Processo Mafia a Scicli, Busso: “Mormina capo indiscusso”. Caponetti: “Busso coraggioso”

Seconda udienza al Tribunale di Ragusa del processo che ha preso le mosse dalla “Operazione Eco”, inchiesta condotta dai Carabinieri e che, stando all’accusa rappresentata dal Pm Valentina Sincero della dda di Catania avrebbe portato a sgominare a Scicli,  una organizzazione dedita a furti estorsioni e truffe. Sono undici gli imputati: con l’ex sindaco di Scicli, Franco Susino, Renzo Gazze’, Lorenzo Trovato, Giovanni Distefano, Bartolomeo Cannella, Vincenzo Tumino. Detenuti, Giovanni Mormina, Ugo Lutri e Giacomo Fidone, oltre a Ignazio e Franco Mormina quest’ultimo considerato a capo della organizzazione criminale. L’udienza del processo Eco, e’ iniziata con la richiesta del Pm, Valentina Sincero, di integrare gli atti processuali con cinque nuove trascrizioni ed il perito nominato e’Massimiliano Chiaramonte: 90 giorni di tempo per concludere le operazioni il cui inizio e’stato fissato  per il giorno 1 luglio. E poi la lunga escussione di Giuseppe Busso, amministratore unico della ditta Ecoseib, parte offesa nel processo. Aria pesante quella che si respirava a Scicli da ottobre del 2010, periodo in cui Busso subentro’in un appalto affidato ad altri, in ragione di un ricorso accolto. E poi le pressioni da parte di Franco Mormina che dalla testimonianza di Busso appare un capo indiscusso a Scicli.

“I problemi sono iniziati prima ancora di aprire il cantiere” ha detto Busso, rispondendo al Pm. Mormina chiese di parlargli e si qualifico’ come persona in grado di intercedere al Comune di Scicli per favorire l’azienda. “Mi disse che non aveva mai lavorato e io gli risposi che pago solo chi lavora”. Busso ha poi raccontato delle minacce, delle intimidazioni, dei proiettili calibro 7,65 fatti trovare nel cantiere e anche delle pressioni, dei furti contro la sua azienda da quando ha iniziato a lavorare a Scicli. Secondo Busso, non sarebbe stato gradito da Franco Mormina, il fatto la ditta avesse un suo capo cantiere e che questo capo non fosse lui. Gli atti criminosi sarebbero iniziati qualche mese dopo l’avvio del cantiere. ‘Mi cercavano anche aumenti di livello e a mio ‘no’ il giorno dopo succedeva qualcosa”.

Ed il suo capocantiere di fiducia alla fine, secondo il titolare della ditta Ecoseib, non resse alla pressione ed alla fine si licenzio’. Nelle ricostruzioni, anche il trasferimento del deposito dei mezzi in un terreno di Mormina. ‘Scelta obbligata’, per Busso, suggerita dallo stesso Mormina: finirono i furti ma erano notevoli gli ammanchi di carburante: una spesa di 8-12 euro in piu’ al mese.

La difesa di Franco Mormina (avvocati Occhipinti e Tringali) ha cercato di smontare le pressioni che il Mormina avrebbe attuato sulla ditta per nuove assunzioni e per il trasferimento del deposito mezzi (citata anche una nota della Cgil ).

La difesa del sindaco Susino (avvocati Passanisi e Cesare Borrometi) ha insistito sulla trasformazione dei contratti di Mormina e di altri 3 imputati. Secondo loro, la trasformazione del contratto a tempo indeterminato avvenne nel 2010 (a firma del dirigente del settore) quando il sindaco non era Susino e con il subentro di Susino l’amministrazione comunale contesto’queste assunzioni. Il collegio difensivo si e’riservato di produrre i documenti. Udienza aggiornata al 23 ottobre

IL PRESIDENTE DELL’ANTIRACKET DI GELA, RENZO CAPONETTI, ASSISTE BUSSO

Renzo CaponettiGiuseppe Busso,  titolare della ditta Ecoseib, parte offesa e che si è costituita parte civile. Ad accompagnare Busso, il dirigente della federazione nazionale antiracket Renzo Caponetti. “Sono 156 gli imprenditori accompagnati ala denuncia – spiega Caponetti prima dell’udienza – e sono qui per fare sentire a Giuseppe Busso che non è solo. Grazie anche alle sue coraggiose denunce ci sono stati questi arresti eccellenti. Ha collaborato alla grande, facendosi anche mettere dei microfoni. Non bisogna temere di denunciare”. La ditta di Giuseppe Busso che processualmente è parte lesa ed è stata ammessa tra le parti civili, è stata raggiunta dalla interdittiva prefettizia antimafia. Il Consiglio di Stato a febbraio dello scorso anno ha chiarito che è l’interdittiva costituisce il blocco del tentativo di ingerenza della criminalità organizzata nella attivita’ imprenditoriale. Di fatto la ditta pur parte lesa non può avere rapporti con la pubblica amministrazione. 

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