.

Ma la città di Vittoria è irredimibile? Sicuramente è una città difficile, con una storia spesso drammatica, che di recente ha conosciuto anche lo scioglimento per mafia, oggetto d’analisi di questa

tesi, ma non irrecuperabile, come è stata definita, così come interpretando l’art. 2752 della nostra Costituzione, nessun uomo è irrecuperabile grazie a una pena che sia rieducativa. Così anche Vittoria può essere rieducata e recuperata. In definitiva il malcostume e la delinquenza di pochi non posso etichettare un’intera collettività fatta, per la gran parte di persone oneste, laboriose e creative, che hanno saputo creare benessere e lavoro dalla loro terra, inventando dal nulla una delle più evolute agricolture d’Italia, con le primizie sotto serra e con l’unico vino DOCG da Roma in giù, il famoso “Cerasuolo di Vittoria”.

Le città toccate da questo incresciosi fatti soffrono e si attende sempre speranzosi la fine di questi periodi di oscurantismo, pagato a caro prezzo dalla cittadinanza. Ma queste città dalle macerie odierne causate da mafia, malaffare, malgoverno e delinquenza sapranno riscrivere una pagina nuova della loro storia. Ma bisogna imparare dagli errori. Servono amministratori onesti e competenti, con la memoria storica per non dimenticare gli avvenimenti degli ultimi anni gravi e pesanti ed essere così da monito per le generazioni future. Questo è un dovere morale dal quale i futuri amministratori non possono esimersi. Ci vuole tanta fatica, soprattutto considerando il contesto geografico culturale dei paesi del sud dove la mafia è presente per antonomasia.

Un ruolo incisivo per far si che ciò avvenga è riposto nei giovani. Essi devono avere la possibilità di sperare in un futuro migliore scevro da ogni condizionamento del malaffare. E’ soprattutto chi ha scelto di andar via dai paesi di provincia, per ottenere una formazione migliore che avrà il compito più importante. Tornare a casa con un bagaglio di conoscenze e competenze accresciuto e, perché no, con l’ambizione di poter diventare gli amministratori di domani, con un senso di legalità che deriva dall’aria nuova e pulita respirata fuori.

52 Art. 27 Cost.“La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.” In: Senato.it

Bibliografia di riferimento

BORROMETI Paolo, Un morto ogni tanto. La mia battaglia contro la mafia invisibile. Solferino, 2018
CACCAMO Giorgio, “La mafia a Ragusa. La provincia babba nel “cono d’ombra””, in: Diacronie. Studi di Storia Contemporanea. Dossier: Luoghi e non luoghi della Sicilia contemporanea: istituzioni, culture politiche e potere mafioso, N. 3 2|2010,

FERRARA Daniele, Quel morso in più, in Operaincerta, 12 Maggio 2010, n. 58, p.14
MASSARI Monica, Gli insediamenti mafiosi nelle aree non tradizionali, in: Nella rete criminale, Vol. XLIL, 1998, 18, pp. 5-27, p.17
PIATTONI Simona, Il clientelismo. L’Italia in prospettiva comparata. Carocci, Roma 2005 PIATTONI Simona, Le virtù del clientelismo. Una critica non convenzionale. Laterza, Roma-Bari 2007
SANTORO Marco, Riconoscere le mafie. Cosa sono, come funzionano, come si muovono. Il Mulino, Bologna 2015
SANTORO Marco, Corruzione politica e scienze sociali. Modelli e stereotipi (non solo) di casa nostra, in “Polis” n.3, pp. 483-503.
SANTORO Marco, Forme di capitale mafioso e risonanza culturale. Studio di un caso regionale e proposta di una strategia concettuale. In «Polis», 2017, XXXI, pp. 375 – 408

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