Severino Santiapichi, una vita fra diritto e cultura. Ed il racconto del Processo Moro

severino santiapichi“Una cosa dobbiamo imparare: che dire di non conoscere un aspetto, non vuol dire che ci sia un mistero”. Un uomo, un giudice, uno studioso, un pensatore. Severino Santiapichi, in poche parole, è una di quelle persone le cui orme sono così profonde che, difficilmente, potranno essere cancellate. Anzi, è uno di quelle figure che dovrebbero essere conosciute dai più giovani, affinchè la società abbia cerniere fra le diverse generazioni e mai fratture. “I giovani di oggi sono preparati e ben istruiti. Possono tranquillamente diventare come e più di noi”. L’umiltà ed il coraggio nell’incoraggiare le nuove generazioni, è un’insolita novità per uomini della sua età, ma non per lui. Il giudice Santiapichi, dopo aver festeggiato le “nozze d’oro” con la magistratura, oggi è procuratore ad honorem della Suprema Corte di Cassazione, baciato dal sole di Scicli e da quello Somalo (dove ha ricoperto per sette anni la carica di vice presidente della Corte Suprema). Venti anni di presidenza della Corte d’Assise di Roma, 32 ergastoli nel processo “Moro”, la condanna, sempre all’ergastolo, del terrorista turco Ali Ağca, nel processo per il tentato omicidio perpetrato contro il Papa Giovanni Paolo II. Dissacrante ed ironico, oltre che coraggioso nel definire il ruolo del giudice, sfruttando la licenza poetica di un suo romanzo, con “l’assillo del sarto che prima di cucire un paio di pantaloni, voleva sapere dai clienti dove portavano i coglioni, se sulla destra o sulla sinistra. Questo impicciarsi dei coglioni degli altri, è il mestiere del giudice”. Sino a recuperare non tanto istituzionalità, quanto attaccamento al ruolo, quando afferma che “il giudice deve mantener fede alla sua distanza, dal processo e dai processati”. Racconta che la prima toga venne appoggiata dalle sue spalle da un “battezzante” d’eccezione, Enrico De Nicola. La sua passione per la scrittura, la acquisisce per provare l’esperienza della “testimonianza”, lui che è stato sempre dall’altra parte. “A volte scrivo per farmi compagnia, per dare testimonianza. Perché anche da giudici, siamo sempre testimoni”. Sorrisi e paura, testimonianze “drammatiche” e “divertenti”. Dal racconto dei tanti problemi che arrecò per i giudici il Processo Moro, come quello del pranzo della Corte. “Si trattava di un problema di ordine pubblico. In un primo momento – racconta – scelsero di farci andare a mangiare nel circolo dei sottoufficiali di Polizia. Ma ci andammo il primo giorno e non ci vollero. Le signore non ci vollero per paura di un attentato; e pensare che stavamo facendo un processo dove le forze dell’ordine erano parte civile. Così facemmo un patto col Carcere, per i pasti ma costatammo di persona che fosse impossibile mangiare. Ed allora finimmo a mangiare, ben dodici persone e per otto mesi, all’autoparco della Polizia”. Dal sorriso amaro, al ricordo della prima notte del maxi processo. severino santiapichi 3“Dormì all’interno della sagrestia di una Chiesa, perché nessuno voleva ospitare una persona “sotto il mirino delle Br”. Eppure, un altro aneddoto particolare, Santiapichi ce lo riserva: “Giocammo la schedina prima della Camera di Consiglio. Poi sentimmo in televisione di aver vinto. Eravamo contentissimi, pensando di aver vinto chissà quale somma e ci dimenticammo, invece, che avevamo giocato in quattro e quindi vincemmo “quattro soldi”, che ci permisero, soltanto, di andare a farci un buon pranzo”. Fra le sue parole, si può apprezzare l’amore per la vita intrapresa e vissuta, fino a toccare temi particolarmente sensibili, come le motivazioni per le quali ancora oggi non si dia al condannato che paga il proprio debito con la giustizia, la riabilitazione completa, come dovrebbe essere secondo i dettami costituzionali. “Il dolore di una madre o di un padre che perde una figlia, non si sazia con la pena inflitta al condannato. Quindi il cammino da percorrere per arrivare all’assimilazione del principio costituzionale della pena, come emenda e non solo come castigo, è lungo”. È lo stesso giudice Santiapichi a “volare alto” ed a non entrare nella polemica di questi giorni sulla presenza di Adriana Faranda a Modica, in occasione della mostra “Curve di transizione”. Il Santiapichi “sociologo” ci lascia capire come, probabilmente, andrebbe finalmente chiuso un capitolo drammatico della storia italiana. “L’incidenza non solo delle Brigate Rosse, ma più in generale del terrorismo nella vita italiana, è stata enorme. Tale incidenza non è stata ancora completamente maturata – spiega Santiapichi -, sicché si capiscono gli atteggiamenti di chiusura di molta gente. Bisogna tener conto di tante cose, ci sono momenti nei quali la società è in pericolo. A questo punto, bisogna ragionare se chiudere un momento tragico della vita del Paese o non chiuderlo. Ma queste sono scelte politiche e culturali, che non spettano al giudice”. Eppure il presidente Santiapichi ha dimostrato più volte di avvicinarsi a persone che avevano espiato la pena, come Adriana Faranda, senza nuovi pregiudizi. Probabilmente perché conosce bene il principio (“ne bis in idem”) per il quale nessuno può essere processato (e quindi eventualmente condannato) più di una volta, per il medesimo fatto. Nel 2006 in occasione della pubblicazione del libro “Il volo della farfalla”, di Adriana Faranda, Santiapichi realizzò una recensione attenta dello scritto, affrontando già allora polemiche nell’opinione pubblica. “Adriana Faranda, è noto, faceva parte (e che parte!) – scriveva – delle Brigate rosse, dove ha occupato una posizione di primissimo piano, soprattutto come donna. Nel corso del sequestro Moro assunse, con Morucci, un atteggiamento diverso da quello che condusse all’uccisione dello statista. Fu espulsa e tentò l’avvio di un gruppo armato dissidente, subì e scontò una dura condanna”. Da qui, il racconto affascinante nelle parole del presidente Santiapichi, ritorna proprio sul Processo Moro ed alla “inusuale” nomina dello stesso giudice a presidente della Corte d’Assise di Roma. “Un giudice non può essere spostato senza la sua volontà, io venni spostato senza la mia volontà. Durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro, io ero presidente della nona sezione della Corte d’Assise, che si occupava dei processi per direttissima. In quel periodo fu nominato un nuovo presidente, in previsione del processo Moro. Così venni mandato a presiedere la Corte d’Assise di Roma, senza aver mai fatto domanda. Non potevo non accettare – racconta -, perché se non avessi accettato, tale decisione sarebbe stata interpretata come vigliaccheria”. Non un periodo facile, anzi anni che lo segneranno profondamente. “Sono stati anni d’inferno, per vent’anni non ho avuto la minima libertà, non ho conosciuto nessuno svago. Niente. Eppure non servo rancore per nessuno”. Momenti difficili, che il giudice Severino Santiapichi, rilegge attentamente. “Nel processo Moro i guai cominciarono sin dall’individuazione del luogo, dove celebrare il processo. Bisognava far vedere che lo Stato fosse in grado di svolgere il processo secondo le sue regole. Io le regole le ho date e le ho rispettate – commenta -, una per una. Il primo giorno dell’udienza fu terribile, perché le Br cercarono di far loro il processo e noi, come Corte, prendemmo la decisione di espellerli dall’aula. Ed è qui che ci fu il momento cruciale del processo, per decidere chi comandasse. Le Br ci fecero sapere che, se li avessimo fatti rientrare in aula, ci avrebbero detto dove fossero le fotocopie, neanche gli originali, dell’interrogatorio di Moro. L’avvocato Ascari, che era un grande uomo che passò per i campi di concentramento, si oppose e come Corte decidemmo di non accettare ciò che ci proponevano. In questo momento – conclude – dimostrammo che il processo lo facesse lo Stato e non loro”. Prima dei saluti conclusivi, ci “scappa” una sincera frase, che “siano giudici come Santiapichi, a fare la storia positiva del nostro Paese”. Ma la risposta è ferma. “I giudici della mia generazione, lo sanno da tempo, dal dibattito con Croce, che non faranno la storia. La nostra verità si ha secondo canali costituzionali. Non abbiamo libertà di ricerca, non dobbiamo averne. È il nostro difetto ed il nostro pregio. Ci sono sempre, in casi gravissimi come quello Moro, sfaccettature ed angolazioni delle quali è possibile guardare e poi riguardare ulteriormente negli eventi. Ma la storia no, la lasciamo ad altri”.

Santiapichi e le dichiarazioni “integrali” sul Processo Moro

“Ricordo le grandi difficoltà, dovevamo formare la Giuria popolare, ma la gente aveva paura. Così il Governo ci venne in aiuto, aggiornando le tariffe dei compensi, portandola ad una cifra decente. Ciò ci permise di formare la Giuria. Organizzammo il Maxi processo, con udienze tutti giorni, mattina e pomeriggio con la sola esclusione della domenica, per otto mesi. La Camera di consiglio durò più o meno otto giorni. Mi piace dare un merito importante alle donne. Questo processo, infatti, si poté fare perché ci furono le donne che, nel caso specifico, furono più coraggiose degli uomini.

“Il sequestro Moro fu un dramma enorme della società italiana, che la segnò per sempre. Forse anche una devianza, dalle conseguenze che probabilmente ancora oggi non siamo in grado idi valutare, di quello che era il tracciato della politica italiana. Moro era un politico ed agì da politico anche all’interno di quel metro quadrato che aveva a disposizione durante il sequestro. Nelle lettere si vede questo lavorio politico. Moro aveva ottenuto un risultato straordinario, ovvero il cento per cento dei carcerieri di Moro si erano convinti della necessità di liberarlo. L’uccisione di Moro fu dovuta ad un intervento della direzione strategica delle Br. Il presidente della Dc con le sue lettere agì sulla politica italiana, sollecitò interventi, alcuni condivisibile, altri meno e determinò prese di posizione di irrigidimento. In definitiva un agnello sacrificale, non sacrificato dallo Stato, ma fu ucciso da chi poi si accorse che quell’uccisione fu il loro suicidio. Un evento di queste genere, lascia sempre strascichi”.

La sentenza 

La sentenza era una sentenza dovuta. Si dimentica un aspetto che non è formale ma sostanziale, quella era l’epoca del contro processo. Io personalmente ho cercato anche allora di sapere che scopo avesse, di che si nutrisse, il contro processo. Leggendo gli interrogatori di Sofri, di Moro, a prima vista si poteva pensare che questo contro processo si sostanziasse nella ricerca di elementi probatori. Poi se vede come sono finiti “a coda di topo” gli interrogatori di molti, ci si accorge che non si cercavano elementi probatori, ma si arrivava ad un pugno di fango gettato in faccia a questo o a quello.

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Nato a Ragusa il Primo febbraio del 1983 ma orgogliosamente Modicano! Studia al Liceo Classico "Tommaso Campailla" di Modica prima, per poi laurearsi in Giurisprudenza. Tre grandi passioni: Affetti, Scrittura e Giornalismo. "Il 29 marzo del 2009, con una emozione che mai dimenticherò, pubblico il mio primo romanzo: “Ti amo 1 in più dell’infinito…”. A fine 2012, il 22 dicembre, ho pubblicato il mio secondo libro: "Passaggio a Sud Est". Mentre il 27 gennaio ho l’immenso piacere di presentare all’Auditorium “Pietro Floridia” di Modica, il mio terzo lavoro: “Blu Maya”. Oggi collaboro con: l'Agenzia Giornalistica "AGI" ed altre testate giornalistiche".

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