Quattro croci davanti casa: la mafia minaccia ancora Valeria Grasso

Quattro croci disegnate con il pennarello nero su un muro. L’incubo che ritorna. E la paura, o peggio la consapevolezza, di essere stati lasciati soli.

“Io non chiedo nulla”, dice all’AGI Valeria Grasso, testimone di giustizia costretta a lungo ad una vita da ‘fantasma’: “Mi aspetto solo protezione. Per me e per i miei figli”.
 Sei anni fa la ribellione a chi voleva imporle il “pizzo” e la testimonianza che avrebbe portato in carcere esponenti di spicco del clan Madonia; due settimane fa le nuove inquietanti minacce di morte. Portate stavolta fino quasi alla soglia della sua casa romana. 

Il secondo ‘avvertimento’

“Ero tornata tardi, poco prima di mezzanotte. Tutto tranquillo – racconta l’imprenditrice palermitana – Ma la mattina dopo, appena aperta la porta d’ingresso, sul muro di fronte – il mio appartamento è l’ultimo del terzo piano di un palazzo – ho visto le croci, una più grande in mezzo e le altre tre più piccole sotto. Quattro in tutto e per tutto identiche a quelle che mi fecero trovare sulla vetrata della mia palestra a Palermo: per me e per i miei tre figli”.

“Ho subito chiamato il mio capo tutela, che è salito di corsa: non posso dimenticare la sua faccia perplessa, il suo ‘eh no’ detto scuotendo la testa, ‘è proprio una brutta cosa’. Nel giro di pochi minuti il ballatoio si è riempito di carabinieri, tutti visibilmente preoccupati. Ma da quando ho formalizzato la denuncia in caserma, non ho saputo più niente, e non ho visto crescere il livello della mia tutela (il quarto, quello che dà diritto ad un’auto non blindata e ad un solo agente, ndr). Nonostante qualcuno sia arrivato indisturbato davanti alla mia porta di casa. E nonostante non sia il primo ‘avvertimento’ che ricevo qui a Roma”.
“L’anno scorso, più o meno nello stesso periodo – racconta infatti Grasso – mi fecero trovare un sacchetto appeso al ramo di un albero con dentro un piccione morto. L’albero si trova fuori al ristorante del mio compagno. E sta accanto al tavolo dove di solito siedo quando mangio lì. I carabinieri anche allora mi spiegarono che nel linguaggio della mafia si tratta di una chiara minaccia di morte. Ma anche allora non cambio’ niente”.

Sarebbe cambiato, in effetti, ma in peggio, solo qualche mese più tardi. In novembre. Quando la tutela da un giorno all’altro le venne addirittura revocata. Alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne e poche settimane dopo essere stata tra i premiati della quinta edizione di ‘Women for Women against violence’”. 

Un’anomalia sanata nel giro di pochi giorni, con ‘la rimodulazione del dispositivo di tutela da assicurarsi su tutto il territorio nazionale’, ma l’amarezza per lei – che si sente ‘donna dello Stato’ e non vittima di Cosa nostra – fu tanta. E mai completamente smaltita. Come dimostra il ‘grazie’ al ministro Lamorgese, al prefetto, all’Arma, capaci di accogliere tempestivamente il suo appello, e la denuncia dell’”assordante silenzio della politica”.

(AGI)

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