VITTORIA, NATALE DELL’OTTOCENTONOVE: QUEL NEONATO DI NOME LABRIOLA (Seconda parte)  

      « Carolus, utriusque Siciliae Rex, Hisp. Infans, etc. 

   «In qualunque ben regolato governo non vi è male, che più contraddica e distrugga i principii dell’intrinseca sua coesione, quanto la perniciosa libertà, che si arrogassero i cittadini di potere a lor capriccio formare unioni e congiungersi  in società segrete. Per questi riguardi, anni or sono ebbe passato da noi un certo clandestino instituto di una nuova società, nata da’ “Liberi Muratori” o “Francs Maçons”. Quindi per ovviare ad un male significante e dannevole di una Società troppo sospetta per la profondità del Segreto, la proibiamo assolutamente ne’ nostri Dominj, sotto la pena di dover essere i “Liberi Muratori” puniti come perturbatori della pubblica tranquillità e come rei di violati dritti della Nostra Sovranità». 

   «Napoli, 10 luglio 1751».

   Nel 1751  il  re  Carlo di Borbone scagliava i suoi fulmini di condanna della “Libera Muratorìa”, dopo che nel 1738 papa Clemente XII aveva scagliato quelli della scomunica.

   Nel 1717, infatti, Anthony Sayer aveva fatto risorgere a Londra la mitica Fenice, simbolo dei sacri muratori, costruttori nell’antico Egitto di piramidi e templi: secondo la leggenda, essi avevano tramandato, nel segreto delle cripte, le tecnologie del loro mestiere attraverso complessi rituali di iniziazione. Nasceva così la “Massoneria speculativa”: era il 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista, protettore del risorto Ordine così come lo era stato di ordini cavallereschi  quali, ad es., quello dei Templari e dei Cavalieri di Malta.

   Gli ideali fondamentali di questa rinnovata società segreta erano la lotta all’ignoranza e al fanatismo religioso e l’aspirazione a una umanità nuova fondata sulla fraternità, l’uguaglianza e il perfezionamento morale. Ideali, questi, che secondo questi ‘fratelli’ erano contrastati da  «Principato e Sacerdozio», cioè dal binomio Trono/Altare o, se si preferisce, dal potere monarchico e da quello pontificio.

   Si entrava nell’ordine attraverso un suggestivo rituale, nel corso del quale l’adepto bendato, vestito di un sacco e con una corda al collo veniva condotto verso la “Vera Luce”, simbolicamente rappresentata dalle candele accese. Altro simbolo, centrale nella filosofia massonica, era il “Tempio di Gerusalemme o di Salomone”, emblema di libertà e giustizia: ricostruire il Tempio significava ricostituire l’età dell’oro, delle leggi della natura, dell’infanzia felice dell’umanità. Ecco  perché compassi, squadre, scalpelli, cazzuole, livelle e grembiuli da muratori erano anch’essi simboli di questa “ricostruzione del Tempio” cui l’uomo giusto doveva mirare. Per questa ragione la massoneria era anche chiamata “Libera Muratorìa”: il termine ‘massoneria’ deriva dall’inglese ‘mason’, “muratore”.

   A Vittoria sono inconfutabilmente presenti i segni di questo spirito “settario” – con tutto il suo inevitabile apparato di misticismo e ritualità suggestiva – a partire, si può ben dire,  dai primi della

Sua fondazione (1607).

   Risaliva al 1644, infatti, l’istituzione di una «Congregazione Secreta de’ 33 ad honore della Passione e cinque piaghe di Nostro Signore e della beatissima Vergine addolorata», fondata da padre Luigi La Nuza della Compagnia di Gesù nella chiesa Madre della città. Il rituale di iniziazione di ogni ‘fratello’ o ‘novizio’ – come risulta dalla “Regola” della Confraternita – prevedeva che l’adepto, spogliato delle vesti,  con un libàno o corda al collo, vestito di un sacco e incappucciato, veniva condotto in presenza del Maestro, presso un altare e dinanzi a delle candele accese, e là era invitato «a respingere le tenebre», «ad accogliere la luce» e a far sì che «i prìncipi delle tenebre si dileguino e tremino e fuggano terrorizzati». Le affinità con il rituale massonico di iniziazione degli adepti sono evidentissime.

   Questa «Congregazione Secreta de’ 33» era, molto probabilmente, una filiazione o meglio un frutto dell’evoluzione secentesca dell’«Ordine dei Cavalieri di Malta», chiamato anche «Sacra Religione Gerosolimitana»  o  anche  «Ordine di S. Giovanni». I cavalieri giovanniti o gerosolimitani avevano come patrono S. Giovanni Battista e come simbolo una croce bianca ottagona (le otto punte simboleggiavano le otto beatitudini del Discorso della Montagna). La croce e il santo protettore erano già stati appannaggio dei Templari.

   Molto probabilmente l’Ordine dei Cavalieri di Malta, con la sua potente organizzazione e i suoi ingegneri, tecnici, contabili e operai specializzati, aveva dato un notevolissimo contributo all’edificazione della nuova città di Vittoria e, in primo luogo, alla costruzione della chiesa di S. Giovanni Battista. Non può essere una semplice coincidenza, peraltro, che il fratello della fondatrice contessa Vittoria Colonna, il cardinale Ascanio Colonna, detenesse il Priorato di Venezia dell’Ordine gerosolimitano, carica condivisa con il nipote Fabrizio Colonna, figlio della sorella Costanza, marchesa di Caravaggio, protettrice del celebre pittore Michelangelo Merisi che da lei prese il nome d’arte.

   Sede della «Congregazione Secreta de’ 33» era la nuova chiesa di S. Giovanni Battista (quella vecchia essendo andata distrutta nel terremoto del 1693), costruita nei primi del Settecento e consacrata solennemente nel 1734 nei pressi della precedente. Si era già entrati, dunque, nell’età di quella “massoneria speculativa” inaugurata nel 1717 a Londra da Anthony Sayer. E con la cultura inglese la borghesia agraria e mercantile della nuova città di Vittoria era entrata in contatto, fin dai primi decenni del Seicento,  tramite gli scambi commerciali fra il porto di Scoglitti e l’isola di Malta. Senza dire che proprio nel corso del Settecento vi furono alcune presenze importanti di viaggiatori stranieri nel territorio di Vittoria.

    Nel 1770 l’inglese Patrick Brydone, che apparteneva alla setta dei “Liberi Muratori”, attraverso Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari e massone, appassionato ricercatore di tesori d’arte fra le rovine di Camarina, entrò in contatto con alcuni ‘fratelli’ di Vittoria. Dal piccolo porto di Scoglitti si imbarcò per una breve visita a Malta  e da Scoglitti poi ripartì alla volta di Agrigento, dove ebbe altri contatti con alcuni massoni del luogo.

   Nel 1785 un altro massone, il barone danese Frederik  Münter, nel suo viaggio in Sicilia incontrò anche lui il principe di Biscari e, innamoratosi  di Camarina, conobbe alcuni vittoriesi appassionati di archeologia nonché massoni . A Napoli, peraltro, Münter era entrato in contatto con il ‘fratello’ Mario Pagano, ispiratore della Repubblica Partenopea e parente stretto dei Labriola.

   Ma torniamo alla sede della «Congregazione Secreta de’ 33».

   Questa sede si trovava nella cappella absidale sinistra, detta “Oratorio”. Tale cappella fu appunto oratorio della Congregazione da allora e fino al 1969, quando fu ceduta con una permuta perpetua alla Chiesa Madre.

   Ora, in primo luogo è possibile osservare sulla parete esterna della navata destra, in alto, un bassorilievo raffigurante una croce greca ottagona, quella croce che, come si è detto, era il simbolo del’Ordine dei Cavalieri di Malta : ma essa era anche il simbolo del più antico dei cosiddetti riti massonici, il “Rito scozzese antico e accettato”, che secondo la tradizione sarebbe stato istituito dai Templari superstiti rifugiatisi appunto in Scozia. Una croce simile, peraltro, fregia il petto della statua di S. Giovanni Battista e il busto del monumento funebre (allogato nella navata destra della chiesa) a Salvatore Ricca, fratello della Maria Ricca madrina di battesimo di Francesco Saverio Labriola e padre del marchese Alfonso Ricca.

   Inoltre, particolare ancor più rilevante, la parte di fondo dell’Oratorio reca un affresco baroccheggiante, al centro del quale campeggia una tela di anonimo raffigurante la deposizione di Gesù Cristo e datata 1725. L’affresco è molto interessante e significativo: esso rappresenta il leggendario “Tempio di Salomone” con tutti i complicati elementi della simbologia massonica. Le colonne (quattro), il frontone triangolare con al centro un uccello bianco con ali spiegate ma con il collo abbassato, che ha davanti a sé due pulcini (la leggendaria “Araba Fenice”, che muore e si rigenera attraverso la ‘procreazione’), e, proprio sotto il frontone, un “segno del compasso” mimetizzato in una sorta di festone floreale. Inoltre, tra affollati e intrecciati motivi floreali, campeggiano  numerosissimi putti e quattro figure femminili, allegorie delle tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità. Infine, sulle due pareti laterali dell’oratorio, vi sono, collocate su apposite mensole, otto statue di stucco di scuola serpottiana: quattro di esse rappresentano le virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza), ma le altre quattro sono altrettante virtù massoniche (Sapienza, Obbedienza, Mansuetudine e Penitenza).

   Il monumento funebre del barone Francesco Leni (il padrino di battesimo del piccolo Labriola), morto nel 1818, collocato a metà della navata destra della chiesa, è sormontato da una “Fenice” bronzea (simbolo di immortalità) e reca agli angoli due volti di “Sfinge”.  Ricordiamo che i misteri egizi e la loro simbologia (ad es., la “piramide”) erano abbondantemente presenti nella ‘teologia’ massonica.

   E a proposito del “Compasso” (simbolo massonico dello Spirito) e della “Squadra” (simbolo della Materia), si nota che nella penultima cappella della navata destra si trova una statua di Cristo legato, flagellato, sanguinante e coronato di spine: la statua è sormontata da uno stemma effigiato con due squadre unite a formare una “M” (il monogramma di Maria, madre di Gesù), e sovrapposte a un compasso.  Questo monogramma è stato cancellato o ricoperto di intonaco bianco in epoca successiva ai miei sopralluoghi (ho le foto a testimonianza di ciò).

   Ci chiediamo chi sia stato il responsabile di questa inqualificabile opera di manomissione di censura, e per quale ragione sia stato fatto tale scempio.

*** 

   L’asilo trovato dai Labriola alla fine del Settecento nella terra di Vittoria veniva, dunque,  da molto lontano. C’era a Vittoria una loggia massonica di rito inglese, permeata di idee libertarie ed egualitarie, destinate peraltro a improntarne il tessuto civile, politico e sociale per tutto l’Ottocento e il Novecento. E doveva essere una loggia di una certa consistenza e importanza  e abbastanza nota fra le società segrete del Regno delle Due Sicilie.

   Fu così che i superstiti di quella famiglia calabrese partirono dalla loro terra con la sicurezza di trovare qui la necessaria protezione e la garanzia di poter continuare a vivere e di rifarsi una vita.  

(di Francesco Ereddia)

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