Dopo Riina ancora la Cassazione : “valutare lo stop al 41 bis per Giuseppe Farinella, boss 90enne malato”

E’ un tema “rilevante” quello della “possibile incidenza delle condizioni di salute, unite all’eta’ particolarmente avanzata, sulla complessiva legittimita’ della proroga del regime differenziato” di carcere duro, previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, “sia in punto di divieto di realizzazione di un trattamento inumano o degradante” che “in tema di analisi della condizione attuale di pericolosita’ del recluso in rapporto alla necessaria inibizione di contatti potenzialmente criminogeni”.

A sottolinearlo e’ la prima sezione penale della Cassazione, che, poche settimane dopo la sentenza sulla richiesta di differimento pena per motivi di salute di Toto’ Riina, torna ad affrontare un argomento simile, riguardante la proroga del 41bis per Giuseppe Farinella, oggi 92enne, condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del 1992, quando era a capo del mandamento di Cosa nostra di Ganci-San Mauro Castelverde.

Il tribunale di sorveglianza di Roma, lo scorso anno, ha respinto il reclamo proposto da Farinella contro il decreto ministeriale di proroga del regime di carcere duro, a cui il boss e’ sottoposto da oltre 20 anni: il giudice romano aveva evidenziato che le patologie non fossero incisive “sullo stato mentale e sulle capacita’ cognitive” del detenuto e la “presenza del permanente pericolo di contatti con l’ente criminale di appartenenza”, ma la Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, ha annullato la decisione della sorveglianza, disponendo un nuovo esame del caso. “La finalita’ primaria della pena, prevista in Costituzione, resta quella rieducativa, almeno in termini di aspirazione – scrivono i giudici di ‘Palazzaccio’ – ed in tale ambito vi e’ espresso divieto di infliggere al condannato trattamenti contrari al senso di umanita’”. Tale divieto, si legge nella sentenza, “e’ previsto e rafforzato da strumenti giuridici sovranazionali, quali la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Dunque, “li’ dove risulti sussistente un ‘rischio’ di concretizzazione di trattamento inumano o degradante spetta all’autorita’ giurisdizionale effettuare la verifica di tale aspetto e se, come nella situazione in esame, la procedura riguardi una modalita’ di attuazione del trattamento carcerario incidente sulla ‘legalita’ complessiva’ della detenzione, e’ compito del giudice – scrive la Suprema Corte – verificare la sussistenza o meno di un nesso causale tra la proroga del regime differenziato e l’aggravamento delle condizioni di vita del soggetto. Ove si arrivi alla conclusione dell’esistenza di tale incidenza, anche in termini di ‘concausa’ di un trattamento che si configuri come inumano o degradante, e’ da ritenersi necessaria la rimozione del regime differenziato, ferma restando, la protrazione del regime detentivo ordinario”.

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