«QUANNU LI PAROLI NUN FÍGGHIANU PAROLI»: LE RAGIONI DEL DIALETTO

«Un populu / diventa poviru e servu, / quannu ci arrobbanu ‘a lingua / adduttata di li patri: / è persu pi sempri. / Diventa poviru e servu, / quannu i paroli non fìgghianu paroli / e si mangianu tra d’iddi. / Mi n’addugnu ora, / mentri accordu ‘a chitarra du dialettu / ca perdi ‘na corda lu jornu».
Così negli anni Settanta lamentava l’inesorabile agonia del dialetto Ignazio Buttitta (Bagheria, 1899-1997), il più grande poeta siciliano contemporaneo, «poeta dai sette spiriti e dai sette estri», come ebbe a definirlo lo scrittore bolognese Roberto Roversi (1923-2012).
Paragonato al cantore medievale Jacopone da Todi e da Sciascia al cileno Pablo Neruda (con una netta superiorità, però, di Buttitta rispetto allo stesso Neruda, a parere anche di Pier Paolo Pasolini), assurse a fama internazionale con il celeberrimo «Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali» (dal latinista Concetto Marchesi accostato al lamento di Orlando della «Chanson de Roland»), interpretato dall’indimenticabile cantastorie Cicciu Busacca.
Tuttavia il timore liricamente espresso da Ignazio Buttitta, circa la scomparsa del dialetto, appare in un certo senso ingiustificato, se è vero che i dati di un’inchiesta Doxa, proprio in quegli stessi anni, consentivano di affermare che più della metà degli italiani (percentuale che saliva ai due terzi nel Meridione e ai tre quarti addirittura per le «classi sociali inferiori») parlava solitamente «con tutti i familiari in dialetto», mentre «fuori di casa» parlava solitamente in dialetto quasi il 30 per cento degli italiani.
A distanza di alcuni decenni da quell’inchiesta non c’è dubbio che queste percentuali sono da rivedere un po’ al ribasso, ma è altrettanto indubbio che questo doppio binario linguistico persiste ancora in misura abbastanza rilevante.
E ciò è vero al punto che gli studiosi di didattica dell’italiano asseriscono che la scuola dovrebbe impegnarsi il più possibile per assecondare questa tendenza ormai consolidata a un vero e proprio «bilinguismo sociale» generalizzato.
Si dovrebbe, cioè, fare del dialetto un oggetto di studio scolastico, non però come se fosse un relitto da museo, bensì come ricerca d’ambiente: una ricerca storica, letteraria, culturale e antropologica, fatta e vista attraverso il dialetto e attraverso la vastissima produzione “popolare” da esso prodotta e veicolata da tempo immemorabile.
Il timore di Ignazio Buttitta, peraltro, era stato già manifestato un secolo prima, all’indomani dell’unità d’Italia, da studiosi («demopsicologi», come essi stessi amavano definirsi) del calibro di Pitrè, Salomone Marino, Vigo, Avolio, Serafino Amabile Guastella.
Anzi, la «demologia», vale a dire la disciplina che studia le tradizioni folcloristiche, era nata proprio con lo Stato unitario ed era stata condizionata e guidata dalla nostalgia del passato e dalla paura del presente/futuro circa il destino del dialetto siciliano.
Un dialetto che fino a tutto il Quattrocento era stata la lingua usata nella nostra isola anche negli atti ufficiali di governo e che per secoli era stato considerato, dagli intellettuali di Sicilia affetti da quello che qualche studioso definisce «nazionalismo linguistico siciliano», una lingua da contrapporre a pieno titolo al toscano (cioè, l’italiano).
«Un grandi affettu – aveva scritto già nel lontano Cinquecento il poeta Antonio Veneziano da Monreale nella presentazione dei suoi versi d’amore per Celia – non si basta megghiu esplicari ch’in linguaggiu maternu».
Ma già verso la fine del Settecento il dialetto siciliano si era avviato a diventare un «vernacolo» fra i tanti della penisola, cioè un linguaggio subculturale.
«Quel giorno io era di servizio in via Gazòmitro, la quale, dopo averla pedinata per un po’, su e giù, mi avevo posto di piantagione sotto un fanale».
A questa battuta dei Civitoti in pretura di Nino Martoglio il pubblico rideva fragorosamente. A questa, come alle migliaia di battute contenute nel «D’Artagnan» – giornale «serio-umoristico illustrato» diretto e quasi interamente scritto da Nino Martoglio dal 1889 al 1904 – e nelle numerose opere del prolifico autore catanese.
Il pubblico che rideva – e ride ancora oggi -, un pubblico dialettofono (o siculofono) che ha una conoscenza passiva della lingua italiana (la capisce, ma non la parla), non ride della lingua italiana ma del suo uso esageratamente scorretto.
L’unità d’Italia era stata realizzata da un bel po’, ed ormai era comunemente accettata la lingua unitaria, cioè l’italiano: il dialetto poteva essere tutt’al più, come in effetti fu nelle mani geniali di Martoglio, fonte di irresistibile comicità. A Martoglio, a questo proposito, il Capuana scrisse nel 1907: «Lei è stato il primo tra noi a sfatare l’orgoglioso pregiudizio che il dialetto siciliano non sia dialetto ma lingua».
Un altro grande, Luigi Pirandello, due anni dopo, nel 1909, scriveva un articolo molto aspro sul teatro siciliano dialettale, che in quegli anni proprio con Martoglio si affermava in modo travolgente, grazie ad attori quali Giovanni Grasso, Mimì Aguglia e Angelo Musco.
Eppure, qualche anno dopo, nel 1916, Pirandello scrisse «Liolà», commedia interpretata da Angelo Musco, in manifesta contraddizione con quanto affermato alcuni anni prima. Al figlio Stefano, prigioniero in un campo tedesco, scriveva: «Liolà è venuto proprio bene. E’ stata la mia villeggiatura. Di fatti si svolge in campagna. Mi pare di averti già detto che vivrà a lungo». A «Liolà» seguirono poi altre commedie in dialetto.
Cosa spinge un poeta a usare il dialetto?
«Le motivazioni – scriveva il critico letterario Salvatore Guglielmino – che spingono un poeta a usare il dialetto, ad imboccare cioè una direzione centrifuga rispetto alla lingua nazionale, possono essere molteplici, ma c’è sempre alla base una insoddisfazione nei riguardi della lingua italiana, aristocratica e limitata nei registri espressivi».
Così, le poesie in friulano di Pier Paolo Pasolini nascevano dal bisogno di usare una lingua vergine e istintiva, capace di dar voce al fondo più autentico dell’io, per rappresentare un mondo di natura non contaminato ancora dalla storia, in una specie di regressione nell’infanzia.
Ma l’uso del dialetto può anche significare una forma di opposizione nei confronti del sistema letterario della classe egemone, dei suoi valori e dei suoi miti.
Dopo il 1860 il dialetto era stato considerato dalla pedagogia dell’epoca come deviazione e incultura, e poi il fascismo procedette all’italianizzazione linguistica della Sicilia riducendo la nostra terra all’immagine folcloristica di “Ciuri, ciuri”. Così il dialetto veniva svuotato di ogni espressione che fosse controcorrente, in quanto esso era visto, come ha affermato il linguista Tullio De Mauro, «come malerba che la scuola doveva provvedere a sradicare».
La poesia di Ignazio Buttitta, in fondo, nasceva da tutto questo. Fiero oppositore del regime fascista, interprete della sofferenza dei contadini della sua terra, Buttitta apparteneva, come ebbe a definirlo in uno dei suoi «Scritti corsari» Pier Paolo Pasolini, «a quel mondo in cui si parlava il dialetto, e ora non lo si parla che con vergogna, dove si voleva la rivoluzione, e ora la si è dimenticata, dove vigeva comunque una grazia (e una violenza) da cui ora si abiura».
Anche se una conclusione così del nostro discorso rischia di far piombare il dialetto in quel “museo” nel quale, invece, non dobbiamo mai permettere che entri.
Al fine di evitare questo, perché non proporre alle scuole cittadine – come abbiamo avuto modo di suggerire recentemente – corsi dedicati al patrimonio linguistico, storico, letterario e culturale della Sicilia? Si tenga presente che l’UNESCO ha proclamato il dialetto siciliano, assieme ad altra parlate del mondo, Patrimonio dell’umanità.
E che la Legge Regionale del 18-5-2011 ha inteso introdurre lo studio del patrimonio linguistico e storico della Sicilia nei programmi scolastici.
#Storico, #Studioso di lingua e #letteraturagreca e #letteraturalatina, #storiamedievale e autore di saggi e libri di rilievo nazionale.

(di Francesco Ereddia)

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